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Loreto Starace Giovane laico

Testimoni

Napoli, 26 marzo 1884 - Monte San Michele, Gorizia, 26 luglio 1915

Loreto Starace nacque a Napoli il 26 marzo 1884. Trascorse la prima infanzia a Castellammare di Stabia, il paese d’origine di suo padre, poi fu allievo dei Salesiani fino al termine degli studi superiori. Laureato in Giurisprudenza, si trasferì in Canada e poi negli Stati Uniti d’America, spinto dal desiderio di far conoscere il Vangelo come apostolo laico e scegliendo il celibato. Allo scoppio della prima guerra mondiale, tornò in Italia. Entrò quindi nell’Esercito, dove ottenne il grado di tenente, poi di capitano; si meritò tre medaglie al valore, di cui una postuma. Il 26 luglio 1915, mentre la sua Compagnia combatteva sul Monte San Michele del Carso, fu colpito alla testa da una granata: morì quasi sul colpo, a trentuno anni. Il suo corpo è sepolto dal 26 aprile 1934 nella sacrestia del Santuario del Sacro Cuore e dell’Addolorata a Scanzano, frazione di Castellammare di Stabia.



La famiglia
Loreto Starace nacque a Napoli il 26 marzo 1884 in una famiglia profondamente cristiana. Suo padre, Catello, di Castellammare di Stabia, era fratello di madre Maria Maddalena della Passione, fondatrice delle Suore Compassioniste Serve di Maria (al secolo Costanza Starace, beatificata nel 2007), mentre sua madre, Colomba Pisani, era di Roma. I genitori lo chiamarono Loreto per un voto che avevano fatto in viaggio di nozze nella visita alla Santa Casa di Loreto.
Era il primo di otto figli, educati dalla famiglia con l’esempio a vivere cristianamente le virtù e le pratiche religiose: su tutte, la Santa Messa e la Santa Comunione quotidiana, insieme all’Ora di Adorazione Eucaristica e alla recita del Piccolo Ufficio della Madonna.
In particolare, ogni sera i genitori con i figli recitavano con devozione il Santo Rosario davanti a un grande quadro della Sacra Famiglia, dono del Servo di Dio monsignor Vincenzo Sarnelli, allora Vescovo di Castellammare, e poi Arcivescovo di Napoli. Seguiva un’istruzione morale sulle virtù cristiane, specialmente sull’umiltà e sulla dolcezza.
Fu proprio monsignor Sarnelli il padrino di Battesimo di Loreto, che per l’occasione gli fece dono di una croce in porfido con le parole: «Al mio caro Loretino! La croce ti sia scudo, letto e trono». Loreto continuò a incontrare Gesù eucaristico ogni mattina nella Santa Messa.
Aveva solo 4 anni quando chiese in regalo a monsignor Sarnelli «un catechismo grosso grosso». Di passaggio con i genitori dai Padri Gesuiti di Vico Equense il Padre Lopinto gli chiese: «Vuoi più bene al papà o alla mamma?». Loreto, che aveva sei anni, con decisione rispose: «Prima a Dio, poi ai miei genitori».

Un incontro speciale a Castelpetroso
Suo padre voleva dare a lui e ai suoi fratelli un’educazione completa e improntata ai principi religiosi, ma non sapeva in quale collegio indirizzarli. Un giorno portò Loreto, che aveva ormai sette anni, e un altro figlio, Pier Paolo, a Castelpetroso. In quella località del Molise si era sparsa la voce che la Madonna era apparsa, il 22 marzo 1888, a due contadine e, successivamente, all’arciprete di Castelpetroso, nonché al vescovo di Isernia.
La folla dei pellegrini fece spazio all’uomo e ai due bambini, sperando che almeno loro potessero avere la stessa visione. Pier Paolo, messo sulle spalle del padre, scese subito perché diceva di non vedere nulla. Loreto, invece, non scese, ma esclamò: «Papà, Papà vedo la Madonna! Sta sopra un sasso con Gesù morto tra le braccia. Piange... Come è bella! Ha le braccia aperte e dalle mani escono tanti raggi!». Anche gli altri veggenti avevano visto lo stesso.
Certo che il bambino non mentisse e che quella fosse davvero la Madonna, il padre gli suggerì di chiedere all’apparizione in quale collegio fosse meglio collocarlo. Loreto lo fece e riferì la risposta: doveva essere affidato alle cure dei Salesiani.

La formazione
Così nell’ottobre del 1891 Loreto entrò nel Collegio Salesiano del Sacro Cuore a Roma dove, qualche mese dopo, fu seguito dal fratello Pier Paolo. Da qui passò a Trevi, dove rimase tre anni, e infine a Loreto. Terminati con ottimi risultati gli studi liceali Loreto conseguì anche il diploma commerciale.
Per la conoscenza delle lingue straniere e per un arricchimento culturale il padre, che era un armatore, gli fece intraprendere viaggi in Francia e in Spagna. Al rientro in Italia, su consiglio di don Michele Rua (Beato dal 1972), primo successore di san Giovanni Bosco, Loreto s’iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Federico II di Napoli (1903-1904). Nel frattempo conseguì anche il diploma in Lingua inglese.
Durante il periodo universitario fu chiamato alla leva militare come allievo ufficiale, a Cagliari e in Sicilia. Per preparare gli ultimi cinque esami universitari andò in ritiro dai Padri Oblati di Maria Immacolata a Maddaloni e dopo solo due mesi, nel 1907, si laureò in Legge.

La scelta dell’apostolato
La sua crescita interiore lo portò a discernere con chiarezza che il suo maggiore desiderio era realizzarsi nell’apostolato laico, per vivere la vita come donazione di sé agli altri. Per questa ragione, scelse di restare celibe. Ai genitori aveva confidato: «Ho consacrato tutta la mia vita all’apostolato laico».
Nel 1907 Loreto s’imbarcò da Liverpool per l’America sull’Hibernia, una nave con duemila passeggeri. Giunto a Boston, proseguì e si stabilì a Montreal (Canada). Pensava di realizzare il suo ideale attraverso tre ambiti: il giornalismo, l’insegnamento e la vita politica.
Nella sua corrispondenza scriveva: «Il mio ideale è di fondare un. grande giornale cattolico. Dopo il ministero sacerdotale, non c’è un lavoro più santo, più produttivo che dia maggiore soddisfazione di quello del giornalismo: intendo dire del giornalismo cattolico». E ancora: «Intendo, per mezzo di tante supplicazioni, ottenere da Dio la grazia di diventare professore e santo com’era Contardo Ferrini».
La permanenza in America sarebbe stata la preparazione per il futuro apostolato in Italia: «Iddio, che giudica i cuori, un giorno vi farà manifesto quanto dolore m’è costato il separarmi da voi, miei cari genitori, dalla famiglia, dalla Patria. E tuttavia non ho esitato a compiere questo sacrificio, per il mio miglioramento spirituale, e ringrazio Iddio dal fondo del cuore, di avermi data la forza necessaria per prendere questa decisione e resistere in essa. La vita quaggiù è breve, e la separazione dura solo brevemente».

In Canada
A Montreal, per vivere, aprì un negozio di oggetti d’arte italiani. Ebbe come riferimento i Padri Gesuiti e i Padri Oblati di Maria Immacolata; frequentò la Chiesa parrocchiale italiana e la sostenne economicamente per l’istruzione di oltre cento bambini italiani; seguì gli Esercizi Spirituali con i giovani studenti della lega del Sacro Cuore.
Poiché l’attività del negozio non andava bene, chiese consiglio al Nunzio Apostolico in Canada, monsignor Sbarretti, successivamente divenuto Cardinale, che gli suggerì di dedicarsi all’agricoltura. Lasciata Montreal, nel 1908 frequentò il corso di Agricoltura al Manitoba Agricultural College di Winnipeg e ne uscì lodevolmente diplomato.
Si spostò sulle coste dell’Oceano Pacifico, in British Columbia e, con un non grande capitale, acquistò una vasta estensione di fertile terreno a Valdes Island, di fronte a Vancouver, un’isola incantevole e dal clima dolce, ma abitata da «pochissimi bianchi, una ventina di inglesi, e da un discreto numero di indiani. Lontana da ogni contatto di vita, solamente di rado un piroscafo vi approda a portare notizie e le cose più indispensabili».
Trovò nell’isola due soli cattolici mentre gli indiani erano tutti pagani. Pensò di dotare Valdes Island di una propria Cappella e di fare attività missionaria. Intanto acquistò una barca a vela per recarsi a Messa ogni domenica nella chiesa più vicina, che distava cinquanta chilometri. In una di queste traversate fu sorpreso da una tempesta improvvisa, ma si salvò.

Il soggiorno in America
Impossibilitato a proseguire l’attività agricola, nel 1909 lasciò l’isola e soggiornò a Seattle e poi a S. Francisco, capitale della California, dove iniziò a scrivere articoli su giornali e riviste cattoliche americane. Nel 1911, a Chicago proseguì la sua attività di giornalista. Qui scrisse tra l’altro per il «New World», giornale ufficiale dell’Arcidiocesi di Chicago e della diocesi di Joliet.
Partecipò e vinse un concorso per corrispondente estero di una importante industria medica di Fort Wayne (Indiana), in cui divenne presto direttore del Dipartimento italo-francese. Trascorreva le ore libere nella biblioteca pubblica di Webster Avenue preparando articoli per i giornali.
Scrisse per la «Saturday Review», settimanale londinese di politica, letteratura, scienza e arte; lo «Spectator», rivista settimanale inglese; la «Extension» che aveva una tiratura di più che mezzo milione di copie; il «NewYork Herald», giornale di New York di ampia diffusione, ed altri.
L’autorevole giornale americano, «The Italian American Citizen», lo definì: «scrittore enciclopedico, oratore brillante, dalla parola facile ed elegante, giovane di preclare virtù di mente e di cuore, dai modi cortesi, gentili, che si rinvengono solo nelle anime nobili». Scrisse di politica, ma anche di cultura; fra i poeti italiani predilesse Dante e lo Zanella, fra gli stranieri Shakespeare ed il poeta cristiano Francis Thompson.

Il servizio agli immigrati italiani
Nella piccola cittadina di Fort Wayne la comunità italiana, a differenza dei cattolici inglesi e americani, non aveva una propria chiesa: Loreto prese l’iniziativa di fondarne una. Dopo un anno, gli italiani di Fort Wayne ebbero la loro chiesa, intitolata a San Giuseppe Lavoratore, e la sede della Società Pio X, di cui fu eletto primo Presidente. Loreto scriveva ai genitori: «Ora, gli italiani che prima, si può dire, non andavano mai in chiesa, hanno una chiesetta loro propria e un sacerdote che si prende cura delle loro anime».
La testimonianza del suo apostolato a Fort Wayne si rileva in una lettera che il parroco di Fort Wayne, padre Loreto Monastero, scrisse nell’apprendere la notizia della sua morte: «Loreto lavorò grandemente per l’organizzazione della chiesa italiana in questa città, e col suo esempio trasse gran numero di giovani al grembo della Chiesa di Cristo. Si accostava quasi quotidianamente ai Sacramenti con edificante devozione. Caritatevole, soccorreva i bisognosi e donava abiti ai ragazzi poveri. Studioso, passava il suo tempo libero nella pubblica libreria, o preparando articoli per i giornali. Affabile, rispettoso, sempre giulivo, egli era divenuto popolare in questa città».

Lo scoppio della prima guerra mondiale
Da sette anni Loreto si trovava in America, quando una sera udì gli strilloni, ossia i giornalai ambulanti, che annunziavano lo scoppio della guerra europea. E Sentì dentro di sé come un comando: «Torna in Italia; farai del bene diffondendo la tua Fede sui campi di battaglia, e morirai per la tua Patria». Non ebbe più dubbi e decise l’immediato ritorno in Italia.
Il 29 settembre 1914 riabbracciò i suoi cari, ma quando l’Italia entrò in guerra fu chiamato alle armi: venne assegnato alla Brigata “Pisa” del 30° Reggimento Fanteria. Partì da Castellammare per il fronte il 24 maggio 1915.
Il 5 giugno il suo reggimento conquistò il borgo di Biasiol (Gradisca), a un prezzo di vite umane altissimo. Il campo di battaglia, le trincee, le lunghe marce diventarono i luoghi fertili del suo apostolato. Loreto non si risparmiava mai, vedeva prima gli altri e poi se stesso. La morte non lo spaventava!
Loreto si offrì per andare a salvare il sottotenente Franceschi, caduto ferito in un posto dove nessuno osava andare a recuperarlo. Per questo atto, ricevette una prima medaglia al valore, di bronzo (7 giugno).

Apostolo anche sui campi di battaglia
Loreto sapeva che prima di ogni assalto bisognava pensare alla propria anima ed esortava i soldati alla riconciliazione con Dio. I cappellani militari confessavano instancabilmente e ininterrottamente notte e giorno.
Nella battaglia al fronte Loreto non pensò a salvare la propria vita, ma la fede. «In ogni momento della battaglia il mio pensiero era rivolto a Dio. La Fede in Dio è un dono così grande che, se io sapessi di avere salva la vita in questa guerra, ma di perdere in seguito il tesoro inestimabile della Fede, preferirei mille volte morire sui campi di battaglia. Per questo pregate, perché la vita conta poco purché la Fede rimanga intatta fino all’ultimo respiro».
Dopo gli assalti, invece di riposarsi come gli altri, Loreto non lasciava il campo, ma andava a cercare i feriti sfidando il fuoco nemico e li trasportava sulle spalle, spesso salvandone molti. Accanto ai soldati morenti raccoglieva l’ultimo respiro parlando di Gesù crocifisso.

La traversata dell’Isonzo
Il 9 giugno, nel tragico tentativo di attraversare l’Isonzo, Loreto ebbe il compito di dirigere le operazioni di imbarco e trasporto dei feriti. «Ho così salvato la vita a parecchi uomini e ringrazio Dio che mi ha dato la forza di farlo», riferì.
Il 23 giugno, al nuovo ordine di ritentare il passaggio dell’Isonzo, Loreto chiese al Cappellano di impartire l’assoluzione generale ai soldati pronti per il nuovo assalto. Il 25 giugno, sul ponte di Sagrado, il reggimento passò l’Isonzo e avanzò verso San Martino del Carso e Monte San Michele. Il 9 luglio fu decorato con la seconda medaglia, d’argento. Il 21 luglio, in seguito alla morte degli Ufficiali più anziani, Loreto fu promosso Capitano e assunse il comando della Compagnia.

La morte
Nelle lettere scritte ai familiari, Loreto descrisse ai familiari le sue azioni e le sofferenze dei commilitoni. Pur nell’inferno della guerra, sentiva di pregustare il Paradiso, in un rapporto intimo con Gesù e con la Madonna.
Il 26 luglio 1915 Loreto cadde sul Monte San Michele del Carso, ferito mortalmente alla testa da una granata austriaca. In quello stesso istante, a un soldato che gli stava accanto, pronunciò queste parole: «Coraggio, pensa che Gesù è sempre con noi».

Hanno detto di lui
Alla sua morte monsignor Federico Emmanuel, Vescovo di Castellammare, disse di Loreto: «Grande come soldato, grande come cristiano: Egli cadde gloriosamente nelle prime file, guidando i suoi giovani alla vittoria. Allo stesso modo Egli li aveva guidati tutti i giorni nella pratica fervorosa della vita cristiana, facendosi apostolo in mezzo a loro, istruendoli nel catechismo, pregando con loro nel Santo Rosario, conducendoli a prendere la Santa Comunione. ... È acclamato dal popolo il “Tenente Santo”: il nome che fu dato a Lui sul campo di battaglia dai suoi soldati».
Papa Benedetto XV fece l’elogio di Loreto: «Il giovane apostolo Loreto Starace, che nelle differenti circostanze della sua vita ha sempre mostrato, con un intrepido coraggio cristiano, di non vergognarsi del Vangelo, apparve ... in tutta la gloria di un Apostolo che non conosce ostacoli né prudenze umane, dando alle anime la luce della verità che sublima, il calore attivo della carità che santifica, il profumo di questa virtù che apporta sollievo e pace ineffabile».
Il cardinale Alessio Maria Lepicier, dei Servi di Maria, scrisse: «Faccia il Signore che non sia lontano il giorno in cui un esame minuto e rigoroso delle sue virtù e dei suoi meriti venga istituito dalla competente autorità ecclesiastica, affinché Iddio una volta di più venga glorificato nei suoi servi. Vada nelle mani di tutti la biografia, ma dei giovani specialmente, per insegnare a tutti che non è impossibile ai giovani, anche in mezzo al mondo corrotto, assurgere alle più alte cime della santità».
Loreto Starace fu sepolto nel cimitero militare di Sdraussina. Nel 1933 la sua salma venne esumata e, il 26 aprile 1934, tumulata nella sacrestia del Santuario del Sacro Cuore e dell’Addolorata di Scanzano, frazione di Castellamare di Stabia.

La memoria continua
L’8 maggio 1937, nella parrocchia di Santa Maria del Principio a Torre del Greco, fu intitolata a Loreto Starace la locale associazione giovanile di Azione Cattolica. Sono poi state pubblicate le sue lettere e varie biografie, compresa una a fumetti, sul periodico «Il Vittorioso». Fu anche stampata una preghiera per chiedere la sua intercessione, con approvazione ecclesiastica, ma la sua causa di beatificazione non è mai stata aperta.
Nel 2014, in occasione della Messa centenaria della parrocchia di S. Giuseppe Lavoratore, il vescovo Kevin C. Rhoades ha ricordato: «Un devoto letterato italiano di nome Loreto Starace era il leader nell’organizzazione della parrocchia. Ha fatto appello al quarto vescovo di Fort Wayne, Herman J. Alerding, per fondare una parrocchia italiana. Il vescovo ha nominato un sacerdote italiano, padre Loreto Monastero, per lavorare su questo sforzo. Starace e padre Monastero fondarono la Società Italiana di Beneficenza (Italian Benevolent Society) intitolata a Papa Pio X per assistere i malati e i bisognosi membri della comunità cattolica italiana».
Nel luglio 2015, alla presenza delle autorità civili, militari e religiose, è stato solennemente celebrato il centenario della sua morte con un convegno e la deposizione di una corona di fiori sulla sua tomba.


Autore:
Erminia Zampano ed Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2018-10-15

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