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Sant' Alessio Ivanovich Voroshin Folle per Cristo, martire

(Chiese Orientali)

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1886 - 1937


Aleksej Ivanovich Voroshin nasce nel 1886 nel villaggio di Kaurchicha, governatorato di Kastroma da una famiglia di devoti contadini. Il padre era starosta (presidente laico) della parrocchia.
Giunto il tempo per sposarsi Aleksej sceglie una ragazza del villaggio, ma tutto va a monte quando la futura sposa si rifiuta di non frequentare una compagnia che Aleksej considera alquanto disinvolta nei costumi.
Allo scoppio della prima guerra mondiale Aleksej chiede di poter entrare nel monastero di Jur’evc, fondato nel secolo XVII in memoria del beato Simon. Vi rimane per un anno, il tempo necessario per comprendere che quella non era la sua vocazione. Egli si sente chiamato a vivere da jurodivyj, pazzo per Cristo, una vita al di fuori di ogni regola monastica, ma totalmente ed esclusivamente donata a Cristo, oltre ogni schema, sempre disposta ad assecondare l’illuminazione del Signore. Nella tradizione russa la santità dei pazzi per Cristo è considerata al primo posto, l’espressione più alta della santità.
Ritornato a casa si costruisce una cella nell’orto, dove passa la maggior parte del tempo in preghiera. Con l’avvento del potere sovietico, la popolazione del villaggio sceglie Aleksej come presidente del consiglio del villaggio agricolo. Lui accetta, ma la preghiera resta sempre la sua occupazione principale. I problemi del villaggio lui li risolve in chiesa pregando e vivendo in comunione con i fedeli. Non era proprio il metodo di governo desiderato dai comunisti. Se ne accorsero dopo circa un anno e Aleksej fu licenziato. Egli ritorna tranquillamente alla sua cella.
Per consolidarsi nella preghiera e nel digiuno.
Nel 1928, dopo nove anni di solitudine orante, si sente pronto per iniziare la sua vita da pazzo per Cristo. Non ha più una stabile abitazione, troppo lusso, dorme dove la Provvidenza lo porta, veste di stracci, gli stessi d’estate come d’inverno, spesso cammina a piedi nudi. Le sue parole sono sconcertanti; benché umilissimo non teme di parlare a tutti con estrema sincerità e chiaroveggenza. Spesso la gente, soprattutto i ragazzi, lo deridono per le sue stranezze, ma egli è insensibile ad ogni provocazione. La gente semplice, come è nella migliore tradizione russa, lo stima e lo venera. E’ lui che avverte la popolazione del villaggio quando sovrasta qualche pericolo da parte del regime.
Un giorno si presenta nudo nella casa di un ricco mercante. Alla meraviglia degli astanti egli spiega: preparatevi sarete ‘denudati’ di tutti i vostri averi. Ciò che avviene dopo due giorni: ai mercanti non lasciano neppure i loro vestiti che indossano.
Un altro giorno entra in chiesa con il berretto in testa, le mani dietro la schiena (atteggiamento considerato irriverente dalla pietà del popolo) fumando un sigaro. Il giorno dopo arrivano le guardie rosse, chiudono la chiesa e la trasformano in un club. “Verrà un tempo – predisse – in cui quasi tutte le chiese saranno profanate. Poi scoppierà la guerra e molti ritorneranno a Dio e si riapriranno molte chiese, ma per poco tempo. Negli anni 60 riprenderà la persecuzione”.
Per il nipote Nikolaj, figlio della sorella Anna, egli nutriva una particolare affezione. Nel periodo in cui il nipote era in guerra, in un momento di particolare pericolo, gli apparve lo zio che lo assicura: “Non aver timore io sono sempre con te”. Ritornato dalla guerra Nikolaj intende separarsi dalla moglie. Aleksej gli appare nuovamente, lo prende per mano, lo porta nella camera e gli dice: “Ti ho riportato tua moglie”. Dopo di che scompare. Nikolaj non pensa più al divorzio.
Nel maggio 1937, prevedendo prossima la sua morte, Aleksej ritorna da suoi cari per accomiatarsi. Prega con loro, affida al cognato il compito di seppellirlo e il giorno dopo, al mattino presto riparte alla volta del villaggio Parfenovo dove immediatamente lo arrestano. In prigione è messo in una cella di delinquenti comuni. Non trovando nessun capo di accusa, ricorrono alla tortura per deciderlo ad ammettere delitti mai commessi. Lo costringono a stare a piedi nudi su una piastra arroventata, ma Aleksej tutto sopporta con serenità. La fama della sua santità si diffonde anche in prigione e perfino il capo delle guardie vuol venire a conoscerlo.
“Tutti dicono che tu sei un santo, ma tu che pensi di te stesso?”
“Ma di che santo parli? Io sono un povero uomo peccatore”.
“E’ vero, noi i santi non li condanniamo. I santi non compiono delitti. Se ti hanno condannato vuol dire che qualche cosa hai fatto. Di che cosa ti hanno accusato?”
“Così è piaciuto a Dio”.
Ne seguì un lungo silenzio, rotto alla fine dallo stesso beato: “Perché te ne stai qui a parlare con me, quando a casa tua è successo una disgrazia?”
Il capo della prigione resta colpito dalle parole di Aleksej, ma non si affretta a tornare a casa. Quando vi giunge trova la moglie impiccata. Da quel momento cerca tutte le maniere per liberare Aleksej, ma non gli fu possibile.
Per più di un anno il beato Aleksej viene sottoposto alla tortura. Alla fine è portato nella infermeria del carcere per farlo morire di morte naturale.
Nell’agosto del 1993 fu beatificato dalla Chiesa ortodossa russa.


Autore:
Padre Romano Scalfi


Fonte:
www.culturacattolica.it

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Aggiunto/modificato il 2020-05-04

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