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> Home > Sezione Servi di Dio > Servo di Dio Giampietro da Sesto San Giovanni (Clemente Recalcati) Condividi su Facebook Twitter

Servo di Dio Giampietro da Sesto San Giovanni (Clemente Recalcati) Sacerdote cappuccino

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Sesto San Giovanni, Milano, 9 settembre 1868 Fortaleza, Brasile, 5 dicembre 1913

Clemente Recalcati, nativo di Sesto San Giovanni, entrò tra i Frati Cappuccini col nome di padre Giampietro e pregò a lungo la Madonna per ottenere la grazia di partire missionario. Destinato al Maranhão, nel Nord-Est del Brasile, s’impegnò nelle missioni al popolo e nell’evangelizzazione itinerante, ma poi ricevette incarichi più sedentari. Nel 1901, dopo il massacro di Alto Alegre, nel quale persero la vita anche quattro suoi confratelli, dovette sostituire il superiore della comunità cappuccina. Riuscì a far rinascere la missione e fondò, per l’istruzione nelle scuole, le Suore Missionarie Cappuccine di San Francesco d’Assisi. Morì per una grave malattia il 5 dicembre 1913. La fase diocesana del suo processo di beatificazione, svoltasi nella diocesi di Fortaleza dal 18 settembre 1997 all’8 settembre 2004, è stata convalidata il 29 aprile 2005. Da allora la causa procede nella sua fase romana. I resti mortali di padre Giampietro Recalcati sono conservati venerata nella cappella della casa generalizia delle Suore Missionarie Cappuccine di San Francesco d’Assisi a Fortaleza.



«Va’, figlio mio, va’, se i tuoi superiori ti mandano, parti con il cuore gioioso, perché il principale dovere di un frate è di obbedire», gli dice mamma, invece di piangere come si temeva. E così il cappuccino fra Giampietro Recalcati da Sesto San Giovanni, che ha chiesto con insistenza alla Madonna la grazia di partire missionario, raggiunge il Nord-Est del Brasile, precisamente il Maranhão, dopo 15 giorni di navigazione e altri 15 di viaggio su terra.
All’arrivo, in modo inaspettato, lo attende una polinevrite, superata grazie alla sua robusta fibra di giovane ventiseienne. Appena ristabilito, eccolo pronto a predicare, sembra con successo, le sue prime “missioni al popolo”, ma dà il meglio di sé, in modo particolare, nelle faticose e sfibranti “desobrighe”, cioè l’evangelizzazione itinerante fatta a dorso di mulo tra le “periferie” della sua missione, come egli annota, «sempre da solo e molto poco aiutato dai singoli parroci».
Sono esattamente nove mesi di fatica improba, nei quali i risultati non mancano, registrando «2.004 battesimi, 1.166 matrimoni, 17.114 comunioni, 30.387 cresime, più la sistemazione di cimiteri e cappelle»; malgrado tutto, con «sempre buona salute, anche se in seguito sentii forti disturbi allo stomaco».
A stoppare il proficuo, seppur faticoso, lavoro missionario ci pensano i superiori, che gli affidano altri incarichi più sedentari, prima a São Luis e poi nel convento del Carmo. Con la solita franchezza, confida al suo diario che «con non piccolo dispiacere ho dovuto abbandonare la desobriga in cui provai grandi consolazioni. Volendo essere sincero, era mio desiderio continuare…».
La pace che comunque prova, facendo anche in questo la «volontà del Signore», è profondamente scossa il 13 marzo 1901 da un terribile fatto di sangue, passato alla storia come il massacro di Alto Alegre: una mattanza compiuta dagli indios, in cui perdono la vita, oltre a circa 260 cristiani, quattro cappuccini, un laico francescano, una terziaria e sette suore, tra cui la ventisettenne suor Eleonora Tassone di Peveragno.
Nello sconvolgimento generale dei superstiti, a farne le spese maggiori è il superiore della missione, colpito da amnesia e pertanto reso inabile al suo ruolo, al quale occorre trovare in fretta un sostituto. Che i Superiori individuano nel padre Giampietro, in quattro e quattr’otto investito a 33 anni di una grande responsabilità. «Il superiore è fratello tra i fratelli. Non può essere che un papà comprensivo che scopre le necessità dei suoi figli»: ecco lo stile e il programma del suo nuovo incarico.
Riesce ad ottenere dall’Italia non solo il rimpiazzo dei missionari trucidati, ma addirittura ulteriori forze, fresche ed entusiaste, che subito si mettono all’opera per far rinascere una missione così duramente colpita e, intanto, estendere l’attività missionaria nelle zone circostanti.
I risultati non tardano ad arrivare, se anche le autorità civili sono costrette ad esprimere la loro ammirazione per le colonie agricole gestite con metodi (all’epoca) d’avanguardia, per le nuove scuole e per i collegi in piena attività. Unico “nervo scoperto”, la gestione delle scuole femminili, per le quali servono suore, di preferenza con spiritualità francescana.
Così, non trovandone “sul mercato”, (anche perché l’unica congregazione che sembrava interessata ritira la sua disponibilità all’ultimo momento), se le crea di suo gusto, facendo arrivare dallo Stato del Ceará cinque catechiste, cui impone il sacro abito. Nascono così, nel 1904, le suore Missionarie Cappuccine, che dovranno «vivere nella Chiesa il Vangelo di Gesù Cristo a somiglianza di San Francesco d’Assisi, dedicandosi specialmente ai più poveri e bisognosi» e che oggi sono più di 300.
Padre Giampietro, riconfermato superiore della missione nel 1906 e poi ancora nel 1912, trova anche il tempo di ammalarsi seriamente di vaiolo, per essersi speso con troppa generosità e senza troppe precauzioni, nel soccorrere i malati di Belém durante l’epidemia del 1904.
Nel 1913, a soli 45 anni, deve arrendersi di fronte ad un brutto male con dolori lancinanti, cui si aggiungono una nefrite e tre interventi chirurgici, morendo infine il 5 dicembre. «È morto un apostolo eccezionale! Il suo grande ed eroico amore per i poveri e i più bisognosi non morirà mai!», scrive il vescovo di Belém.
E ha ragione, perché, alla fine, nel 1996 inizia la causa per la sua beatificazione.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto il 2016-10-29

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