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Albino Badinelli Giovane laico

Testimoni

Santo Stefano d’Aveto, Genova, 6 marzo 1920 - 2 settembre 1944

Albino Badinelli nasce ad Allegrezze, frazione del comune di Santo Stefano d’Aveto (in provincia di Genova e diocesi di Piacenza-Bobbio), il 6 marzo 1920. Sin dalla prima infanzia decide di entrare nell’Arma dei Carabinieri: nel 1939 inizia gli studi all’Accademia Militare di Torino e, dopo due anni, diventa Carabiniere effettivo. Nel 1944, durante la seconda guerra mondiale, la caserma di Santa Maria del Taro, dov’è stato destinato, viene attaccata e resta isolata: Albino viene quindi invitato a tornare a casa. Per evitare che il suo paese, segnato dai continui scontri tra nazi-fascisti e partigiani, venga dato alle fiamme e che venti ostaggi vengano uccisi, si presenta spontaneamente al Comando fascista. Accusato di diserzione, viene condannato a morte: il 2 settembre 1944, a ventiquattro anni, cade sotto i colpi di arma da fuoco del plotone di esecuzione, perdonando i suoi uccisori. La sua tomba si trova nel cimitero di Allegrezze, a sinistra della cappella centrale.



Albino Badinelli nasce la mattina del 6 marzo 1920, ad Allegrezze, frazione del comune di Santo Stefano d’Aveto, in provincia di Genova e diocesi di Piacenza-Bobbio. Settimo degli undici figli di Vittorio Badinelli e Caterina Ginocchio, si dedica subito al lavoro in campagna, non esente dalle fatiche e dai sacrifici.
Le sue giornate si spendono tra casa, campagna e chiesa, ma soprattutto alla luce di un tenero ed affettuoso confronto con le figure di mamma e papà. Grazie alla testimonianza dei suoi genitori Albino matura da subito un forte senso di religiosità̀, arricchito da valori cristiani e umani quali la generosità̀, la carità̀, la bontà̀ d’animo e lo spirito di servizio.
Rimane sempre affezionato alle tradizioni religiose proprie della sua terra. Dotato di una discreta voce, contribuisce con il canto a dare solennità̀ alle celebrazioni liturgiche in occasione delle festività̀ e per, quanto possibile, ogni mattina alle messe feriali, mentre nel tempo libero si dedica all’arte e al disegno.
A cinque anni inizia gli studi elementari, che lo introducono al cammino e alla “vocazione” che, sin dalla tenera età̀, sente maggiormente valida per la sua vita: fare il carabiniere.
Nell’anno 1939 incomincia gli studi all’Accademia Militare di Torino. Una volta terminato il corso, diventa Carabiniere effettivo. È l’anno 1941. Subito viene mandato in servizio a Scicli, in Sicilia, dove rimane per circa tre mesi.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale viene chiamato a prestare servizio militare a Zagabria, in Croazia. In seguito, viene spostato a Santa Maria del Taro, in provincia di Pordenone, dove rimane per un lungo periodo.
Nel 1944, la sua caserma è vittima di un attacco e resta così isolata e senza collegamenti. In mancanza di comando, Albino è invitato a tornare a casa, dove lo aspettano la madre, il padre e le quattro sorelle, che da mesi sono sulle tracce di un altro fratello disperso in Russia.
Nello stesso periodo, si fidanza con una ragazza del paese, che si chiama Albina come lui. Col permesso dei genitori, la porta alle feste di paese e le dedica molto del suo tempo libero. Le scrive anche molte lettere, che ora sono sepolte con lei nella sua tomba.
Arriva così l’estate del 1944, periodo in cui la comunità̀ avetana, unita ai numerosi sfollati presenti sul territorio, vive i suoi momenti di dolore. Sono i primi giorni di agosto, quando Albino, di ritorno dall’abitato di La Villa, vede divampare improvvisamente una fiamma dal terreno antistante il cancello del cimitero parrocchiale. La paura di quella visione lo fa correre a casa, per domandare aiuto al padre.
I giorni seguenti sono per tutti i più̀ terribili e sofferti. Molti paesi – tra cui la stessa Allegrezze – vengono incendiati e numerose persone perdono la vita negli scontri che si combattono tra nazi-fascisti e uomini appartenenti alla Resistenza.
A seguito di questi avvenimenti, il Comandante della Divisione Monte Rosa annuncia che, se non si presenteranno tutti i giovani “sbandati” appartenenti alla Resistenza e al movimento partigiano, darà ordine di fucilare gli ostaggi e i prigionieri, nonché́ di incendiare il borgo di Santo Stefano d’Aveto.
Albino, pur non facendo parte attivamente della Resistenza, si sente mosso da uno spirito di responsabilità̀ nei confronti dei suoi amici, compaesani e parenti, che nella fede considera suoi fratelli. Visto che in pochissimi si costituiscono ai fascisti, confida ai famigliari: «Devo presentarmi prima che venga ucciso qualcuno, perché́ non avrei più̀ pace. Io devo essere il primo!».
Poco dopo, si presenta spontaneamente al Comando fascista, con sede nella Casa Littoria di Santo Stefano, e viene condotto dal maggiore Cadelo, detto “Caramella”. Nel colloquio che ha con lui, sottolinea i suoi desideri e propositi di pace, uniti alla sua spontanea consegna. Tuttavia, lo stesso ufficiale lo accusa di essere un disertore e pronuncia con voce ferma il comando: «Plotone di esecuzione!».
È il 2 settembre 1944, verso mezzogiorno. Albino chiede di potersi confessare: non gli viene concesso. In compenso, ha la possibilità̀ di confidarsi con monsignor Giuseppe Monteverde sulla via verso il luogo dell’uccisione.
Gli parla dell’affetto che prova per la mamma, la sua famiglia e la sua gente, domandandogli inoltre di far presente che lui stesso perdona i suoi uccisori. Il sacerdote, allora, consegnatoli un crocifisso e impartitagli la benedizione, lo raccomanda alla Madonna di Guadalupe, per la quale in paese c’è grande devozione.
Arrivati davanti al cimitero di Santo Stefano, Albino viene posto con le spalle al muro, pronto per essere freddato. In quel momento il giovane carabiniere, baciato con riverenza il crocifisso e guardando il Cristo che stringe forte a sé, ripete, con profonda fede e umiltà̀, le stesse parole che il Signore dalla Croce rivolse a Dio: «Perdonali, Padre, perché́ non sanno quello che fanno!».
A quel punto tre colpi di arma da fuoco, due al cuore ed uno alla testa, separano per sempre Albino dalla sua vita terrena, durata ventiquattro anni. Il suo gesto di amore supremo è servito a salvare venti ostaggi da morte certa e il paese dalla distruzione.
Sul muro dove Albino venne ucciso oggi sorge una lapide con la scritta: «Sotto il plotone di esecuzione, vittima innocente, il 2 settembre 1944, qui cadeva serenamente perdonando, il Carabiniere Badinelli Albino, figlio della vicina Allegrezze. Oh tu che passi, chinati al suo ricordo e prega per lui e per il mondo la pace».
Monsignor Casimiro Todeschini, allora Arciprete di Santo Stefano, commentando questa fine cruenta, illuminata dalla luce del perdono, esclama: «Con serena e cristiana fortezza, e con le labbra rivolte al Crocifisso, affrontò il plotone di esecuzione perdonando tutti, offrendo il suo sangue per la Chiesa, per la Patria, per la Pace e la redenzione dei popoli».
Da quel giorno il ricordo del sacrificio di Albino non si è ancora spento: a suo nome è stata intitolata una via del Comune, dove si trovano la stazione dei Carabinieri e la scuola. Nel 2015 è stato poi fondato il Comitato Albino Badinelli, per favorire lo sviluppo e la conoscenza della sua testimonianza.
«In questo modo - come afferma una dichiarazione di un testimone - il Carabiniere Albino Badinelli entrò nel novero di quegli eletti che, con il loro sacrificio supremo, resero possibile il nostro riscatto».


Autore:
Tommaso Mazza ed Emilia Flocchini


Note:
Per informazioni: Comitato Albino Badinelli
Viale E. Millo 83
16043 Chiavari (GE)
comitatobadinelli@gmail.com
www.abadinelli.altervista.org

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Aggiunto/modificato il 2018-10-15

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