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Servo di Dio Pedro María Ramírez Ramos Sacerdote e martire

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Huila, Colombia, 23 ottobre 1899 - Armero, Colombia, 10 aprile 1948

Padre Pedro María Ramírez Ramos, il «martire di Armero», fu ucciso a 44 anni il 10 aprile 1948, il giorno dopo di un’altra tragica uccisione per la nazione sudamericana, quella del politico cattolico liberale Jorge Eliecer Gaitán, candidato alle presidenziale del 1950. Quel 10 aprile è ricordato come il giorno di «El bogotazo», il primo grande e sanguinoso scoppio di violenza del periodo che prese appunto il nome di «La Violenza», una guerra civile durata decenni in cui morirono almeno 300mila colombiani e che vide opposti liberali e conservatori con una ferocia inaudita. Il 20 maggio 2016 i Consultori Teologi della Congregazione delle Cause dei Santi si sono espressi positivamente sul martirio in odium fidei del Servo di Dio.



Il Parroco conservatore capro espiatorio della violenza politica 

68 anni fa Padre Ramírez Ramos fu linciato da un folto gruppo di sostenitori liberali di Armero-Tolima poiché ritenuto «un conservatore fanatico e pericoloso». Come se non bastasse, 37 anni dopo l’omicidio, il Sacerdote venne accusato di essere «colpevole» della tragica valanga del 13 novembre 1985, che causò oltre 20mila morti, perché avrebbe maledetto il Paese poco prima di morire.
Padre Pedro María Ramírez Ramos nacque il 23 ottobre 1899 nel Municipio di Huila. Quando aveva solo 16 anni entrò nel Seminario di «María Inmaculada en Garzón» il 4 ottobre 1915. Nel 1920 si ritirò dal Seminario ma otto anni più tardi fece rientro in quello di Ibagué (Tolima). Fu ordinato Sacerdote nel 1931 all’età di 31 anni. L’allora vescovo di Ibagué, monsignor Pedro Martínez, lo nominò Parroco di Chaparral (1931), di Cunday (1934), di Fresno (1943) e finalmente di Armero-Tolima.
Il 9 aprile 1948 padre Pedro si trovava nell’ospedale del Paese in visita a un malato, quando arrivarono da Bogotà le prime notizie dell’uccisione del candidato liberale Pedro Eliecer Gaitán e dell’immediato scoppio di un’ondata di violenza terrificante. Armero-Tolima non fu, purtroppo, risparmiata dalla marea che andava montando in tutto il Paese e che vide contrapposti, da subito, i liberali, sostenitori di Gaitán, e i conservatori che si riconoscevano nel presidente Mariano Ospina Pérez (1946-1950). 

L’arresto e il linciaggio 

Negli incidenti di Armero-Tolima gruppi di facinorosi provarono ben presto ad aggredire padre Pedro Maria, poiché si riteneva che fosse vicino ad ambienti conservatori, ma lui riuscì a trovare riparo nella chiesa. Le suore del convento adiacente (Mercedarias Eucarísticas) e alcune famiglie offrirono al Sacerdote aiuto per fuggire dal Paese durante la notte ma lui rifiutò con decisione l’offerta. Il 10 aprile, nel pomeriggio, un folto gruppo di liberali profanò la chiesa e il convento chiedendo «la consegna delle armi nascoste». Quando verificarono che le presunte armi non c’erano decisero di arrestare padre Pedro Maria il quale venne portato subito sulla piazza centrale e qui fu linciato e il suo cadavere colpito con un machete. Il corpo martoriato del Sacerdote restò in piazza per alcune ore e solo a mezzanotte la salma fu trascinata all’ingresso del cimitero. Il corpo del Prete fu lasciato in un fosso, senza l’abito talare e senza che venisse collocato in una cassa mortuaria, furono inoltre impediti riti religiosi. Quando alcune autorità di Bogotà arrivarono ad Armero, si era già al 21 aprile, fu autorizzata l’autopsia e una sepoltura cristiana rispettosa. Quasi un mese dopo i parenti poterono portare la salma al cimitero di La Plata, paese natale del presbitero, e d’allora questa tomba è divenuta luogo di pellegrinaggi.

Il racconto del gesuita Juan Álvarez Mejía 

Nel suo libro «Una víctima de la revolución de abril» il gesuita Juan Álvarez Mejía racconta: «dopo l’uccisione di Jorge Eliécer Gaitán gran parte del popolo liberale di Armero si alzò contro le autorità esigendo la rinuncia del Presidente Mariano Ospina Pérez. I violenti accusavano anche la chiesa cattolica ritenendo che fosse complice dei conservatori e contraria all’insurrezione poiché invitava alla calma e alla non-violenza.
Verso le 14.30 del 9 aprile un folla aggressiva, armata, e con la partecipazione di non poche persone ubriache tentò di arrestare padre Pedro Maria ma suor Miguelina, con decisione, riuscì ad impedirlo. Gli assalitori distrussero molte cose della chiesa, della canonica e del convento. Padre Pedro Maria si negò a fuggire dal Paese nonostante le accorate richieste dei suoi parrocchiani e amici. 
Il 10 aprile, come sempre celebrò la Messa molto presto, confessò un malato in ospedale e fece visita ai 170 carcerati. Prima di mezzogiorno consegnò alle suore le ultime ostie del tabernacolo conservando per sé solo una». 

Un breve testamento 

Poi, con una matita scrisse il suo testamento con questa intestazione: «Voluntad del Pbro. Pedro Ma. Ramírez Ramos, a la Curia de Ibagué y a mis familiares de La Plata». Nel documento si legge dopo: «Da parte mia desidero morire per Cristo e nella sua fede. A S. E. il signore vescovo esprimo immensa gratitudine poiché senza meritarlo mi fece diventare Ministro dell’Altissimo, sacerdote di Dio, e ora parroco di Armero, popolo per quale voglio versare il mio sangue. Un ricordo speciale per il mio direttore spirituale, il santo padre Dávila. Ai miei famigliari dico che sarò il primo nell’esempio che loro devono seguire: morire per Cristo. A tutti, con affetto speciale, guarderò dal cielo. La mia gratitudine profonda per le sorelle eucaristiche. Dal cielo intercederò per loro, in particolare per la Madre superiora Miguelina. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Armero, 10 aprile 1948».

Le ultime ore 

Padre Juan Álvarez Mejía così racconta le ultime ore di Pedro María Ramírez Ramos: «Quando all’esterno la folla che era arrivata inferocita fino alle porte del convento cominciò a urlare “consegnate il Prete oppure morirete tutte” le religiose spaventate fuggirono attraverso i tetti. Padre Ramírez Ramos a quel punto restò solo e quindi venne arrestato. Tra insulti e colpi fu portato fino alla piazza dove, senza nessun tipo di accusa o giudizio, fu in pratica consegnato a una folla di mille persone circa, uomini e donne esaltati, e tra loro non pochi ubriachi. Gli atti della prima indagine della giustizia confermano ciò che è accaduto verso le 16,30 del 10 aprile 1948. Questi documenti, in base a numerose testimonianze, confermano che il cadavere del sacerdote fu abbandonato all’ingresso del cimitero con l’aiuto anche di alcune prostitute e loro misero la salma martoriata e seminuda in una fossa dove restò fino all’esumazione, alcuni giorni dopo, ordinata per fare l’autopsia. 
Quando, settimane dopo, la bara del sacerdote fu trasportata da Armero al paese natale, La Plata, lungo il percorso - Ibagué, Espinal, Neiva e Garzón - migliaia di persone lo piansero e da subito cominciò una venerazione mai venuta a meno».

Padre Ramírez Ramos: memoria e monito 

Sulla possibile beatificazione del «martire di Armero» per ora non esistono riscontri ufficiali. Tale evento resta un’ipotesi e soprattutto un desiderio dei cattolici colombiani. Il suo sacrificio, assurdo e doloroso, segna col sangue innocente l’inizio, quasi 70 ani fa, di un lungo periodo di guerra intestina che solo ora e con grande difficoltà questa nazione, tra le più cattoliche dell’America Latina, incomincia a superare. Gli «Accordi di pace» con l’ex guerriglia delle Farc sono una punto di partenza solido e consistente, ma non sono sufficienti. Si deve chiudere anche il negoziato con l’altro gruppo armato, l’Esercito di Liberazione nazionale e si devono pacificare gruppi e bande paramilitari. Soprattutto deve cambiare il clima e la cultura locale, dove per troppo tempo ha avuto diritto di cittadinanza l’uso facile e criminale della violenza. Tornare con la memoria ai primi sacrificati sull’altare dell’odio e della morte - Jorge Eliecer Gaitán e padre Pedro Maria Ramírez Ramos - è anche un monito per il futuro e per la ricerca della pace vera e duratura. Papa Francesco, se così farà, beatificando il «martire di Romero», lancerà ai colombiani, in quest’ora così delicata e fondamentale, un potente messaggio di riconciliazione e dialogo.
Riconoscere la santità di un discepolo di Cristo, per di più martire, è sempre un atto di amore e carità e perciò non possono essere dimenticate le riflessioni di papa Francesco, il 25 giugno 2016, ad Erevan (Armenia): «Perché solo la carità è in grado di sanare la memoria e guarire le ferite del passato: solo l’amore cancella i pregiudizi e permette di riconoscere che l’apertura al fratello purifica e migliora le proprie convinzioni. (...) La memoria, attraversata dall’amore, diventa infatti capace di incamminarsi per sentieri nuovi e sorprendenti, dove le trame di odio si volgono in progetti di riconciliazione, dove si può sperare in un avvenire migliore per tutti, dove sono “beati gli operatori di pace” (Mt 5,9). Farà bene a tutti impegnarsi per porre le basi di un futuro che non si lasci assorbire dalla forza ingannatrice della vendetta; un futuro, dove non ci si stanchi mai di creare le condizioni per la pace: un lavoro dignitoso per tutti, la cura dei più bisognosi e la lotta senza tregua alla corruzione, che va estirpata».


Autore:
Luis Badilla - Francesco Gagliano


Fonte:
Vatican Insider

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Aggiunto il 2017-04-23

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