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Madre Ledovina Maria Scaglioni Cofondatrice delle Figlie dell’Oratorio

Testimoni

Ponteterra, Mantova, 2 luglio 1875 – Lodi, 13 maggio 1961

Ledovina Maria Scaglioni, nata a Ponteterra in provincia di Mantova, entrò giovanissima nell’Istituto delle Figlie dell’Oratorio, appena fondate da don Vincenzo Grossi per la collaborazione ai parroci nell’educazione cristiana delle giovani. Fu la prima Madre generale eletta di questo istituto: nei suoi anni di governo ne curò il consolidamento e l’espansione, attese con sollecitudine materna alla formazione delle suore e assistette alle prime fasi del processo di beatificazione del fondatore, poi canonizzato nel 2015. Morì a Lodi, nella Casa madre e generalizia delle Figlie dell’Oratorio, il 13 maggio 1961. I suoi resti mortali riposano nella tomba dell’Istituto nel cimitero di Lodi.



Famiglia e primi anni
Ledovina Maria Scaglioni (ma negli atti del Battesimo è indicata come Ludovina) nacque a Ponteterra, in provincia di Mantova, il 2 luglio 1875, da Giuseppe Scaglioni e Rosa Riboldi, contadini. Era la terza di tredici figli, di cui solo cinque raggiunsero l’età adulta.
Il padre, oltre che nel lavoro dei campi, era anche impegnato come falegname e muratore e Ledovina l’aiutava perché la sorella maggiore, Geronima, era addetta alle faccende di casa. Frequentò le scuole elementari in paese, poi s’iscrisse a un corso presso la Scuola tecnica di Casalmaggiore percorrendo, anche d’inverno, due chilometri a piedi.

L’incontro con don Vincenzo Grossi
Da alcune sue amiche seppe di un corso di Esercizi spirituali predicati a Maleo da don Vincenzo Grossi, parroco di Vicobellignano, a cui avrebbero partecipato. Ledovina, anche se più giovane di loro, voleva essere presente. Dopo il consenso ottenuto dai genitori, per poter disporre della somma di denaro necessaria per il viaggio, ottenne dalla madre di poter tenere da parte un uovo al giorno di quelli che le galline di casa deponevano, così da venderli.
Con meraviglia delle altre ragazze, non si limitò ad accompagnarle alla stazione, ma salì con loro sul treno. All’epoca aveva 16 o 17 anni, ma probabilmente aveva conosciuto don Grossi ancora prima, durante una visita con le amiche nella sua parrocchia.

L’Istituto delle Figlie dell’Oratorio
Don Vincenzo Grossi si era reso conto della situazione di abbandono in cui si trovavano le ragazze nelle parrocchie di campagna, ma anche delle difficoltà dei suoi confratelli sacerdoti, e del degrado spirituale in cui si trovavano molti di loro. Iniziò quindi a pensare a un istituto religioso che si prendesse a cuore, in forma sussidiaria, di queste problematiche.
Il nome della nuova istituzione si delineò come “Figlie dell’Oratorio”. Non indicava tanto il luogo privilegiato del loro operato, l’oratorio, quanto il modello spirituale ben preciso a cui don Vincenzo desiderava si riferissero: san Filippo Neri, fondatore della Congregazione dell’Oratorio. La sua ardente carità, la semplicità e l’immediatezza del tratto e la letizia spirituale o, come don Vincenzo Grossi preferiva chiamarla, la “giovialità”, dovevano essere le caratteristiche che distinguevano le nuove suore dalle altre già presenti in diocesi.
Per avvicinare meglio le giovani non dovevano avere alcun segno religioso esterno, ma questo non escludeva che dovevano essere religiose serie e convinte. Maria, insieme alle altre “sorelle”, ricevette come regola un adattamento di quella della Compagnia di Sant’Angela Merici. Per questo motivo, le aderenti all’Istituto erano inizialmente dette Mericiane.

Ledovina tra le Figlie dell’Oratorio
Ledovina, adolescente, conobbe e familiarizzò con Maria Caccialanza, che aprì e guidò una piccola comunità di Figlie dell’Oratorio a Ponteterra. Attratta dal suo esempio oltre che dalle parole convincenti di don Vincenzo, decise di entrare a far parte di quell’Istituto, anche se non aveva ancora neppure l’approvazione diocesana. Avrebbe lasciato la sua famiglia per recarsi a Lodi il 13 settembre 1894.
Era molto giovane perché potesse essere inserita in una comunità con attività pastorali, per cui don Vincenzo pensò di farle conseguire un titolo di studio che le permettesse di svolgere successivamente la sua missione con le competenze che le sarebbero state richieste. Il distacco dalla famiglia fu un momento di sofferenza per lei e per i suoi familiari: la mamma in quei giorni era malata, ma il sacerdote le chiese di partire ugualmente: così, dopo che ebbe scoperto dove suo fratello Luigi le aveva nascosto la valigia per non lasciarla andare, lasciò casa sua.

Studio per diventare maestra
Il Direttore – così era chiamato don Vincenzo – per garantire una formazione più completa alle nuove suore dell’Istituto, propose a Ledovina e ad altre tre compagne di prepararsi all’esame di ammissione alla prima classe complementare, che avrebbero sostenuto a Lodi. Ospiti presso la Casa Santa Savina, vivevano una vita comunitaria essenziale e in occasione delle vacanze ritornavano presso le famiglie di origine o la casa di Maleo che nel frattempo era diventata la sede principale. Alla fine, nel 1897, le prime giovani ottennero il diploma.
Ledovina continuò a rimanere a Lodi. I mesi estivi erano per lei un tempo necessario per ritornare a Ponteterra per recuperare le energie fisiche, ma erano anche una felice opportunità per condividere con suor Maria Caccialanza i progetti e le speranze degli inizi, per assorbire dal suo esempio di umiltà, serenità e spirito di sacrificio lo spirito di autentica consacrata per il bene delle giovani e per la santificazione dei sacerdoti.
Questa familiarità con suor Maria non sfuggì a don Vincenzo, il Fondatore, che di fronte alla malattia grave della Caccialanza incominciò a pensare a Ledovina per una successione.

Prima Madre generale eletta
Il 5 settembre 1900, malata di tumore allo stomaco, morì suor Maria. Un mese dopo, la maggior parte delle suore si riunì nella casa di Maleo per gli Esercizi spirituali e per eleggere la prima Madre generale. Tutte le schede, tranne una, portavano il nome di suor Ledovina, che reagì scoppiando in lacrime: aveva 25 anni ed era nell’Istituto da sei. Di lì a poco, il 20 giugno 1901, giunse, dopo anni d’attesa, l’approvazione diocesana dello Statuto e delle Regole delle Figlie dell’Oratorio.
Ancora nel 1901 si procedette all’acquisto di uno stabile in via Paolo Gorini a Lodi, come sede del Noviziato e lì risiedette Ledovina. Il 20 maggio 1915 il Papa firmò il Decreto di lode e l’approvazione delle Costituzioni: la notizia fu recapitata a Lodi il 9 luglio, con gioia grande da parte di tutte le suore.

La morte di don Vincenzo Grossi

Nel novembre 1917 madre Ledovina e la sua vicaria suor Giulia Contini dovettero correre a Vicobellignano: don Vincenzo Grossi era in fin di vita per una peritonite fulminante. Arrivarono nel tardo pomeriggio del 7 novembre, in tempo per poterlo assistere per due ore e poter parlare di alcune questioni circa l’Istituto e, dopo aver ricevuto il viatico, sentirlo sussurrare le sue ultime parole: «La via è aperta: bisogna andare».
Nella lettera circolare scritta di lì a poco, la Madre diede l’annuncio alle suore: «Siamo orfane! Teniamolo come modello! Queste sono alcune delle sue virtù: giovialità, semplicità, umiltà fino ad amare il disprezzo, noncuranza della propria stima; nascondimento nell’operare il bene delle anime. Teniamolo come Maestro e Guida».

Espansione dell’Istituto
Il 1921 vide il primo capitolo generale, in conformità a quanto richiesto dalla Santa Sede dopo il Decreto di Lode del 1915. Madre Ledovina venne riconfermata nell’incarico, e soprattutto l’Assemblea capitolare fu chiamata a preparare alcuni punti da proporre a tutte le suore e tutte le comunità per crescere nella identità di Figlie dell’Oratorio e nel senso di appartenenza.
Furono per lei anni intensissimi anche perché le richieste di aperture di comunità erano frequenti e in luoghi strategici. Gli ingressi di nuove candidate consentivano questa espansione ma occorreva dedicarsi alla loro formazione perché fosse solida e profonda, e inoltre bisognava verificare, visitando, l’attuazione dei progetti di apostolato delle comunità perché non si discostassero dal carisma originale.
A tutto questo si univa la preparazione dei documenti necessari per l’approvazione definitiva: relazioni dei Vescovi nelle cui diocesi erano presenti le comunità, relazioni della vita interna dell’Istituto e altri dati che riguardavano gli inizi e lo sviluppo. E madre Ledovina, benché coadiuvata da altre suore ne portava il peso morale e la responsabilità.
Nel 1922 fu presentato il plico, ma la risposta dalla Santa Sede giunse il 29 aprile 1926. Nello stesso anno venne aperta anche la prima casa nel sud Italia, in provincia di Potenza. Madre Ledovina non poté mai realizzare il desiderio di visitare questa e le successive case aperte nel Sud, a motivo della salute che da sempre diede segnali di fragilità. Seguiva personalmente la vita delle suore e delle comunità con una intensa corrispondenza. Durante il governo di madre Ledovina furono inaugurate 70 case in numerose Diocesi.

Le lettere di madre Ledovina
Nel corso dei suoi mandati, madre Ledovina scrisse numerose lettere circolari alle varie case delle Figlie dell’Oratorio. Avevano una cadenza ricorrente, legata ai tempi e alle feste liturgiche e i temi erano appunto quelli proposti dalla vita liturgica. Eventi interni alla vita dell’Istituto e feste particolarmente significative erano altre occasioni favorevoli per conversare con le suore tramite gli scritti. Gli argomenti erano la fedeltà alla vocazione, alle Regole, il ricordo degli esempi del fondatore e di suor Maria Caccialanza, la spiritualità di riparazione tipica dell’Istituto, lo zelo per l’apostolato, le feste dell’Immacolata, di san Giuseppe e di san Filippo Neri.
Erano impregnate di una profonda spiritualità, quella del Sacratissimo Cuore di Gesù che ben s’inseriva nello spirito di riparazione e di “vittime” che don Vincenzo aveva scoperto in Vittoria Squintani, la giovane che fu il seme fecondo della nuova realtà che avrebbe di lì a poco fondato e che vide sviluppato e realizzato in suor Maria Caccialanza.
Nelle lettere private a singole suore sono di nuovo presenti questi argomenti, con uno stile materno e comprensivo che si toccava con mano, a detta di quante la conobbero, anche durante le sue visite alle varie case.
Madre Ledovina fu confermata come Superiora generale fino al 1933, quando ottenne di non essere rieletta: le suore capitolari, però, vollero conservarle il titolo di “madre” per il profondo legame che la univa a ciascuna di loro e per la capacità che ebbe di trasmetterne le intuizioni degli inizi anche a quante erano entrate in seguito nell’Istituto. Nel successivo Capitolo generale venne rieletta e rimase in carica fino alla sua morte.

Il processo di beatificazione di don Grossi
Intanto la buona fama di don Vincenzo Grossi non era venuta meno neppure negli anni delle due guerre mondiali: sempre più numerosi erano i fedeli che si recavano sulla sua tomba, nel cimitero di Vicobellignano, e che affermavano di aver ricevuto grazie singolari per sua intercessione.
I tempi per inoltrare la richiesta di apertura del Processo informativo stavano scadendo e quindi fu presa la decisione di traslare le sue spoglie dal cimitero di Vicobellignano a quello di Lodi. I fatti avvennero il 26 giugno 1944, in piena guerra. Di lì a poco, il 2 giugno 1947, cominciò tale processo informativo e in occasione di tale apertura la salma di don Vincenzo venne traslata in una cappella laterale della Cappella di casa Madre.
L’iter fu lungo e impegnativo e assorbì moltissimo tempo, persone ed energie. Sostenuta e affiancata prima dalla segretaria suor Bice Bianchi fino al 1955 e successivamente dalla Consigliera suor Ines Bergonzini, poté seguire con lucidità e competenza ogni fase. Madre Ledovina fu la prima a deporre ai processi per la causa di beatificazione di don Vincenzo, ma non poté vederne la conclusione, che arrivò nel 1975 con la beatificazione e nel 2015 con la canonizzazione.

Gli ultimi anni e la morte
La sua salute, abbastanza stabile nonostante alcuni disturbi che non la lasciarono mai, ebbe un peggioramento a partire dal 1960. Il 28 aprile 1961, mentre conversava con una suora, le disse: «Prega per il mio viaggio senza ritorno». Un’altra suora, che stava coltivando i fiori, sentendola protestò vivamente, ma si sentì rispondere: «Taci, Sorella! Dal Paradiso ti getterò giù tante grazie. Preparati. Pregate prima della fine del prossimo mese. Non voglio stare a lungo in Purgatorio».
Il 6 maggio venne portata in poltrona a fare un giro al piano terra di Casa madre: fu l’ultima volta. Il 12 maggio, infatti, si aggravò all’improvviso: tuttavia una suora, entrando in camera sua, la trovò affaticata, ma lucida e serena. Il 13 maggio ricevette l’Unzione dei malati, mentre si spegneva lentamente. Madre Ledovina aveva 85 anni, di cui 66 vissuti da Figlia dell’Oratorio.
Il suo funerale si svolse il 16 maggio nella chiesa di San Francesco a Lodi, presieduti dal vescovo diocesano, monsignor Tarcisio Benedetti, che in quell’occasione le attribuì il titolo di Cofondatrice. Il suo corpo venne sepolto nel cimitero di Lodi, in una cappella dei sacerdoti (di monsignor Cappello) in attesa che venissero ultimati i lavori della tomba dell’Istituto, dove si trova attualmente.
Le Figlie dell’Oratorio sono diffuse, oggi, oltre che in Italia, in Argentina e in Ecuador, Paesi nei quali approdarono già cinque anni dopo la morte di madre Ledovina.


Autore:
Emilia Flocchini e suor Caterina Margini FDO

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Aggiunto/modificato il 2016-06-25

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