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Servo di Dio Angelico (Mario) Alessandrini Religioso dei Frati Minori

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Roma, 19 febbraio 1917 - Taiyuan, Cina, 17 aprile 1940

Nato a Roma nel 1917, Mario Alessandrini scopre ben presto la vocazione alla vita consacrata fra i Francescani. Nel 1931 entra nel Collegio Serafico di Nostra Signora del Monte a Genova. Qui matura ulteriormente la sua scelta orientandosi verso le missioni, col desiderio particolare di recarsi in Cina, dove arrivò nel 1939, assieme ad alcuni compagni e al Vescovo Mons. Raffaelangelo Palazzi. Presso il convento di Hsiachuangshe, sua destinazione, riprende gli studi per il sacerdozio e si dedica allo studio della lingua. Dopo un anno di permanenza fra Angelico si ammala gravemente di tifo esantematico che in pochi giorni lo conduce alla morte.



Mamma è convinta che sia Santa Rosa da Viterbo ad aver strappato alla morte il suo piccolo Mario. Non si rassegna proprio, dopo già aver perso il marito in giovanissima età, ad assistere impotente che la broncopolmonite si porti via il suo bimbo di un anno, nato a Roma nel 1917 ma trasferitosi con lei a Viterbo dopo la morte di papà. Santa Rosa, evidentemente, si da subito da fare perché il bambino apre inaspettatamente gli occhi, anche se dovrà in seguito subire ben quattro interventi chirurgici.
Mamma si risposa e la nuova famigliola si trasferisce a Sanremo, dove nascono due sorelline e dove soprattutto Mario conosce i francescani della vicina parrocchia della Mercede. Forse per contagio, forse per accurato discernimento su cosa fare “da grande”, tira fuori in quegli anni dal cassetto dei sogni il desiderio di essere francescano, come quelli cui serve messa.
Mamma, che nei giorni in cui era malato aveva ripetuto a più riprese di essere disposta a donarlo al Signore “ma da vivo”, non può certo far questioni ora che vivo, vegeto e vivace vuole entrare in convento, come in effetti fa il 20 settembre 1931 con il suo ingresso nel Collegio Serafico di Genova. Ed è qui che matura, vocazione nella vocazione, il desiderio di essere missionario.
Il 6 ottobre 1934 viene ammesso al noviziato e gli cambiano il nome di battesimo con quello di Angelico, cioè un nome che sembra un programma. Così, angelico di nome e di fatto, vive la vestizione religiosa come «la salita del primo scalino di quell'ascesa che culminerà col sacerdozio e con l'essere missionario».
Addirittura la meta della sua missione sembra delinearsi con maggior precisione e la Cina diventa l’obiettivo cui tendere e che già ama, anche se a distanza: «Penso ai missionari della Cina, ed il mio cuore si ricolma di un'ansia che mi porta alle lacrime», scrive. E per chi gli chiede ragione di questa sua vocazione ha una sola disarmante risposta: «Perché voglio andare missionario? Perché amo Gesù».
Dato però che non tutti sono animati dal suo stesso ardore, fra Angelico scopre lo “specifico” della sua vocazione nell’offrirsi vittima per la santificazione dei sacerdoti e dei missionari, il che significa «offrire a Dio tutte le opere, sacrifici, gioie, dolori, virtù e meriti». In questo ha il suo modello e la sua protettrice in Santa Teresa di Lisieux, missionaria senza uscire dalla clausura e martire dell’amore senza morte violenta.
«Facendo la Comunione, Gesù scolpisce nel mio cuore ogni giorno», annota quasi con sorpresa il novizio, che ha collocato al centro della sua giornata la messa e l’adorazione eucaristica. «Desidero servire i miei confratelli… Ubbidire a tutti; trattare con i più antipatici!», «sii fedele nelle piccole cose, fatti piccolo piccolo»: sono i propositi eroici che sgorgano dall’Eucaristia ricevuta e adorata, che lo modellano ed affinano, preparandolo all’offerta più completa: «Gesù mio, ecco, io mi offro vittima al tuo amore misericordioso… tutto, bene e male, per questo fine». Non gli resta che preparare anche mamma al distacco, ben sapendo quanto per lei sarà faticoso e doloroso: «Mamma, mi devi promettere che ti rassegnerai alla mia lontananza…».
Dopo la professione solenne dell’8 ottobre 1938 l’obbedienza lo manda proprio nella Cina dei suoi sogni. «Dunque vi lascio, vado lontano a fare amare Gesù dai tanti che non lo conoscono», scrive il 26 gennaio 1939, giorno della partenza, in una lettera che tradisce anche la sofferenza che il distacco provoca in lui nell’accenno a «questo pianto che ci stringe la gola e queste lacrime che solcano le gote».
Ci vuole un mese per giungere a destinazione e per lui la traversata è così faticosa da doverlo ricoverare una decina di giorni per rimetterlo in sesto. Il 25 marzo può finalmente entrare nel convento di Hsiachuangshe, dove si tuffa nello studio della teologia in vista dell’ordinazione e dove si applica subito per imparare la lingua. È così forte il desiderio di iniziare a predicare in cinese che in poco tempo riesce ad imparare 2000 caratteri.
Mentre tutto sembra andare a gonfie vele il 3 aprile 1940 arriva un’indisposizione con febbre alta, che un’infermiera subito riesce a diagnosticare nel terribile tifo esantematico. La situazione precipita al punto che il 9 aprile gli amministrano l’Unzione degli Infermi e gli portano il Viatico.
Fra Angelico Alessandrini, arso dalla febbre, il giorno 15 sussurra: «Portatemi Gesù: perché mi lasciate soffrire da solo? Datemi Gesù». Muore due giorni dopo, vittima d’amore; il processo per la sua beatificazione è stato aperto nel 2009.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2018-01-14

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