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> Home > Sezione Servi di Dio > Servo di Dio Gianfranco Maria da Gignese (Gianfranco Chiti) Condividi su Facebook Twitter

Servo di Dio Gianfranco Maria da Gignese (Gianfranco Chiti) Sacerdote cappuccino

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Gignese, Verbano Cusio Ossola, 6 maggio 1921 - Roma, 20 novembre 2004

Gianfranco Chiti nacque a Gignese, oggi in provincia del Verbano-Cusio-Ossola, il 6 maggio 1921, ma da piccolo si trasferì a Pesaro con la famiglia. A quindici anni cominciò la carriera militare, uscendo a diciott’anni dall’Accademia Militare di Modena col grado di Sottotenente. Combatté su vari fronti, specie su quello russo, entrando a contatto con la sofferenza dei commilitoni. Dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Repubblica Sociale di Salò: era spinto unicamente dall’amore per la Patria, ma fu ugualmente internato nei campi di concentramento di Coltano e Laterina. Venne liberato nel 1946, quando fu chiaro che aveva rispettato il giuramento militare e salvato numerosi civili, partigiani e famiglie ebraiche. Reintegrato nell’esercito nel 1948, prestò servizio in Somalia. Dopo essere stato congedato col grado di Generale di Brigata, chiese di essere ammesso tra i Frati Minori Cappuccini: cominciò il noviziato il 30 maggio 1978 e, il 12 settembre 1982, fu ordinato sacerdote. Morì a Roma, il 9 luglio 2004, per le conseguenze di un incidente stradale. La diocesi di Orvieto-Todi, ottenuto il trasferimento di competenza dal Vicariato di Roma, ha seguito l’inchiesta diocesana per la sua causa di beatificazione e canonizzazione, aperta l’8 maggio 2015 e conclusa il 30 marzo 2019. I suoi resti mortali riposano nel cimitero centrale di Pesaro, nella cappella della famiglia Chiti.



Nato il 6 maggio 1921 a Gignese (Verbano-Cusio-Ossola) si trasferisce sin da piccolo a Pesaro dove il padre insegna violino al conservatorio ‘Rossini’. A soli 18 anni esce a pieni voti dall’Accademia di Modena con il grado di sottotenente e, con l’Italia in guerra, viene subito impiegato sul fronte croato-sloveno e su quello greco-albanese. Dal giugno 1942 al maggio 1943 è comandante di compagnia sul fronte russo dove, a seguito della battaglia sul Don, sarà decorato con la medaglia di bronzo. In guerra Chiti matura la propria vocazione religiosa assistendo soldati amici e nemici tra sofferenze incredibili. Dopo l’8 settembre aderisce alla Repubblica sociale italiana (Rsi), convinto di operare per il bene della patria. Per questa scelta, alla fine del conflitto, viene internato nei campi di concentramento di Coltano e Laterina. Nel 1946 la Commissione di epurazione istituita per giudicare i militari della Rsi, lo assolve. E sarà proprio l’accusa a chiedere di reintegrare Chiti nell’esercito poiché risulterà che aveva sempre agito mantenendo fede al giuramento. A suo favore deposero diversi capi partigiani e tanti civili. Oggi è padre Flavio Ubodi, vicepostulatore della causa, a ricordare quegli anni «durante i quali, proprio grazie al suo grado nella Rsi, potè salvare centinaia di persone, impedire rastrellamenti e opporsi alla distruzione di interi villaggi».
Nel 1944 per salvare circa duecento partigiani dalla fucilazione, si inventa un corso speciale allo scopo di arruolarli nella sua compagnia ‘Granatieri’, facendoli poi tornare alle loro case. Il nome di Chiti risulta inoltre nel ‘Libro dei giusti’ della sinagoga di Torino per aver salvato alcune famiglie ebraiche.
Nel 1948 Chiti viene reintegrato nel nuovo esercito italiano. In seguito sarà in Somalia per conto dell’Onu. A 50 anni è colonnello e comandante della prestigiosa scuola per allievi sottufficiali di Viterbo. Sotto di lui si formeranno intere generazioni che ancora oggi lo ricordano per la ferma disciplina ma anche per la carità e la devozione alla Madonna delle Grazie di Pesaro. A 57 anni viene promosso al grado di generale di brigata. L’anno seguente lascia le stellette per indossare la veste francescana. Quindi viene ordinato sacerdote con il nome di Gianfranco Maria. Indosserà sempre i bianchi alamari dei granatieri sotto il saio. L’obbedienza francescana lo chiama ad Orvieto a ridar vita al rudere del convento di San Crispino che era stato dissacrato e coperto da scritte blasfeme. Vi installò tra i ruderi una tenda militare e, con l’aiuto dei suoi granatieri, riuscì a trasformarlo in un’oasi di pace e accoglienza dei poveri. Girerà incessantemente per tutta l’Italia come predicatore e padre spirituale. Alla sua morte, nel 2004, venne sepolto per suo volere, nel cimitero di Pesaro.
Le diocesi di Orvieto-Todi e di Pesaro, l’Associazione nazionale Granatieri di Sardegna e tante persone comuni si sono prodigate da subito per avviare l’iter di beatificazione e canonizzazione.
Ottenuto il trasferimento di competenza dal Tribunale Ecclesiastico del Vicariato di Roma a quello della diocesi di Orvieto-Todi, è quindi stata aperta l’inchiesta diocesana il 13 aprile 2015, conclusa poi il 30 marzo 2019.

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Aggiunto/modificato il 2019-04-01

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