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Beato Célestin Ringeard Sacerdote trappista, martire

21 maggio

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Touvois, Frania, 27 luglio 1933 - Médéa, Algeria, 21 maggio 1996

Célestin Ringeard nacque a Touvois, nel dipartimento francese della Loira Atlantica, il 27 luglio 1933. Entrò dodicenne nel Seminario di Nantes, da cui dovette temporaneamente uscire per il servizio militare, che svolse in Algeria. Fu ordinato sacerdote il 17 dicembre 1960, ma, dopo le prime esperienze pastorali, divenne educatore di strada. Frequentando l’abbazia trappista di Bellefontaine, dove si ritemprava nel corpo e nello spirito, maturò la vocazione monastica. Cominciò il suo percorso il 19 luglio 1983, ricevendo l’abito monastico l’8 dicembre successivo. Chiese e ottenne di essere inviato al monastero di Nostra Signora dell’Atlante a Tibhirine, in Algeria. Arrivò il 13 settembre 1986 e compì la professione solenne il 1° maggio 1989. Era dotato di una sensibilità molto profonda, con cui accoglieva i rapporti interpersonali, ma allo stesso tempo aveva un carattere impetuoso. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, a sessantadue anni, fu rapito insieme a cinque monaci della comunità, più uno proveniente dal monastero annesso di Fès. Un comunicato del Gruppo Islamico Armato (GIA), datato 21 maggio 1996, annunciò la loro esecuzione. I sette monaci di Tibhirine, compresi in un gruppo che conta in tutto diciannove martiri, tutti religiosi, uccisi durante i cosiddetti “anni neri” per l’Algeria, sono stati beatificati l’8 dicembre 2018 a Orano, sotto il pontificato di papa Francesco. La memoria liturgica di tutto il gruppo cade l’8 maggio, giorno della nascita al Cielo dei primi due che vennero uccisi, fratel Henri Vergès e suor Paul-Hélène Saint-Raymond. I resti mortali di padre Céléstin e dei confratelli (furono ritrovate solo le teste senza i corpi) sono venerati nel cimitero del monastero di Nostra Signora dell’Atlante.



Célestin Ringeard nacque a Touvois, nel dipartimento francese della Loira Atlantica, il 27 luglio 1933. A sei mesi rimase orfano: suo padre era morto di tubercolosi. Per evitare il contagio, venne affidato a una balia; con lui c’era il fratello Michel, maggiore di tre anni. Quando rientrò in famiglia, mostrò subito una notevole attenzione per le persone emarginate.
A dodici anni entrò nel Seminario Minore di Nantes, passando a quello Maggiore nel 1953. Quattro anni dopo, però, dovette interrompere gli studi per il servizio militare obbligatorio. Lo svolse a Orano, in Algeria, assegnato al servizio sanitario, durante la guerra che avrebbe poi portato all’indipendenza del Paese.
Nel febbraio 1958, uno scontro a fuoco portò all’uccisione di vari soldati, alla scoperta di un deposito di armi da fuoco e all’arresto di un ufficiale dei servizi segreti del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), Ahmed Hallouz, gravemente ferito. Céléstin e un altro infermiere intervennero per farlo curare e non mandarlo a morire in prigione.
Terminato il servizio militare, Céléstin completò la formazione verso il sacerdozio: fu ordinato il 17 dicembre 1960. Inizialmente fu educatore nel Seminario Minore, poi vicario parrocchiale a Saint-Herblain.
Tuttavia, la sua attrazione per la vita dei più poveri lo portò a non avere alcun incarico nella pastorale diocesana. Divenne quindi educatore di strada, dedicandosi agli alcolizzati, ai drogati, alle prostitute e ai giovani senza lavoro. Si dedicava al suo impegno senza pensare a quel che si sarebbe detto di lui, pur di salvare qualcuno.
Sempre più di frequente, però, compiva dei ritiri all’abbazia di Bellefontaine, dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza (i cui membri sono detti anche Trappisti): in meno di sette anni ci andò ventidue volte. Alla fine chiese di essere ammesso come novizio, sorprendendo molti: il 19 luglio 1983 fece il suo ingresso e, il successivo 8 settembre, vestì l’abito monastico.
Pochi mesi dopo, il 4 aprile 1984, fece una richiesta al maestro dei novizi: avrebbe voluto compiere la propria vocazione nel monastero di Nostra Signora dell’Atlante a Tibhirine, in Algeria. La richiesta fu accolta: padre Céléstin arrivò il 13 settembre 1986 e compì la professione solenne il 1° maggio 1989.
Nella sua vita monastica continuò a portare nella preghiera gli uomini e le donne sofferenti che aveva incontrato e coi quali rimase in contatto. Poco prima della partenza, quand’era ancora a Bellefontaine, ricevette una telefonata dal figlio dell’ufficiale che aveva salvato, che voleva ringraziarlo.
Nella comunità ebbe il ruolo di primo cantore, che cedette poi a padre Christophe Lebreton, diventando secondo cantore e organista. A causa delle differenti sensibilità dell’uno e dell’altro in materia liturgica, spesso si scontravano, ma riuscivano a fare pace. Ricordando poi la condizione degli alcolizzati, s’impegnò a non bere mai bevande alcoliche, neanche nei giorni di festa.
La vita di preghiera dei monaci venne turbata quando le notizie di aggressioni e uccisioni cominciarono a moltiplicarsi. Il 14 dicembre 1993, a Tamesguida, vennero sgozzati dodici croati cristiani. I monaci li conoscevano perché venivano da loro a celebrare la Pasqua. L’accaduto seguiva di due settimane l’ultimatum lanciato dal Gruppo Islamico Armato (GIA), che aveva preso il potere: tutti gli stranieri dovevano lasciare l’Algeria, pena la morte.
La notte del 24 dicembre 1993, alcuni uomini armati si presentarono alla porta del monastero e domandarono di vedere il superiore. Fratel Paul Favre-Mirille, che aveva aperto, andò a cercare padre Christian de Chergé, il quale parlò col capo del gruppetto, Sayah Attiyah.
Le condizioni da lui poste, ovvero che i monaci dessero loro dei soldi, che il loro medico (fratel Luc Dochier) venisse a curare i loro malati e che dessero anche delle medicine, non vennero accettate tutte dal priore, che comunque riferì che avrebbero potuto venire al dispensario del monastero. Fece poi notare all’uomo che stavano per celebrare la nascita del Principe della Pace, ovvero il Natale di Gesù. Gli armati si allontanarono, dopo aver chiesto una parola d’ordine e aver minacciato di tornare.
I monaci erano salvi, ma non al sicuro. Si sentivano come presi tra due fuochi: da una parte quelli che chiamavano “fratelli della montagna”, ovvero gli islamisti, e i “fratelli della pianura”, ovvero i militari e le forze di sicurezza dell’esercito algerino.
Padre Céléstin, che nel 1991 e nel marzo 1993 aveva avuto problemi cardiaci, rimase segnato dalla visita degli islamisti. Fu inviato in Francia, dove venne sottoposto a un intervento molto delicato, col quale gli vennero impiantati sei bypass coronarici. Trascorse quindi alcuni giorni di convalescenza a Bellefontaine, con la prospettiva di tornare a Tibhirine.
Nell’aprile 1995 riferì in una lettera ai familiari: «Volevo dirvi la mia gioia di essere stato così ben curato, e di ritornare a vivere tra i miei fratelli monaci e il popolo algerino, rimettendomi nelle mani di Dio».
Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, padre Céléstin venne rapito insieme a cinque monaci della comunità, più padre Bruno Lemarchand, proveniente dal monastero annesso di Fès, di passaggio per l’elezione del nuovo priore.
Altri due, padre Amedée Noto e padre Jean-Pierre Schumacher, insieme a un ospite del monastero, scamparono al rapimento. Dopo un mese, un comunicato del Gruppo Islamico Armato (GIA) riferì che i rapiti erano ancora vivi, ma conteneva la minaccia di sgozzarli se non fossero stati liberati alcuni terroristi detenuti.
Il 30 aprile venne consegnata all’ambasciata di Francia ad Algeri un’audiocassetta, sulla quale erano registrate le voci dei sette monaci. Non ci furono altre notizie fino al 23 maggio: un ulteriore comunicato, il numero 44, datato 21 maggio, riferì che ai monaci era stata tagliata la gola.
Il 30 maggio le loro spoglie vennero ritrovate sul ciglio della strada per Médéa. Si trattava, però, solo delle teste: i corpi rimasero introvabili. Le esequie dei sette monaci si svolsero il 2 giugno 1996 nella basilica di Nostra Signora d’Africa ad Algeri, insieme a quelle del cardinal Léon-Étienne Duval, arcivescovo emerito di Algeri, morto per cause naturali. I resti mortali di padre Céléstin e dei confratelli vennero sepolti nel cimitero monastico di Tibhirine.
I sette trappisti di Tibhirine sono stati inseriti nella causa che contava in tutto diciannove candidati agli altari, tutti religiosi, uccisi dal 1994 al 1996, nel corso dei cosiddetti “anni neri” per l’Algeria. La loro inchiesta diocesana si è svolta ad Algeri dal 5 ottobre 2007 al luglio 2012.
Il 26 gennaio 2018 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto relativo al martirio dei diciannove religiosi. La loro beatificazione è stata celebrata l’8 dicembre 2018 nel santuario di Nostra Signora di Santa Cruz a Orano, presieduta dal cardinal Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, come inviato speciale del Santo Padre.
La memoria liturgica di tutto il gruppo, compresi quindi anche i sette monaci, cade l’8 maggio, giorno della nascita al Cielo dei primi due che vennero uccisi, fratel Henri Vergès e suor Paul-Hélène Saint-Raymond.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2018-12-15

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