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Venerabile Angelico (Vincenzo) Lipani Sacerdote cappuccino, fondatore

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Caltanissetta, 28 dicembre 1842 - 9 luglio 1920

Vincenzo Lipani nacque a Caltanissetta il 28 dicembre 1842. Frequentò il Collegio dei Gesuiti della sua città, ma si sentì attratto dalla vita dei Frati Minori Cappuccini. Il 13 ottobre 1861 vestì il saio e cambiò nome in fra’ Angelico. Nel dicembre 1862 fu ammesso alla prima professione; tre anni più tardi, il 13 ottobre 1865, professò i voti solenni. Il 3 dicembre 1865 venne ordinato sacerdote. Un anno dopo, a causa delle soppressioni degli ordini religiosi nel Regno d’Italia, anche il convento cappuccino di Palermo, dove risiedeva, dovette chiudere. Padre Angelico non poté più vestire il saio e fu accolto nel clero diocesano. Nel 1872 gli fu affidata la custodia della chiesetta del Santissimo Crocifisso, dov’era venerato un antico crocifisso ligneo, a cui gli abitanti di Caltanissetta avevano dato il titolo di Signore della Città. In pari tempo, padre Angelico divenne insegnante di Lettere nel Seminario diocesano e si occupò del Terz’Ordine francescano. Riprese l’abito cappuccino dopo l’abrogazione delle leggi eversive. Per le orfane dei minatori morti nei due incidenti minerari avvenuti nel 1881 e nel 1882, impiantò l’Istituto “Signore della Città”, inaugurato il 4 ottobre 1884. Con le prime signorine che vollero dedicarsi interamente a Dio tramite l’educazione delle orfane, diede vita alle Suore Francescane del Signore della Città. Morì a Caltanissetta il 9 luglio 1920. Il 5 luglio 2019 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui padre Angelico Lipani, i cui resti mortali riposano dal 19 ottobre 1947 nel Santuario del Signore della Città, veniva dichiarato Venerabile.



Infanzia e adolescenza
Il Venerabile P. Angelico Lipani nacque a Caltanissetta il 28 Dicembre 1842 da Salvatore e Calogera Raitano, pia e apprezzata famiglia nissena. Lo stesso giorno fu battezzato da don Pasquale Falci, nella Chiesa Madre (oggi Cattedrale) con il nome di Vincenzo, i padrini furono i parenti Damiano Lipani e Michelina Salerno.
La madre, semplice casalinga, discendeva da famiglia benestante. Era una donna pia, profondamente cattolica, amante della preghiera, retta nel suo operare, laboriosa, tutta dedita alla famiglia e all'educazione dei figli. Il padre, uomo onesto, di buona famiglia e timorato i Dio, amava il lavoro, aperto, generoso e affettuoso verso i figli, sapeva sacrificarsi per il bene della famiglia.
L'ambiente familiare era soffuso di semplicità, serenità e armonia con il Signore e con i vicini di casa.
Vincenzino, ultimo dei figli (Pietro, Michelangelo, Michele, Damiana e Teresa), venne accolto con gioia come un dono di Dio. Visse la sua infanzia e l'adolescenza con i genitori, i fratelli e le due sorelle.
Fin da ragazzino si distinse per una pietà semplice e profonda, un candore trasparente che attirava la simpatia dei compagni e lo rendeva caro ai suoi familiari. Si notva in lui qualcosa di particolare, il Signore aveva già posto il suo sguardo amoroso su di lui, scegliendolo per realizzare i suoi piani divini: fare di lui un apostolo di carità nella sua stessa città.
Di tutto ciò il ragazzino era ancora ignaro ma Dio lo conduceva per le vie tracciate dal suo disegno di amore.
Nel 1849, dal vescovo Mons. Antonino Maria Stromillo, riceveva il Sacramento della Cresima, che lo rendeva testimone di Cristo Risorto e lo arricchiva dei suoi doni divini.
Il giovanetto, come Gesù, cresceva in età e sapienza. I genitori gli dedicarono ogni cura per formarlo dal punto di vista umano, culturale e cristiano.
Venne avviato agli studi, frequentando la scuola nel Collegio dei Gesuiti, unico centro di studi all'epoca, che si occupava della formazione umana, culturale e religiosa dei giovani nisseni.
Fin da ragazzo evidenziò le sue doti di mente e di cuore. Ritenuto idoneo per la serietà mostrata, la capacità d'impegno e la cultura conseguita fu ammesso ad intraprendere gli studi teologici. Ammirava molto il collegio e i Gesuiti ma il suo cuore era fortemente legato ai Francescani. Amava i Cappuccini, li amava, li preferiva per la loro semplicità e povertà.
Sentiva che il Signore lo chiamava a seguire lo stile di S. Francesco.

La vocazione
Vincenzo sentiva la chiamata del Signore, in un primo momento confusa e quasi impercettibile, ma poi diventò più forte e insistente.
Sentiva che Gesù lo invitava a seguirlo da vicino in maniera piena ed esclusiva, nella vita consacrata ed esigeva una sua generosa risposta.
Prima di rispondere, però, con un "si" definitivo e totale, Vincenzo dovette superare molti ostacoli. La prima grande difficoltà fu il dissenso dei genitori alla sua richiesta. I coniugi Lipani, provati dal dolore per la morte dell'altro figlio, Pietro, giovane sacerdote diocesano, colpito da broncopolmonite, non erano preparati né disposti a un'altra separazione, anche se diversa; una morte così prematura ed improvvisa aveva segnato la loro vita di un profondo dolore, per cui cercarono di dissuadere Vincenzo dal suo proposito.
Con molta fede, Vincenzo accettò dalle mani di Dio questa prova, che sembrava un fallimento del suo ideale. Si abbandonò nelle sue mani, fiducioso che il tempo e la grazia di Dio avrebbero convinto i suoi genitori a dargli il consenso.
Nel frattempo un suo cugino, Gaetano Lipani, nel noviziato di Caccamo indossava il saio francescano ed emetteva i voti. Vincenzo ne provò una grande gioia e si sentì anche incoraggiato a perseverare e a lottare per la sua vocazione, mantenendo vivo nel cuore il desiderio di consacrarsi a Dio da religioso Cappuccino.
Dopo qualche anno ottenne il consenso dei genitori e, all'età di diciotto anni, Vincenzo lasciò la famiglia e Caltanissetta, sua città natale, per raggiungere il convento dei Cappuccini in Palermo.
Il giovane, convinto della chiamata di Dio, si recò a Palermo per essere esaminato sulla vocazione da P. Antonino da Partinico, Ministro Provinciale, che, ritenutolo idoneo, lo ricevette nell'Ordine dei Cappuccini e lo trasferì immediatamente nel convento di Caccamo per iniziare il Noviziato.
Vincenzo, il 13 Ottobre 1861, alle ore 16, a diciannove anni d'età, da P. Celestino da Caccamo, Maestro dei Novizi, ricevette il saio francescano con il nome di fra' Angelico.
Fin da novizio fu definito "frate virtuoso e zelante". Il suo nome era un programma di vita e indicava il progetto di Dio su di lui: essere come un angelo, fare del bene a tutti, aiutare chi fosse in necessità, servire Dio nei poveri, rendersi strumento docile nelle sue mani e vivere l'ideale di Francesco. Il poeta nisseno Pier Maria Rosso di San Secondo, che lo conobbe, lo definì: "Immagine di candore... Si chiama Padre Angelico e nome più appropriato non potrebbe avere".
Fin da novizio si distinse per il candore angelico, l'umiltà, la povertà, la semplicità, l'obbedienza e la pratica della mortificazione. L'amore all'osservanza regolare e al suo Ordine lo resero un novizio modello.
Fra' Angelico aveva ardentemente desiderato il momento in cui avrebbe emesso la Professione Religiosa e, compiuto l'anno di probazione, chiese di esservi ammesso. La sua età, però, era inferiore a quella stabilità dal Diritto Canonico, per cui non poté emettere i voti. Con molta serenità accetto quella prova, rimettendosi al volere di Dio e dei suoi Superiori.
Nel Dicembre 1862 fu ammesso alla Prima Professione e con immensa gioia emise i voti di Obbedienza, Povertà e Castità, considerando quel giorno "il più bello della sua vita".
Trasferito a Palermo per frequentare gli studi teologici, Fra' Angelico dimostrò prontezza di intelligenza, fermezza di carattere e spirito di francescana letizia, preparandosi culturalmente e soprattutto spiritualmente ai voti solenni.
Il 7 Agosto 1863 i sessantasei padri, riuniti in Capitolo nel convento di Palermo, votarono all'unanimità circa l'ammissione di Fra' Angelico alla Professione Solenne. Il 15 Agosto, il Padre Guardiano Illuminato da Trapani lo dichiarò idoneo ad appartenere all'Ordine dei Cappuccini. Il 13 Ottobre 1865 fece la Professione Solenne, aveva ventitre anni d'età. Il 22 dello stesso mese fu ordinato Suddiacono e il 1 Novembre Diacono dal vescovo Mons. Agostino Franco.
Il 3 Dicembre 1865 Mons. Domenico Ciluffo, a Palermo, ordinava Sacerdote Padre Angelico, consacrandolo in eterno ministro di Dio e luce del mondo. Sacerdozio e vita consacrata furono per lui un dono da vivere e da testimoniare, nella gioia di appartenere a Dio e di servirlo nella carità evangelica verso i fratelli più poveri.

Il ritorno a Caltanissetta
P. Angelico, ricevuta l'Ordinazione sacerdotale, rimase a Palermo per completare gli studi e prepararsi all'apostolato, che l'ubbidienza gli avrebbe affidato in un prossimo futuro. Ma il Signore permise che la fede del suo servo fosse messa a dura prova, capovolgendo i suoi piani.
Il 28 Giugno 1866, con la legge di soppressione, furono chiusi Ordini Religiosi, Congregazioni e confiscati i loro bei. La bufera rivoluzionaria travolse anche i Cappuccini di Palermo, i frati si dispersero e il convento fu chiuso.
P. Angelico vide crollare i suoi sogni più belli: dovette lasciare la sua cella, gli studi e, disorientato, fu costretto a ritirarsi a Caltanissetta, sua città natale e togliersi l'abito di Cappuccino al quale era legatissimo in quando lo considerava segno di appartenenza a Dio e al suo amato Ordine, e indossò quello di prete secolare.
Deposto il saio francescano nella casa paterna, ove era tornato, apprese con dolore e orrore la profanazione dei luoghi sacri, di chiese ridotte a stalle e ripostigli e di come la confisca dei beni servì ad aumentare la ricchezza dei ricchi e la miseria dei poveri.
Seguì con attenzione gli avvenimenti e giudizi di persone buone, mentre il Signore lavorava nel suo intimo, preparandolo ad una grande missione tra la sua stessa gente provata dall'odio, dal sopruso e dall'ingiustizia.
Superò la dura prova, affidandosi alla Provvidenza e inserendosi con intelligenza e semplicità fra il clero nisseno. Rimase, però, fedele alla sua vocazione francescana, sperando in tempi migliori e confidando in Dio. Da vero figlio di Francesco, unì le sue sofferenze a quelle di Cristo Crocifisso.
Le relazioni sociali instaurate nel nuovo ambiente di vita rivelarono le doti umane e la personalità matura e libera di P. Angelico. Il suo comportamento morale e religioso evidenziava scelte personali ed esistenziali con riferimenti ai valori e a Dio.
Mons. Guttadauro, vescovo di Caltanissetta, colpito dalla sua profonda e solida pietà, lo accolse fraternamente fra il clero diocesano, sotto la sua protezione e nel 1872 gli affidò la cura della romita chiesetta del Santissimo Crocifisso, Signore della Città, nella periferia, che P. Angelico desiderava e aveva chiesto precedentemente.
Nel 1874 gli conferì l'incarico di insegnante di Lettere nel Seminario diocesano di Caltanissetta, aveva trentadue anni e per i successivi trentacinque  insegnò ai seminaristi con competenza e professionalità. Per loro compose una piccola grammatica latina, apprezzata anche da insigni professori dell'epoca.
Con grande senso di responsabilità iniziò la sua opera educativa fra i seminaristi, formando con l'esempio e la parola le nuove leve del clero diocesano, avviandole alla fedeltà al Vangelo e a radicare la loro vita sulla persona di Cristo. Tutti trovarono in Lui un vero padre e maestro, umile, semplice e discreto, che educava con la parola e la vita. Il seminario, allora, non disponeva di aule e P. Angelico insegnava nella sacrestia del Signore della Città. Aiutò i seminaristi più poveri, provenienti da fuori città, accogliendoli nella sua casa di Via Parrinello, dando loro vitto, alloggio, accoglienza paterna e lezioni gratuite. Sette seminaristi studiarono e alloggiarono gratuitamente in casa sua. Ad uno di essi, nisseno, ostacolato nella sua vocazione sacerdotale dalla famiglia per la povertà in cui si trovava, P. Angelico diede la possibilità di lavorare al mattino per aiutare i suoi, e nel pomeriggio lo preparò agli esami di ginnasio e liceo.
Sei anni dopo quel seminarista divenne un sacerdote pio e zelante: don Michele Gerbino, che lavorò in Curia per moltissimi anni e fu poi il primo successore di P. Angelico nella guida dell'Istituto Signore della Città.
Dalla scuola di P. Angelico uscirono anche vescovi sapienti, quali Mons. Giambro, Mons. Scarlata e Mons. Capizzi, e laici, onesti professionisti. P. Angelico, da vero maestro, plasmò un'intera generazione di sacerdoti con la sua cultura, le sue virtù velate da grande modestia e l'esempio della vita.

Leggeva i cuori e vedeva nel futuro
"Un'intera generazione di sacerdoti della nostra diocesi - scrive il discepolo, prof. don Ignazio La Nigra, nell'elogio funebre - ricordano con piacere gli anni passati alla sua scuole, dove apprendemmo ad amare lo studio e col suo esempio a praticare le virtù.
Tutti ricordano i motti soavi e spesso arguti, quando con sorriso bonario, posandoci una mano sul capo, su ciascuno di noi prediceva l'avvenire e le sue previsioni sempre si avverarono".
Ricordiamo soltanto alcune delle predizioni riguardanti i suoi alunni seminaristi.
"Padre Angelico, e di me che sarà?", chiese il seminarista Ganci di S. Caterina Villarmosa.
"Se non curerai anime, curerai certamente i corpi".
Queste testuali parole di P. Angelico furono riferite a Madre Annina Ragusa dallo stesso prof. Salvatore Ganci, colonnello medico e docente di Patologia Medica Dimostrativa nell'università di Roma.
"Metti in ordine la tua coscienza che è imbrogliata, come imbrogliato porti abbottonato il panciotto!", disse ad un seminarista che frequentava il quarto ginnasio. Allora i reverendini fra tonaca e camicia portavano il panciotto.
"Scopriamo - tutti dicono - osserviamo com'è abbottonato".
Il seminarista, sicuro di sé o meglio del suo ordine, sbottona la tonaca, i compagni curiosi l'aiutano e subito appare l'imbroglio: non c'era occhiello che corrispondesse al relativo bottone, un disordine autentico.
I reverendissimi canonici del Capitolo della Cattedrale godevano allora del privilegio del rocchetto e della mozzetta con cappuccio, della cappamagna con pelli di ermellino, dell'uso della bugia, della mitra, nonché dell'anello gemmato e anche del privilegio di portare una crocetta pettorale con la scritta "Quis ut Deus?".
"Tu un giorno avrai la crocetta!" disse sorridendo P. Angelico al seminarista Torregrossa. Preannunciarlo a uno dei molti seminaristi nisseni era un atto singolare: significa che sarebbe arrivato sicuramente alla meta del sacerdozio e che tra i molti sacerdoti sarebbe stato un privilegiato, perché scelto a godere dei canonicali privilegi.
Di fatti nel 1909 don Michele Torregrossa diveniva canonico effettivo e da quel giorno poteva fare risuonare il Duomo della sua voce tremolante.
Il nipote di P. Angelico, anch'egli cappuccino, P. Francesco Lipani, era di statura media, tarchiato e richiamava in chi l'osservava la manzoniana figura di azzecca-garbugli, unicamente per una caratteristica "voglia di lampone" sulla guancia.
"Dopo la mia morte tu ti secolarizzerai" gli preannunciò categorico un giorno lo zio. Cinque anni dopo la morte di P. Angelico, l'8 Dicembre 1925, P. Francesco donò il terreno e il fabbricato di cui disponeva al convento e, per questa donazione, due giorni dopo ottenne l'indulto di "esclaustrazione ad tempus". Era il primo passo.
Il 1 Settembre 1930 presentò domanda di secolarizzazione che fu accettata e il vescovo  l'accolse nel clero secolare il 2 Gennaio 1931.
Il frate tagliò e rase la barba, depose i sandali, sostituì il saio francescano con la tonaca nera e anche il nome di Francesco, era logico, con quello del secolo: don Salvatore. Ma i nisseni tutti continuarono a chiamarlo P. Francesco.
"Tu un giorno farai il carrettiere".
Sembrava che scherzasse il lepido professore e tutti risero di cuore pensando alla florida posizione economica del giovanetto. Vari decenni dopo i compagni di seminario lo videre guidare un mulo che trainava un carro.
Rovesci di fortuna - ci attesta Michele Giuliana - lo costrinsero a fare il carrettiere per potere vivere.
Un giorno don Michele Gerbino e don Michele Torregrossa si rievocarono spontaneamente nel salottino dell'Istituto la loro chiamata. Li ascoltava suor Giovanna, al secolo Daria Ragusa.
Erano adolescenti e giocavano con i fratelli Gurrera, Angelo e Michele, alle bocce alla "Stidda", alla periferia di Caltanissetta, fra S. Croce e via Xiboli.
Passò P. Angelico, li vide, si fermò e disse: "Questa sera vi aspetto all'Istituto del Signore della Città. Venite tutti e quattro. Vi aspetto".
"Che cosa vorrà? cosa ci dirà? perché vuole parlarci?". Dopo questi interrogativi cominciarono a fare l'esame di coscienza: "Ci rimprovererà? ma cosa abbiamo fatto? niente di male: andremo!".
La sera li accolse affabilmente e "Dovete studiare" disse. "Ma noi siamo avviati al lavoro, lavoriamo da apprendisti, non è possibile". "Dovete studiare" ripetè e continuò: "Sarete dei sacerdoti. Di giorno lavorerete e la sera verrete a scuola da me, gratis. Sarete dei buoni sacerdoti".
Furono veramente tutti e quattro sacerdoti buoni, anzi ottimi sacerdoti: quattro perle del clero nisseno.

La rinascita francescana
P. Angelico si occupò del Terz'Ordine Secolare, iniziato nel 1869 da P. Francesco da Sutera e, continuando l'opera, lo aggregò formalmente alla chiesa del Signore della Città.
Diede inizio alla formazione dei Terziari e delle Terziarie con la parola, l'esempio di vita e fondando "Lo Svegliarino", periodico che trattava argomenti di vita cristiana, francescana ed evangelica per tutti i fedeli e particolarmente per il Terz'Ordine Secolare. Istituì il "pane della carità" per i più poveri e, per alcune terziarie povere e senza tetto, adibì una piccola casa vicino la chiesa. Chiese per loro, di porta in porta, coperte e tutto il necessario per sollevarle dalla loro condizione di miseria, offrendo così una dignitosa abitazione.
Incrementò la devozione alla Madonna di Pompei, stimolando i Terziari e i cristiani alla recita quotidiana del rosario.
Terminata la rivolta anticlericale e massonica, i religiosi, ripresi i loro abiti, iniziarono la ricostruzione dei loro conventi.
Anche P. Angelico pensò di erigere un nuovo convento accanto alla chiesa di S. Michele alle Calcare, luogo dell'apparizione dell'Arcangelo.
Soffriva nel vedere i confratelli disorientati e voleva che tutti rientrassero nei loro conventi.
Con tale desiderio, l'8 Dicembre 1885 acquistò il terreno confinante con la chiesa di S. Michele; il 15 Ottobre del 1888 ancora un altro pezzo e il 20 Ottobre dello stesso anno benedisse la prima pietra. Il sogno cominciava a realizzarsi, nonostante la tenace resistenza di P. Daniele da Caltanissetta che, volendo portare i Cappuccini a S. Spirito, attaccò diverse volte P. Angelico, cercando di denigrare la sua figura.
Molti i debiti e le difficoltà, ma P. Angelico non si scoraggiò. Fiducioso nella Divina Provvidenza iniziò la non facile ricostruzione del Convento e, con l'aiuto di Dio, la sua tenacia e la generosità dei nisseni, dopo anni di stenti e sacrifici, la struttura fu completata e il convento aperto il 4 Dicembre 1904.
I confratelli riconobbero lo zelo di P. Angelico, e P. Antonino da Castellammare così ricorda la sua operosità: "Al nome di P. Angelico è unita inseparabilmente la fondazione del convento nuovo; egli lanciò la prima idea, comprò il terreno, ottenne la chiesetta e l'ospizio, pose la prima pietra, alzò le fondamenta e le prime abitazioni, vi raccolse e inaugurò la prima comunità".
Religioso esemplare, amato dai confratelli e stimato dai superiori, varie volte fu Guardiano, Lettore, Definitore provinciale ed Esaminatore Postsinodale della Diocesi.
Non volle mai accettare la carica di Provinciale, volle sempre occuparsi dei poveri ed essere il padre di tutti. Visse con i suoi confratelli nel nuovo convento per diversi anni.

Il Signore della Città
Quando nel 1872 P. Angelico entrò per la prima volta nella chiesa del Signore della Città, vide che nei muri l'intonaco si scrostava e mostrava lesioni e preoccupanti crepacci e che la volta aveva bisogno di immediato restauro.
Mirò l'annerito Crocifisso, il Signore della Città, che stava in alto, ma tra lo squallore delle pareti scalcinate, del pavimento sconnesso, degli altari nudi e come abbandonato.
Gli affiorò spontaneamente l'ardente invocazione: che vuoi da me, Signore?
Era la stessa invocazione del giovane Francesco d'Assisi in S. Damiano, davanti al Crocifisso.
Si ricordò delle parole udite del Poverello: Ripara la mia casa, e le considerò come rivolte in quel momento a se stesso ed iniziò l'opera di rafforzamento dei muri, del restauro della volta (1874), di rifacimento dell'intonaco (1877) e del pavimento. E nel 1897 provvide all'ampliamento, con il coro, e la nuova facciata in pietra di Sabucina.
Il suo contemporaneo, don Francesco Pulci, l'attesta: "restaurò le deperite fabbriche della chiesa".
Quando P. Angelico si accorse che era impossibile riavere l'antico convento cappuccino, perché definitivamente destinato ad essere ospedale civile e l'annessa chiesa, dedicata all'Immacolata, ridotta a semplice cappella, pensò di non fare perdere tutti i privilegi annessi alle chiese regolari.
"Con il consenso e l'autorizzazione del vescovo chiese ed ottenne dal ministre generale de sul ordine che fossero passati alla chiesa del Signore della Città tutti i privilegi e le indulgenze dell'ordine dei PP. Cappuccini" e ottenne dalla S. Sede un breve con cui veniva dichiarata chiesa francescana.
Attorno alla chiesetta iniziò una ricca fioritura di opere.
Riordinò la Compagnia del Ss. Crocifisso formata di zolfatari. Acquistò l'organo della chiesa di S. Sebastiano e una campana grande. Incaricò l'artista Gaetano Chiaramonte di Enna di scolpire l'elegante fercolo in stile barocco per la processione del Venerdì Santo e vi iniziò ed incrementò la devozione alla Vergine Ss. del Rosario di Pompei.

La Congregazione delle Suore Francescane del Signore della Città
La fede vissuta fu una caratteristica propria del cuore di P. Angelico, che seppe leggere e capire i segni del suo tempo, scoprendo la volontà di Dio in ogni avvenimento e impegnandosi concretamente a realizzarla.
Il suo apostolato, l'amore per i poveri, la sua carità operosa verso gli indigenti scaturivano dalla sua esperienza contemplativa.
Nel 1881, l'esplosione della miniera di Gessolungo aveva carbonizzato 66 persone, e 40 le aveva rese inabili. Dopo sei mesi circa, altri 50 minatori persero la vita nella catastrofe della miniera Tumminelli, mentre 43 ragazzini erano rimasti orfani: la città di Caltanissetta fu duramente provata da lutti, povertà, miseria e fame.
Lo stesso anno 1882 ricorreva il settimo centenario della nascita di S. Francesco d'Assisi. La città di Caltanissetta, per opera di Calogero La Paglia Sveglia e l'aiuto dei cittadini, volle celebrare questo evento di grazia con grande solennità. Per l'occasione venne costituito un comitato che si occupò delle famiglie più povere. Cibo e soccorsi vari giunsero a più di 300 famiglie e il centro operativo di questa iniziativa fu la chiesa del Signore della Città, ove P. Angelico pregava e lavorava, accudendo alla formazione umana e, soprattutto, spirituale dei Terziari e delle Terziarie.
Il Signore, intanto, gli manifestava la sua volontà. Illuminato dalla fede, dalla Parola di Dio e dallo Spirito Santo, il suo intuito paterno avvertì la necessità di occuparsi delle bambine orfane, senza pane e senza istruzione. Non fu una cosa facile a realizzarsi anche perché P. Angelico capiva che era necessario non solo sfamare e vestire quelle creature, ma urgeva molto di più impartire loro una sana educazione, una vera formazione e un'adeguata istruzione, e per questo era necessario un istituto che le accogliesse e delle persone generose e preparate che si dedicassero a questa missione. P. Angelico, confidando pienamente nella Divina Provvidenza e anche nella generosità del popolo nisseno, nel 1883 fece demolire le vecchie case attigue alla chiesetta del Signore della Città e sulle stesse fondamenta fece innalzare un piccolo edificio con due vani al piano terra e tre al primo piano.
Un articolo dell'epoca del settimanale "La Provincia" del 28 Febbraio 1886, così ne interpretò l'opera: "Nel 1883, affine di giovare alle famiglie povere della nostra città, venne in mente al Rev. P. Angelico Lipani di tentare la fondazione di un ricovero per le fanciulle orfane. Senza mezzi, senza valevoli appoggi, l'impresa era assai difficile. Non perciò si perdé d'animo il Lipani ma, fidando nella generosità dei nisseni, con la parola e con l'opera, s'impegnò per mettere in atto la nobilissima idea e vi riuscì, perché, raccolte alcune somme, nel Settembre dello stesso anno diede principio alla fabbrica di una modesta casa, la quale un anno dopo, il 4 Ottobre 1884, accolse le prime fanciulle". Sorse così l'Istituto "Signore della Città".
Nel piccolo e povero nascente istituto, all'ombra del Crocifisso, P. Angelico ricevette le prime dodici orfane, le più povere, le più abbandonate. Per la loro istruzione furono affidate alle signorine Filomena Licitri e Marietta Salomone e Concettina La Paglia, sostituite in seguito da Giuseppina Russo. P. Angelico capiva che era necessario pensare anche alla loro formazione spirituale, ed una educazione cristiana oltre che civile e umana. C'era bisogno di qualcuno che colmasse queste fanciulle di attenzioni e di cure materne, e tale missione poteva essere esplicata soltanto da anime votate totalmente al Signore.
A tal fine pregava affinché il buon Dio gli aprisse la via. Da tempo poggiava le sue speranze su una giovane terziaria che aveva preparato e guidato spiritualmente per anni: Giuseppina Ruvolo di Caltanissetta. Questa, ispirata da Dio, lasciò casa, genitori, tutto e si diresse al "Signore della Città" per rimanervi e prendersi cura delle piccole orfane. A lei si aggiunse Grazia Pedano, anch'essa terziaria nissena e figlia spirituale di P. Angelico. Insieme iniziarono la loro attività in favore delle fanciulle orfane il 10 Ottobre 1884. Il nascente istituto viveva di elemosine ed era sostenuto dalla generosità dei nisseni e di qualche famiglia agiata e benestante.
Tra queste emerse la Contessa Maria Adelaide Longo in Testasecca, anch'essa terziaria secolare, formata alla scuola di P. Angelico. Si distinse per l'amore e la generosità verso l'Istituto e volle che le orfane da dodici passassero a quindici in onore dei misteri del Rosario. Anima pia e devota della Vergine del Rosario di Pompei, protesse l'Istituto fino alla sua morte e ne fu una grande benefattrice.
Intanto P. Angelico, abbandonato alla Divina Provvidenza, guidato dallo Spirito, chiedeva di porta in in porta per le orfane dell'Istituto.
"Umile e discreto, la sua persona rivelava candore e grande semplicità" si legge nel testo di Rosso di San Secondo Banda Minicipale. Era l'uomo di tutti e tutto otteneva anche da persone di ideologie contrarie, o del tutto massoniche, che si convertivano e cedevano alle sue richieste in favore dei più poveri.
Le orfane, intanto, aumentavano; vari terziari e anche Giuseppina Ruvolo andavano alla questua per sostenere l'opera iniziata da P. Angelico che, come ogni opera di Dio, porta il vaglio della croce. Periodi umanamente tristi e dolorosi furono attraversati per la fondazione dell'Istituto e la ricostruzione del Convento; tutto P. Angelico affrontò con coraggio per aiutare i poveri, fiducioso nella Provvidenza, nell'aiuto di Dio che non manca mai.
L'ideale di P. Angelico era quello di formare una comunità di religiose che avrebbero continuato la sua opera in favore dei poveri e delle orfane abbandonate.
Il Signore lo esaudì e il 15 Ottobre 1885, ai piedi del Crocifisso, Giuseppina Ruvolo e Grazia Pedano si consacrarono al Signore con un "si" generoso, nella fedeltà e nell'amore. Dopo che P. Angelico ebbe recise le loro trecce, deposti gli abiti secolari, indossarono una ruvida tunica, cinsero i fianchi col cordone e la corona francescana e coprirono il capo con un velo bianco, simbolo di umiltà e di modestia.
Le orfanelle assistettero felici al rito e iniziarono a chiamarle Suor Giuseppina e Suor Grazia.
Le due prime suore diedero il meglio di sé per il Signore e per le orfane. Dopo alcuni anni Suor  Giuseppina rimase sola, perché Suor Grazia, per motivi familiari, dovette tornare a casa.
Poco dopo avvenne anche la morte del padre di Suor Giuseppina.
Ma la prova più dura per P. Angelico fu quando Suor Giuseppina, l'unica suora, all'età di 52 anni e, da lui stesso assistita, moriva il 9 Agosto del 1891.
Sembrò veramente la fine. Ma il Signore conduce la nostra vita e la nostra stessa storia. P. Angelico pregava, soffriva e offriva, sperando fiducioso nell'aiuto di Dio, abbandonato alla sua volontà. Voleva identificarsi a Cristo povero e crocifisso ed era convinto che "se il seme non marcisce e muore, non può dare frutto" (Gv 12,24). E ben presto i frutti maturarono. Nel 1892 tre delle quindici ragazze, ormai grandi e in grado di fare le loro scelte, si presentarono a P. Angelico, pregandolo di accettarle per essere suore. Meravigliato sorrise, le incoraggiò, le esortò a pensare, a riflettere bene, a pregare molto e a sapere attendere. Ottenuto il consenso del vescovo, P. Angelico le accettò come postulanti per passare poi al noviziato. Dopo un breve periodo ricevettero l'abito religioso delle Terziarie Francescane e il velo bianco dalle mani del Fondatore, che trasmise loro il suo Carisma e la formazione iniziale in preparazione dei Voti.
Vincenza Guarneri, Lucia Tuzzé e Rachele Marotta assunsero i nomi di Suor Veronica da Resuttano, Suor Chiara da Bompensiere e Suor Angelica da Piazza Armerina. Un anno dopo, dalle mani di P. Angelico emisero i voti e formarono la prima Comunità delle Suore Terziarie Francescane.
Il vescovo Mons. Guttadauro il 5 Aprile 1896 designò Suor Veronica come Superiora della Comunità, Suor Chiara Maestra delle Novizie, Suor Angelica Economa e P. Angelico Direttore dell'Istituto, preludio della futura approvazione diocesana.
Il Signore benediceva P. Angelico e la sua Congregazione che cresceva sempre di più. Altre sorelle si aggiunsero alle prime e alla scuola di P. Angelico: Suor Agnese, Suor Elisabetta, Suor Margherita.
Il 4 Ottobre 1899 P. Angelico ricevette dal vescovo Mons. Ignazio Zuccaro l'attestato di approvazione dell'Istituto. Ne ringraziò il Signore e sentì che la Congregazione era ormai avviata.
Per le suore di allora e di oggi P. Angelico scrisse la Regola e le Costituzioni che definiscono il progetto ascetico e formativo della Congregazione, punto di riferimento per ciascuna e per tutte e proposta per accogliere e vivere il Carisma da lui ricevuto.

La Spiritualità di P. Angelico
La devozione a Gesù Eucaristia è una caratteristica della santità di P. Angelico: trascorreva ore davanti al Tabernacolo, celebrava con grande devozione la Santa Messa. Dai documenti si rileva che ogni giorno, di buon mattino, con il caldo e con il freddo, con il vento e con la pioggia, a piedi, si recava dal Convento all'Istituto e, prima che le suore andassero a pregare, era lì per partecipare alle loro preghiere.
Anima contemplativa, voleva che le suore imparassero a pregare e a contemplare e che dal Mistero Eucaristico attingessero alimento, forza, vitalità e stimolo per il cammino spirituale nella loro vita di consacrate.
Il grande amore che nutriva per Gesù Crocifisso alimentava nell'animo del Fondatore il desiderio di conformità a Lui. Il duro quotidiano era un dono d'amore e di predilezione da parte del Signore e, con grande spirito di fede, lo affrontava serenamente. Minorità, semplicità, vita fraterna, amore ai più poveri, apostolato, tutto compendiò nella Regola di vita e nelle Costituzioni, desideroso che le sue figlie vivessero e praticassero ogni norma con amore e francescana letizia.
Era pienamente convinto che il futuro della Congregazione sarebbe dipeso principalmente dalla profonda formazione dei suoi membri.
Il Prof. Borzomati in un suo scritto lo definisce "contemplativo itinerante", frase che delinea perfettamente la personalità di P. Angelico e la sua profonda spiritualità: umile, pio, devoto, discreto nel suo modo di parlare e di agire, unito al Signore anche nell'attività. La sua azione apostolica e caritativa è un riflesso della sua profonda vita interiore.
"Devotissimo della Ss. Vergine, la chiamò unica sua speranza, l'invocò sua Madre, la onorò e ne promosse il culto" (P. Francesco da Baucina). Ogni giorno recitava il Rosario e lo raccomandava alle sue figlie e ai terziari. Il quadro che si trova nel Santuario del Signore della Città è una testimonianza del suo amore verso la Madonna di Pompei.
Fu confessore e direttore spirituale stimato e ricercato per le sue doti umane e spirituali; accolse paternamente tutti, ricchi e poveri, senza alcuna distinzione, pronto sempre ad ascoltare, a consigliare saggiamente, esortando al bene a confidare in Dio.
Ispirava fiducia, dava serenità alle anime e convertiva i cuori più induriti con la forza dello Spirito che agiva in lui.
Don Ignazio La Nigra così scrisse di lui: "Fu sempre assiduo al tribunale della Penitenza, intento a catechizzare i poveri, ad istruire gli ignoranti, specialmente della classe operaia, e a beneficare tutti. Un sacerdote così buono e zelante della salvezza delle anime non poteva non attirare l'ammirazione di tutti e la stima dei buoni che vedevano in lui il sacerdote secondo il cuore di Dio. Non rifiutò mai la sua opera religiosa, dovunque egli fosse chiamato e, con grande zelo, disimpegnò la carica di moderatore delle coscienze delle vergini consacrate a Dio nei diversi Istituti religiosi della città".
Fu direttore spirituale delle religiose del Collegio di Maria, confessore e direttore di persone nobili di Caltanissetta che lo cercavano per la sua saggezza e bontà, e confessore e direttore del Ven. P. Gioacchino La Lomia che, a Canicattì, costruì il Convento Cappuccino e visse con grandissima fama di santità presso tutto il popolo siciliano.
Il Prof. Salvatore Ganci così ricorda P. Angelico: "Fu il mio maestro e confessore. Ricordo ancora con gratitudine i suoi preziosi consigli che contribuirono non poco alla formazione del mio carattere: non avvilirsi nelle avversità, confidare nella provvidenza divina e seguire con tenacia e costanza l'aspirazione che è la via suggerita dalla propria coscienza e dalla interiore capacità, la via della perfezione predisposta da Dio".
Mons. Bernardo Re, cappuccino, vescovo di Lipari, così delineò la figura di P. Angelico: "Paterno, dal tratto signorile, guida saggia e prudente, esperto moderatore delle anime".
P. Angelico, coinvolto dall'amore di Cristo per i peccatori, volle che incontrassero Cristo in lui, nell'esercizio del suo ministero. Bisognoso come tutti di misericordia, era stato scelto da Cristo Gesù per donare misericordia.

Gli ultimi anni e la morte
P. Angelico rimase nella sua celletta del Convento di S. Michele per diversi anni e ogni mattina si recava a piedi all'Istituto per celebrare e poi guidare, consigliare e sostenere la Comunità. Preoccupandosi dei problemi di ogni giorno. Poi tornava al suo convento.
Il 27 Marzo 1912 la morte del cugino P. Gaetano Lipani lo fece tanto soffrire e la sua salute cominciò a venir meno. Un brutto male minacciava il suo fisico, distruggendolo, poco a poco, inesorabilmente.
Le fatiche, le preoccupazioni, il peso degli anni cominciarono a farsi sentire. Colpito da una paralisi progressiva dovette lasciare con dolore ogni attività. Da vero figlio di S. Francesco accettò tutto dalle mani di Dio come un dono. Sofferenze fisiche e morali lo rendevano simile al Crocifisso, che tanto amava e a cui voleva identificarsi.
Il convento, purtroppo, non aveva personale sufficiente per accudire alla sua persona ammalata e bisognosa di cure. Consigliato dai confratelli e costretto dalla necessità, chiese il permesso al Provinciale per essere accudito dalle sorelle a casa sua. Ottenne il permesso e, a malincuore, lasciò il convento che con grandi stenti e tanto amore aveva fatto costruire.
Pronunciò il suo fiat alla volontà di Dio e da quel momento la sua vita fu un continuo e silenzioso olocausto. Il Signore volle che bevesse il calice fino in fondo.
La fondazione dell'Istituto gli era costata lavoro, richieste di denaro, prove e umiliazioni, sofferenze e lacrime. Paralitico, ricevette la notizia dal Can. don Michele Gerbino, che il Prefetto e il Vescovo avevano ordinato la chiusura dell'Istituto del Signore della Città. Fu un colpo durissimo che lo prostrò profondamente. Vide crollare nel nulla i sacrifici di un'intera vita. Si rifugiò nella preghiera e nell'abbandono fiducioso a Dio; prostrato e tremante ai piedi del letto, pregò a lungo il Crocifisso, la Vergine Santissima e, con voce tremante e gli occhi intrisi di lacrime, disse a don Michelino Gerbino che era lì: "L'Istituto non deve chiudersi. Recati ora stesso dal vescovo, assicuralo e pregalo, a nome mio, di revocare l'ordine". Don Michele e altre tre terziarie secolari: Maria Adelaide Testasecca, Maria Stella D'Ajala Bartoli e Cristina Ajala Adonnino si recarono dal vescovo che li accolse e li ascoltò e si rese conto della situazione. A don Gerbino consegnò un biglietto con la revoca del decreto. Questi lo portò alla Prefettura e poi corse a dare la lieta notizia a P. Angelico. Il Signore aveva esaudito la preghiera fiduciosa del santo fondatore e l'Istituto non si chiuse.
Le sofferenze continuarono fino alla fine; Dio prova coloro che ama: lo si accusò di aver danneggiato i confratelli e il convento per favorire le sue suore. Si chiedevano i motivi della sua permanenza a casa presso le sorelle. Lo si voleva costringere a chiedere l'esclaustrazione e a secolarizzarsi, proprio lui che tanto amava l'abito e la sua vocazione francescana.
Abbandonato da tutti, confratelli e superiori, solo il vescovo Mons. Antonio Augusto Intreccialagli comprese la sua situazione. Scrisse al Provinciale, difendendo P. Angelico ed esortandolo a recarsi personalmente dal frate per rendersi conto dello stato delle cose. Ma ormai P. Angelico era maturo per il Cielo e con grande serenità affidò tutto al buon Dio. Bramava solo di essere santo.
Il Can. La Nigra così lo descrisse: "Dal volto emaciato, dalle mani scarne, rattrappite e tremanti, dal corpo magro e inerte trasparivano le sue immense sofferenze; eppure gli occhi e il labbro sorridevano del sorriso dei santi
Ed io, che per dovere di riconoscenza, essendo suo antico discepolo, e per l'affetto e la venerazione che nutrivo per lui, lo visitavo di tanto in tanto, lo trovavo sempre calmo e sereno, e spesso piacevole, arguto e scherzevole, come quando era sano e pieno di vigore.
Anche ammalato continuò a dirigere l'Istituto e a dare il suo saggio e prudente consiglio a chi lo domandava e la parola dolce del conforto e del perdono di Dio.
Così continuò per otto anni".
Chi entrava nella decorosa casa Lipani in Via Mussomeli e si intratteneva con il venerando infermo non tardava a scoprire che lo spirito del paralitico vecchietto s'innalzava a Dio sempre più, di giorno in giorno. Si poteva formare una prima idea della santità e raffigurarla ad una vetta altissima rasentante il Cielo, rivestita del candore della neve e luminosa dello splendore del sole.
Quel viso pallido, sereno, quegli occhi celesti e limpidi riflettevano il Cielo.
Anche quel giorno, 9 Luglio 1920, nel tardo pomeriggio giunsero alcune suore assieme alla superiora Suor Angelica e il discepolo prediletto, don Michele Gerbino.
Ormai da quattro giorni non si alzava più dal letto. Era esausto di forze, ma sentiva il bisogno di parlare o, meglio di esortare le suore, che sembravano ansiose di riudire la voce paterna e di cogliere dalle sue labbra parole di luce per il loro cammino.
Nel silenzio vespertino si udì nella camera la sua voce lenta, flebile e distinta: "Fatevi sante. Praticate la povertà, la castità, l'ubbidienza. Osservate la regola".
Per tre volte ripeté l'invito, la sua voce veniva fuori quasi a stento, con sforzo e sommessa: "Fatevi sante, vi voglio tutte sante per come santo voglio essere io".
"Non si affatichi, Padre, basta: si calmi" disse la superiora alzandosi e con lei Suor Francesca, Suor Ignazia e tutte si misero in ginocchio intorno al letto.
"Promettiamo - continuò emozionata - le promettiamo di farci tutte sante!".
Le guardò il Fondatore compiacente e poi, sospirando, soggiunse: "Voglio andare in Paradiso".
Era già sera. Le suore zitte e sollecite attraversarono le antiche e strette vie della città e, quando la campana del monastero di S. Croce suonò a tocchi gravi l'Ave Maria, insieme pregarono e continuarono a discendere verso l'Istituto per recare alle altre consorelle il paterno messaggio di santità.
Immobile sul letto, vestito del suo saio di cappuccino, il quasi ottantenne vecchietto dai capelli bianchi e dagli occhi chiari, da qualche ora teneva giunte le mani rattrappite e di color avorio; non pensava che al Paradiso e il viso scarno si era un po' colorito: era la vera immagine del candore!
Le sue predilette, le suore, erano tornate per vegliare e anche l'affezionato don Gerbino; erano presenti alcuni cugini, il diletto nipote Vincenzo con la moglie e, seduti vicino al letto, l'amata sorella Teresa e il nipote cappuccino. Non pensava ad essi il venerando frate ma ai santi e agli angeli del Cielo.
Era già notte quando ad un tratto divenne pallido pallido in viso, chiuse gli occhi, mosse le labbra, pronunciò sommessamente i nomi di Gesù e Maria come il nipote dolcemente suggeriva e mosse e reclinò il capo come per abbandonarlo a se stesso.
Stavano tutti in ginocchio; in piedi la sorella lo guardava e tratteneva a stento il singhiozzo accanto al nipote che con voce emozionata continuava a pregare.
Il calendario segnava il giorno: venerdì 9 Luglio 1920 e le lancette dell'orologio a pendolo le 21, l'ora in cui l'anima di P. Angelico dalla terra saliva "nella chiarezza della intramontabile luce dei santi".
Quando le campane suonarono a morto la ferale voce: "E' morto il cappuccino del Signore della Città, il santo P. Angelico" si diffuse di casa in casa, fu come se una persona fosse morta in ogni famiglia.
Nei tuguri i poveri piangevano il loro benefattore, nei palazzi i nobili e i ricchi il loro sapiente consigliere e nell'Istituto le orfanelle e le suore il loro padre.
I funerali austeri si celebrarono in Cattedrale, con la partecipazione dell'Arcivescovo di Monreale il Ven. Mons. Antonio Augusto Intreccialagli, grande amico di P. Angelico.
Dinanzi alla folla immensa furono il Can. Ignazio la Nigra e P. Francesco da Baucina a ricordare la figura e l'opera del santo cappuccino.
P. Angelico è sopravvissuto nei cuori dei nisseni, i quali chiesero e con insistenza richiesero che le sue venerate spoglie una più onorata sepoltura e che riposassero nella Chiesa del Signore della Città, all'ombra di quel Crocifisso che aveva tanto amato. Finalmente il 19 Ottobre 1947 il corpo di P. Angelico dal Cimitero di S. Maria degli Angeli venne traslato nella Chiesa del Signore della Città, dove oggi riposa.


Fonte:
www.angelicolipani.weebly.com

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Aggiunto/modificato il 2021-02-05

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