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Venerabile Felice Tantardini Fratello cooperatore del PIME

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Introbio, Como, 28 giugno 1898 - Taunggyi, Myanmar, 23 marzo 1991

Felice Tantardini nacque a Introbio, in provincia di Lecco e diocesi di Milano, il 28 giugno 1898, in una famiglia molto numerosa. A dieci anni lavorava già come fabbro; sette anni più tardi era dipendente dell’Ansaldo di Genova. Intanto, l’Italia era entrata nella prima guerra mondiale: Felice, arruolato dopo la disfatta di Caporetto, venne quasi subito fatto prigioniero. Insieme ai suoi compagni, progettò la fuga: dopo un lungo viaggio, poté rivedere i suoi cari. La lettura di alcuni numeri della rivista «Le Missioni Cattoliche» lo appassionò all’ideale missionario, contrastato da tutti tranne che da sua madre. Il 20 settembre 1921 arrivò alla casa madre dell’allora Seminario Lombardo per le Missioni Estere, che di lì a poco sarebbe diventato parte del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME). Il 24 giugno 1922 ricevette la veste talare, segno della sua consacrazione a vita per la missione come fratello cooperatore. Il successivo 2 settembre partì per la Birmania, l’odierno Myanmar. Vi rimase sessantanove anni, dedicandosi instancabilmente ai servizi che il suo lavoro di fabbro rendeva indispensabili. Tornò in Italia solo una volta, nel 1956. Oltre che per la perizia tecnica, fu subito considerato esemplare per il suo stile continuo di preghiera e per la devozione alla Madonna. Fratel Felice morì quasi centenario il 23 marzo 1991 a Taunggyi. L’inchiesta diocesana si è svolta a partire dal 2 agosto 2001 a Taunggyi ed è stata convalidata il 28 gennaio 2005. L’11 giugno 2019 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui fratel Felice veniva dichiarato Venerabile. I suoi resti mortali riposano presso la Colonia per handicappati di Gesù Bambino di Praga a Paya Phyu, che si trova a tre miglia da Taunggyi.




Felice di nome e di fatto, si autodefinisce «il fabbro di Dio», ma chissà l’effetto che gli fa oggi sentirsi chiamare «il santo con il martello».
Nasce nel 1898 a Introbio, in Valsassina (provincia di Lecco e diocesi di Milano), sesto di otto figli. Sua mamma, a corto di nomi, ascolta il parere della levatrice, che le suggerisce di chiamarlo Felice: un nome che a lui piacerà sempre, perché «esprime l'ideale della mia vita: sforzarmi di essere felice, sempre e ad ogni costo, ed essere intento a far felici gli altri».
Dopo la terza elementare, a 10 anni comincia a lavorare come fabbro, a 13 è orfano di padre, a 17 è dipendente all’Ansaldo di Genova, proprio mentre l’Italia entra in guerra. Dopo la disfatta di Caporetto è arruolato e, dopo un paio di mesi di addestramento, mandato in prima linea, a far da «esca ai tedeschi per attirarli sotto il fuoco delle nostre artiglierie». Ci resta appena un paio di giorni, perché è subito fatto prigioniero e passa così da un campo di lavoro all’altro, da Udine a Gorizia a Belgrado, dove si muore anche di fame.
Quando proprio non ne può più, con altri quattro progetta l’evasione, strisciando come un topo di fogna in un canale di scolo e raggiungendo con un viaggio avventuroso la Grecia e di qui l’Italia. Dove, alla fine del servizio militare, lo attende in modo inaspettato la vocazione, maturata sulle riviste missionarie, che la sorella più piccola ha messo da parte proprio per lui.
Comincia a sognare le missioni ad occhi aperti, anche se il padrone dell’officina elettrica in cui è andato a lavorare gli vorrebbe dare in sposa una delle sue figlie. Per fargli cambiare idea arriva ad accusarlo di essere «crudele a lasciare la mamma sola e che ne avrei affrettato di dieci anni la morte», mentre questa lo invita a seguire la sua strada, mettendolo solo in guardia che quella improvvisa vocazione non sia un fuoco di paglia.
A ventitré anni entra nel PIME come fratello cooperatore, ossia come laico consacrato a vita per la missione. Non avrebbe i numeri per studiare e, in fondo, quella del prete non è neppure la sua vocazione. Dieci mesi dopo è destinato alla Birmania: parte il 2 settembre 1922. Vi resterà ininterrottamente per sessantanove anni, con un solo rientro di pochi mesi in Italia, nel 1956, giusto il tempo per una revisione generale della sua salute e per tentare inutilmente di «mettere su un po' di carne sulle ossa, ormai spolpate».
È destinato alla missione di Toungoo, ma in effetti si sposta di missione in missione, ovunque lo mandano a chiamare, perché i Padri hanno dimora fissa, un campo di lavoro determinato, mentre lui abita dove c’è lavoro, non ha un focolare proprio, cambia casa, letto, cucina.
Soprattutto non cambia l’incudine ed il martello perché, prima di tutto, lui si sente fabbro, con una eccezionale forza nei muscoli, tanto da piegare le sbarre di ferro con le sole braccia, sempre intento a forgiare, battere, segare, limare putrelle o aste di ferro, per farne capriate, cancelli, letti o blocchiere.
Così facendo costruisce chiese, scuole, case parrocchiali, ospedali, seminari, orfanotrofi, conventi, ponti: sempre con il sorriso, perché Felice è davvero… felice di contribuire con il suo lavoro all’annuncio del Vangelo. A volte gli viene chiesto anche di annunciarlo, facendo catechesi a piccoli e grandi, ma quello che gli riesce meglio lo fa con l’incudine ed il martello. «Era conosciuto e stimato più del vescovo», dicono i suoi fedeli.
Ha una fiducia illimitata nella «cara Madonna», con la quale si intrattiene ogni giorno con la recita dei suoi consueti tre rosari mentre gli altri fanno il pisolino. Piccolo di statura, un po’ curvo, dal fisico asciutto e dai capelli arruffati, «esteticamente non è un bell’uomo», lo descrive padre Clemente Vismara (oggi Beato), che svela anche il suo difetto: «Il debole di Fratel Felice è la pipa; tranne il tempo della preghiera ed il tempo che mastica cibo, la pipa è sempre in bocca». Se gli dicono «Felice, tu non potrai essere canonizzato, proprio a causa di questo attaccamento alla pipa», invariabilmente risponde: «Tanto meglio!».
A ottantacinque anni lo mandano in “pensione”, nel senso che gli impediscono di lavorare il ferro e gli comandano di pregare. Ubbidisce, come sempre, con un unico rimpianto: dalle sue mani spariscono i calli e gli spiace parecchio non potersi presentare più come “fabbro di Dio” al rendiconto finale.
Un particolare, questo, cui il buon Dio evidentemente non ha fatto caso, quando il 23 marzo 1991, a 93 anni, fratel Felice Tantardini gli si è presentato davanti. Da allora il suo corpo riposa presso la Colonia per handicappati di Gesù Bambino di Praga a Paya Phyu, che si trova a tre miglia da Taunggyi.
Tre anni dopo già si parla della sua beatificazione. Di fatto i primi passi si sono mossi dopo l’accordo tra l’arcivescovo di Taunggyi, l’allora superiore generale del PIME padre Franco Cagnasso e il parroco di Introbio del tempo, don Cesare Luraghi. Il PIME si è reso parte attrice, mentre la parrocchia di Introbio, con la creazione di un apposito comitato, si è impegnata a far conoscere fratel Felice e a pregare chiedendo la sua intercessione.
Il 23 maggio 2000 la Santa Sede ha concesso il nulla osta per l’inizio della causa. L’inchiesta diocesana principale si è svolta a Taunggyi dal 31 luglio 2001 al 4 agosto 2002, mentre nella diocesi di Milano si è svolta un’inchiesta rogatoriale dal 29 settembre 2001 al 13 maggio 2002. Gli atti hanno ottenuto la convalida degli atti il 28 gennaio 2005.
La “Positio super virtutibus” è stata consegnata nel 2011. Il 22 maggio 2018 si è svolto il Congresso peculiare dei Consultori Teologi della Congregazione delle Cause dei Santi, i cui membri hanno espresso tutti voto affermativo circa l’eroicità delle virtù.
L’11 giugno 2019, ricevendo in udienza il cardinal Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui fratel Felice Tantardini veniva dichiarato Venerabile.


Autore:
Gianpiero Pettiti ed Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2019-06-18

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