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Serva di Dio Assunta Viscardi Laica, Fondatrice

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Bologna, 11 agosto 1890 - 9 marzo 1947


I santi non sempre nascono tali. E, questi ultimi, finiscono inevitabilmente per essere i più simpatici, perché più vicini a noi, che guardando a loro possiamo sperare di avere ancora qualche chance. “Si iste et ille, cur non ego?”, direbbe acutamente sant’Agostino, il che vuol poi dire: “Se questi e quelle ci sono riusciti, perché non posso diventare santo anch’io?”  Prendiamo ad esempio Assunta Viscardi: figlia della “Bologna-bene”, dove nasce nel 1890, è amata e coccolata dalla sua famiglia, che ha per lei grandi progetti. I suoi primi anni sono, in particolare, segnati dall’incisiva presenza della nonna e dello zio Filippo, uomo devoto e giusto, che in città ha fama di santo. Sono soprattutto loro ad incamminarla verso la chiesa e ad insegnarle ad avere un occhio di riguardo verso i tanti poveri che per strada chiedono l’elemosina. Progetta il suo futuro come maestra elementare: frequenta perciò la scuola magistrale ed è un’insaziabile divoratrice di libri, che legge però in modo disordinato e senza criterio logico. Finisce così per avere un po’ di confusione in testa e di crearsi una filosofia di vita nella quale Dio è il grande assente; inoltre il suo carattere, già forte per natura, si tinge di contestazionismo per il mondo dorato in cui ha finora vissuto e per tutto ciò che sa di ricchezza, agevolazioni e privilegi, in ciò soprattutto aiutata dalla lettura de “I miserabili” di V.Hugo. I genitori assistono, impotenti ed increduli, alla metamorfosi della loro figlia, che non riconoscono più e che è diventata così orgogliosa da “non piegarsi a nessuno”. Smette di pregare e, solo per un compromesso con mamma, continua a frequentare la messa domenicale, non si sa bene con quale vantaggio, visto che non si lascia sfuggire occasione per fare professione di agnosticismo, se non di vero e proprio ateismo. Ironia della sorte, proprio lei, che non sopporta i ricchi, come prima sede di insegnamento ottiene una classe di ragazze dell’alta borghesia e perdipiù in un collegio di suore, a Chiavari. Si porta dietro la sua crisi spirituale per tre lunghi anni, cioè fino alla notte di Natale 1910, in cui si riaccosta ai sacramenti.  Come spesso succede ai neo-convertiti, attraversa un periodo di fervore spirituale, che, unito al bisogno di riparare alla sua precedente freddezza e lontananza da Dio, le fa sognare di entrare in clausura. In casa sono tutti straniti e preoccupati, ancor più di quanto lo erano stati durante la sua crisi spirituale e la lasciano partire controvoglia ad ottobre 1919 per il Carmelo di Parma, dopo averle fatto tutta l’opposizione di questo mondo. Per questo esultano quando, appena otto mesi dopo, rientra in famiglia, perché la sua salute non ha sopportato la vita austera della clausura: non sanno che, pur non potendo diventare carmelitana, Assunta ha ormai dato il suo cuore a Dio e non è disposta a tornare indietro. Delusa ma non depressa per questo suo fallimento, si butta allora nell’apostolato attivo, come Terziaria Domenicana, lasciandosi docilmente guidare da un buon padre spirituale e innamorandosi a poco a poco e perdutamente di San Domenico da Guzman. Nel suo nome e spinta dalla sua stessa passione per le anime, comincia a visitare i tuguri di Bologna, i dormitori pubblici, le case di prostituzione, i luoghi di malaffare, alla ricerca di bambini da sottrarre a quei luoghi di perdizione per poterli salvare dal vizio e dalla rovina, cioè da un futuro degradato ed infelice. È così, da queste sue scorribande di carità, che nasce l’Opera “di San Domenico per i Figli della Divina Provvidenza”, da subito affiancata da un orfanotrofio e, soprattutto, dalla “Porticina della Provvidenza” (ancora oggi pienamente attiva) che è una specie di “pronto soccorso della carità”, con le stesse funzioni degli odierni “centri di ascolto” delle nostre Caritas. Qui si raccolgono viveri, offerte, indumenti, mobili, tutti rigorosamente utilizzati per aiutare i poveri, specie se bambini, che sono il “chiodo fisso” di Assunta. Sono i suoi “farlotti” (cioè i passeri più umili ed affamati), secondo l’espressione presa a prestito da Giovanni Pascoli, che era stato insegnante di Assunta. Maestra fino alla morte (avvenuta il 9 marzo 1947), la Viscardi è stata soprattutto, fino alla fine, dispensatrice di carità spicciola e lungimirante, continuata oggi nel suo nome dall’Istituto Farlottine di Bologna. L’inchiesta diocesana per la sua beatificazione, avviata nel 2009, è terminata nella sua fase diocesana nel 2011 e sta ora proseguendo a Roma.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2014-03-04

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