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Beato Christophe Lebreton Sacerdote trappista, martire

21 maggio

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Blois, Francia, 11 ottobre 1950 - Médéa, Algeria, 21 maggio 1996

Christophe Lebreton. nacque a Blois, in Francia, l’11 ottobre 1950. Entrò in Seminario a dodici anni, ma ne uscì alla fine del liceo. Durante il servizio civile come cooperante in Algeria, conobbe il monastero di Nostra Signora dell’Atlante, dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza (i cui membri sono anche detti Trappisti), a Tibhirine. Vi giunse nel 1987, dopo aver iniziato il noviziato nel monastero di Tamié, a ventiquattro anni. Fu ordinato sacerdote il 1° gennaio 1990. Dotato di una personalità ardente ed esplosiva, amava stringere rapporti con le persone più umili. Il suo approfondimento della propria fede e dell’incontro con le popolazioni musulmane lo condusse, gradualmente, a disporsi al dono di sé, come testimoniano le pagine del suo diario e le sue poesie. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 fu rapito insieme a cinque monaci della comunità, più padre Bruno Lemarchand, proveniente dal monastero annesso di Fès, di passaggio a Tibhirine per l’elezione del nuovo priore. Un comunicato del Gruppo Islamico Armato (GIA), datato 21 maggio 1996, annunciò la loro esecuzione. I sette monaci di Tibhirine, compresi in un gruppo che conta in tutto diciannove martiri, tutti religiosi, uccisi durante i cosiddetti “anni neri” per l’Algeria, sono stati beatificati l’8 dicembre 2018 a Orano, sotto il pontificato di papa Francesco. La memoria liturgica di tutto il gruppo cade l’8 maggio, giorno della nascita al Cielo dei primi due che vennero uccisi, fratel Henri Vergès e suor Paul-Hélène Saint-Raymond. I resti mortali di padre Christophe e dei confratelli (furono ritrovate solo le teste senza i corpi) sono venerati nel cimitero del monastero di Nostra Signora dell’Atlante.



Gli anni della giovinezza
Christophe Lebreton nacque a Blois, nel dipartimento francese di Loir-et-Cher, l’11 ottobre 1950, settimo di dodici figli. A dodici anni entrò in Seminario, ma ne uscì alla fine del liceo, proprio durante il periodo della contestazione giovanile del 1968. S’iscrisse quindi alla facoltà di Diritto.
S’impegnò poi per i più poveri: dapprima nei gruppi di Emmaus dell’Abbé Pierre, poi nella cooperazione internazionale. Fu in quel modo che, nel 1972, arrivò in Algeria, per lavorare in una scuola per bambini portatori di handicap.

Vocazione tra i Trappisti
Dopo qualche tempo, visitò per la prima volta il monastero di Nostra Signora dell’Atlante a Tibhirine, dei monaci Cistercensi della Stretta Osservanza, detti anche Trappisti. Vi trascorse alcuni fine settimana, diventando sempre più attratto dalla vita monastica.
Il 1° novembre 1974 entrò nell’abbazia di Tamié, in Savoia, poi partì per Tibhirine mentre era ancora novizio. Nel 1977, però, tornò a Tamié, dove, il 1° novembre 1980, emise la professione solenne. Dall’8 ottobre 1987 fu di nuovo a Tibhirine, dove venne ordinato sacerdote il 1° gennaio 1990.

I suoi compiti nel monastero
Il suo primo compito fu quello di curare l’orto, insieme ad alcuni padri di famiglia esterni al monastero. S’impegnò subito in ogni sorta di lavoro: guidava il trattore, oppure controllava se i terreni e l’acqua fossero distribuiti in modo adeguato, cercando di limitare i litigi tra i lavoratori. Nel 1992 divenne maestro dei novizi, ma non poté esercitare molto questa carica perché ebbe un solo novizio, François, che non proseguì il cammino monastico.
Successivamente assunse compiti nella cura della liturgia comunitaria: presiedeva le lezioni di canto una volta a settimana e curava che religiosi e ospiti potessero pregare al meglio. Per intensificare il legame col popolo in mezzo al quale lui e gli altri monaci vivevano, cominciò a introdurre nelle preghiere comunitarie brevi antifone in lingua araba. Qualche volta aveva delle divergenze con padre Célestin Ringeard, che era stato primo cantore, a causa delle loro sensibilità differenti in materia liturgica. Alla fine, però, riuscivano a rappacificarsi.
Dal 1989 cominciò a frequentare il Ribât es-Salâm (“Vincolo di Pace” in arabo), il gruppo di dialogo e ascolto reciproco tra musulmani e cristiani di cui il priore della comunità, padre Christian de Chergé, era stato uno dei fondatori.

Le prime minacce
La vita di preghiera dei monaci venne turbata quando le notizie di aggressioni e uccisioni cominciarono a moltiplicarsi. Il 14 dicembre 1993, a Tamesguida, vennero sgozzati dodici croati cristiani. I monaci li conoscevano perché venivano da loro a celebrare la Pasqua. L’accaduto seguiva di due settimane l’ultimatum lanciato dal Gruppo Islamico Armato (GIA), che aveva preso il potere: tutti gli stranieri dovevano lasciare l’Algeria, pena la morte.
La notte del 24 dicembre 1993, alcuni uomini armati si presentarono alla porta del monastero e domandarono di vedere il superiore. Fratel Paul Favre-Mirille, che aveva aperto, andò a cercare padre Christian, il quale parlò col capo del gruppetto, Sayah Attiyah.
Le condizioni da lui poste, ovvero che i monaci dessero loro dei soldi, che il loro medico (fratel Luc Dochier) venisse a curare i loro malati e che dessero anche delle medicine, non vennero accettate tutte dal priore, che comunque riferì che avrebbero potuto venire al dispensario del monastero. Fece poi notare all’uomo che stavano per celebrare la nascita del Principe della Pace, ovvero il Natale di Gesù. Gli armati si allontanarono, dopo aver chiesto una parola d’ordine e aver minacciato di tornare.

La reazione di padre Christophe
Padre Christophe e un altro monaco si nascosero nella cantina del monastero, uscendone solo all’ora della preghiera delle Vigilie, nel cuore della notte. Quando entrarono in cappella, convinti di essere rimasti da soli, trovarono gli altri monaci, con grande sollievo.
I monaci erano salvi, ma non al sicuro. Si sentivano come presi tra due fuochi: da una parte quelli che chiamavano “fratelli della montagna”, ovvero gli islamisti, e i “fratelli della pianura”, ovvero i militari e le forze di sicurezza dell’esercito algerino.

Dalla fuga alla donazione completa
Alla reazione iniziale di fuga, padre Christophe sostituì gradualmente un atteggiamento di completa disponibilità a quanto sarebbe potuto accadere a lui e al resto della comunità. Ne sono prova le pagine del suo diario e alcune delle poesie, come quella in cui scrisse: «Io sono suo e seguo le sue orme; / vado verso la mia piena verità pasquale. / Vista la direzione che prendono / le cose e la piega degli avvenimenti… / vi dico, in piena verità va tutto bene. / La fiamma si è piegata, / la luce si è inclinata… / Posso morire, / eccomi qui».
Poco dopo l’uccisione di uno dei componenti del Ribat, il fratello marista Henri Vergès, divenne membro effettivo del gruppo. Non si sentiva semplicemente invitato a prenderne il posto, ma avvertiva un approfondimento della propria vocazione di monaco trappista: essere un orante in mezzo ad altri fratelli.
Nella relazione scritta da lui negli anni seguenti alla prima visita dei terroristi, annotò non solo gli avvenimenti, come la visita del vescovo di Algeri, monsignor Henri Teissier, ma anche le proprie sensazioni e lo sconvolgimento che a volte lo coglievano.
Sentiva comunque di stare imparando come lui e la comunità fossero parte della Chiesa in un modo totalmente unico, dovuto sia alla loro condizione di monaci cenobiti (ossia che vivevano in comunità), sia alla loro presenza in un territorio musulmano.

Le uccisioni dei religiosi e i suoi sentimenti
Attento alle notizie che arrivavano dall’esterno del monastero, padre Christophe le annotava, commosso e sgomento, nel suo diario. Il 10 maggio 1994, poco dopo l’uccisione di fratel Henri Vergès e di suor Paul-Hélène Saint-Raymond, Piccola Suora dell’Assunzione, commentò: «Questa testimonianza passa attraverso delle serve e dei servi-amici – e viene da più lontano – va e si fonde con l’Eucaristia». Il 24 ottobre successivo, appena seppe dell’assassinio delle suore Agostiniane Missionarie Ester Paniagua Alonso e Caridad Álvarez Martín, considerò come esse avessero davvero celebrato l’Eucaristia, anche se non riuscirono ad arrivare nella chiesa dove si sarebbe svolta.
«Offerti con l’Amico fino all’eccesso…» fu invece la definizione che diede, il 28 dicembre 1994, dei quattro Padri Bianchi uccisi nel cortile della loro casa di Tizi Ozou: Alain Dieulangard, Jean Chevillard, Christian Chessel e Charles Deckers.
Il 4 dicembre 1995, prima dell’Ufficio notturno, padre Christian riferì dell’uccisione di suor Bibiane Leclerq e suor Angèle-Marie Littlejohn, Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli. Padre Christophe si sentì colpito in particolare dal fatto che il priore le avesse chiamate «due nostre sorelle»: «Sì, fra le nostre sorelle, due, sorelle in modo tutto particolare nell’amore crocifisso».
Alla fine dell’Ora di Terza del 10 novembre 1995, padre Christian annunciò che era stata uccisa suor Odette Prévost, Piccola Suora del Sacro Cuore. «Perché gli “altri” divengano un’offerta santificata nello Spirito, gradita a Dio, non c’è altro mezzo: offrirsi in Te, con Te, per mezzo di Te», annotò padre Christophe.

Il rapimento e il martirio
Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, padre Christophe venne rapito insieme a sei monaci, compresi quelli già citati e padre Bruno Lemarchand, proveniente dal monastero annesso di Fès, di passaggio a Tibhirine per l’elezione del nuovo priore.
Altri due, padre Amedée Noto e padre Jean-Pierre Schumacher, insieme a un ospite del monastero, scamparono al rapimento. Dopo un mese, un comunicato del Gruppo Islamico Armato (GIA) riferì che i rapiti erano ancora vivi, ma conteneva la minaccia di sgozzarli se non fossero stati liberati alcuni terroristi detenuti.
Il 30 aprile venne consegnata all’ambasciata di Francia ad Algeri un’audiocassetta, sulla quale erano registrate le voci dei sette monaci. Non ci furono altre notizie fino al 23 maggio: un ulteriore comunicato, il numero 44, datato 21 maggio, riferì che ai monaci era stata tagliata la gola.
Il 30 maggio le loro spoglie vennero ritrovate sul ciglio della strada per Médéa. Si trattava, però, solo delle teste: i corpi rimasero introvabili. Le esequie dei sette monaci si svolsero il 2 giugno 1996 nella basilica di Nostra Signora d’Africa ad Algeri, insieme a quelle del cardinal Léon-Étienne Duval, arcivescovo emerito di Algeri, morto per cause naturali. I resti mortali di padre Christophe e dei confratelli vennero sepolti nel cimitero monastico di Tibhirine.

La causa di beatificazione e canonizzazione
I sette trappisti di Tibhirine sono stati inseriti nella causa che comprendeva sia i religiosi menzionati da padre Christophe nel suo diario, sia monsignor Pierre-Lucien Claverie, domenicano e vescovo di Orano, ucciso dallo scoppio di una bomba il 1° agosto 1996. La loro inchiesta diocesana si è svolta ad Algeri dal 5 ottobre 2007 al luglio 2012.
Il 26 gennaio 2018 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto relativo al martirio dei diciannove religiosi. La loro beatificazione è stata celebrata l’8 dicembre 2018 nel santuario di Nostra Signora di Santa Cruz a Orano, presieduta dal cardinal Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, come inviato speciale del Santo Padre.
La memoria liturgica di tutto il gruppo, compresi quindi anche i sette monaci, cade l’8 maggio, giorno della nascita al Cielo dei primi due che vennero uccisi, fratel Henri Vergès e suor Paul-Hélène Saint-Raymond.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2018-12-15

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