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Padre Luigi Massa Sacerdote gesuita, martire

Testimoni

3 marzo 1827 - 17 agosto 1860


Un ragazzo coraggioso

In casa dei baroni Massa, a Napoli, spesso nel pomeriggio si sentivano grida di vivace allegria. Erano i figli del barone Antonio Massa e della gentildonna Maria Giuseppina. Il più intraprendente nei divertimenti e nei giochi era Luigi, poco più che decenne, ottavo tra i nove figli. Lui e le due sorelline – Teresa, dodicenne, e Francesca, la più piccola - traboccavano di gioiosa allegria.
Più calmo il fratello Gaetano, più grande di età. Tra loro regnava un grande affetto, e tutti avevano illimitata fiducia nei genitori. A tavola spesso si parlava dei tre fratelli maggiori - Agostino, Nicola e Renato – entrati nella Compagnia di Gesù, e delle due sorelle più grandi - Elena e Marianna – che studiavano in un collegio di suore.
Un giorno Luigi e Teresa escono di casa, contentissimi di accompagnare la mamma. Durante il cammino un cane randagio si avventò contro il piccolo gruppo. Luigi con coraggio lo affrontò. Il cane lo morse ad una gamba e fuggì. Il ragazzo non diede segni di dolore, ma la mamma si accorse subito che Luigi zoppicava, e vide i calzoncini rossi di sangue. Capì immediatamente.
Vicinissimo si trovava il palazzo della sorella e lì entrò in fretta. La ferita alla gamba era profonda. Si chiamò di urgenza un chirurgo. Questi, osservata la ferita e temendo infezioni, ricorse ad un energico rimedio. Fece allontanare la baronessa e la sorellina . Arroventati poi i ferri chirurgici, pulì la ferita (due secoli fa la chirurgia non era tanto progredita!) Un’operazione dolorosissima… Il fetore delle carni bruciate si sparse per tutta la casa.
Gli astanti piangevano. Luigi, intrepido, incredibilmente non diede alcun lamento! E restarono sconvolti alle sue parole: "Quest’ operazione è poca cosa; mi addestro alle missioni straniere... Forse è un preludio al martirio..!".
Ad operazione terminata Luigi era esausto. Ogni giorno peggiorava, pallido nel volto. Non parlava più. I genitori, le sorelle, il fratello, addoloratissimi ricorsero alla preghiera del Rosario, chiedendo la guarigione di Luigi. La mamma vegliava continuamente al letto del figlio. Dopo una notte che sembrava l’ultima, Luigi nella tarda mattinata aprì gli occhi e disse alla mamma: "Ho sete." E bevve alcuni sorsi. Poi la mamma con un fil di voce affettuosa chiese:
"Figlio,vuoi mangiare qualcosa?" - "Sì", rispose. La baronessa in pochi istanti preparò una delle pietanze che Luigi preferiva. Questi, presi alcuni bocconi, si addormentò. Quando si svegliò, parve avere più energia. Tutti compresero: la Madonna del Rosario ha ascoltato la nostra preghiera.
La convalescenza durò varie settimane. Poi Luigi riprese la consueta gioiosa intraprendenza, e riprese la frequenza nel collegio dei gesuiti. Otteneva negli studi magnifici risultati. Verso i tredici anni Luigi provò dispiacere quando la sorella Marianna, novizia dell’Istituto dei Sacri Cuori, ritornò in famiglia perché era fortemente inferma. I medici non riuscirono a diagnosticare il male. Morì poco dopo, appena diciottenne. Fu la prima a lasciare la famiglia terrena, ed aprì la porta del cielo agli altri familiari. Il primo che accolse fu il suo papà.
Infatti il barone Massa nell’aprile del 1841 si ammalò. In pochissimi giorni la sua infermità, di cui si sconosceva la natura, divenne incurabile. La sua vita era stata uno specchio di fede pienamente vissuta. Egli aveva dato con gioia il consenso a tre figli maggiori per entrare nella Compagnia di Gesù.
Agostino ora era già sacerdote. Celebrava la S. Messa nella cappella di famiglia, quasi attigua alla stanza del padre moribondo. Nella dolorosa malattia il barone Massa non si lamentava mai: parlava del cielo che lo attendeva. Diede ordine che funerale e sepoltura fossero come quelli dei più poveri, escludendo qualsiasi esterna onorificenza. Al Padre Superiore dei gesuiti, accorso a visitarlo, chiese umilmente di morire rivestito della veste dei gesuiti. Così nella bara il cadavere fu composto con la veste nera che indossava suo figlio Nicola.
Luigi pianse amaramente. Non dimenticò gli esempi di ferma fede del padre. Ricorderà sempre le esortazioni che suo papà dava a tutti i figli la domenica, spiegando il Vangelo. Ora Luigi si trovava in casa con la piissima madre, il fratello Gaetano e due sorelle: Teresa e Francesca. Si dimostrava ottimista. Mai proferiva parole fastidiose. Tutti notarono che Luigi seguiva pensieri e giudizi diversi da suoi coetani. In famiglia e altrove era pronto a servire. Sembrava indovinare i desideri degli altri, sopratutto della mamma.
La baronessa pregava intensamente per i tre figli gesuiti e per la figlia Elena, religiosa nell’Istituto dei Sacri Cuori. Con non minore intensità pregava per quelli che stavano in casa con lei: Gaetano, Teresa, Francesca, e il nostro Luigi. In famiglia si viveva in gioiosa armonia. Tutti lavoravano e studiavano. La domenica il gruppetto dei Massa era il primo ad arrivare in chiesa. La pia baronessa anche nei giorni feriali partecipava al sacrificio eucaristico. La sera sempre si recitava il Rosario.
Nelle passeggiate in campagna, coperta di fiori e frutta, Luigi inventava insospettate occasioni per tenere allegri gli altri. Sembrava che possedesse l’industria della gioia. La mattina si alzava presto. A volte saliva sulla terrazza allo spuntare del sole e pregava rivolto verso l’ Oriente. La madre, vedendolo assorto nella preghiera, ebbe un presagio: "Il mio Luigi sarà missionario in Oriente". E ne gioì.
Così passarono quasi due anni. Verso la fine di dicembre del 1842 Gaetano, durante il pranzo di famiglia, disse ai familiari: "Vi debbo dare una notizia, che mamma già conosce. Nel prossimo gennaio entrerò nel noviziato della Compagnia di Gesù;".
Le sorelle avevano notato da tempo che Gaetano pregava di più. Commosse lo abbracciarono. Luigi, che gli stava di fronte, aggiunse: "Tu apri la porta ed entra. Io ti seguirò". Le sorelle restarono smarrite! La baronessa no.
Gaetano superava i coetani negli studi. Aveva 21 anni. Luigi ne aveva 16, e terminava con lode i primi corsi letterari. La parola rivolta a Gaetano non era un’improvvisazione. Da tempo aveva deciso in cuor suo, con il consiglio del confessore, di entrare presto nella Compagnia di Gesù. Si rendeva conto delle difficoltà che sarebbero sorte alla richiesta di entrare nel noviziato. Durante le feste natalizie rifletteva e pregava. A metà di gennaio del nuovo anno 1843 Gaetano, dopo la benedizione della mamma, entrò nel noviziato (che all’epoca era sito nella penisola sorrentina).
Luigi, dopo l’ammissione del fratello, si presentò un mattino al Provinciale dei gesuiti. Con voce decisa e umile manifestò il desiderio di essere anche lui accettato nel noviziato. Il Provinciale, dopo alcuni istanti di silenzio, fissando gli occhi su Luigi disse: "Ammiro la tua generosità. Non posso però accontentarti senza il consenso della baronessa tua madre." Quì tacque. Dopo riprese: "Io non chiederò alla baronessa – anche se piissima – di accogliere te, unico erede, nel noviziato". Luigi comprese che era inutile insistere. Si ritirò, salutando con rispetto il Provinciale.
In fretta corse a casa e disse alla mamma: "Il Provinciale chiede di voi per communicarvi una importante notizia. Io vi accompagnerò alla sacrestia del Gesù Nuovo." Ma arrivati in sacrestia, non c’era alcuno. Allora Luigi, con confidente coraggio, disse alla madre: "Mamma, voi conoscete le mie intenzioni e quanto affetto ho per voi! Tutti i fratelli sono gesuiti. Io desidero seguirli. Ma il P. Provinciale rifiuta di accettarmi per non recarvi dispiacere". Dopo un istante con voce affettuosa proseguì: "Mamma, voi siete stata generosa con gli altri fratelli, siate generosa pure con me".
Il Provinciale, avvertito della presenza della baronessa, scese in sacrestia. La trovò che si asciugava le lagrime. Si rese conto dello stratagemma di Luigi, poi disse: "Non temete,baronessa! Io mai permetterò che vostro figlio vi lasci, entrando nel noviziato".
L’eroica madre, singhiozzando, lentamente ma decisamente, rispose: "Scusate, Padre, voi non conoscete bene i miei sentimenti. Piango, è vero. E’ l’affetto di madre. Luigi, ne sono certa, è chiamato alla Compagnia di Gesù. Dio lo vuole. Egli sarà vostro. Stasera io stessa lo accompagnerò al noviziato" (Parole autentiche trasmesse da testimoni).
Ritornati a casa, Luigi raccontò tutto alle sorelle. Queste sentirono intensamente il distacco da Luigi. Nel pomeriggio la baronessa, con le due figlie, accompagnò Luigi al noviziato di Sorrento. Era il 23 gennaio 1843. Rividero Gaetano. La mamma e le sorelle si sentirono come investite dalla gioia che emanava dal volto di Gaetano. Luigi chiese la benedizione alla mamma, che lo baciò e gli disse: "Figlio mio, cammina per la strada della santità ed avrai una immensa gloria".

Noviziato


La baronessa la sera del 23 gennaio tornò a casa con intima gioia. Era cosciente che, donando Luigi, aveva donato più che se stessa. Luigi il giorno dopo - 24 gennaio 1843 - iniziava il noviziato. Era felice con il fratello Gaetano e gli altri giovani novizi. Nella Compagnia di Gesù il noviziato dura due anni. Ogni giorno un’ora o poco più è dedicata allo studio letterario. Le altre ore sono un intreccio di istruzioni del maestro dei novizi e di letture che rendono più chiara la dedizione a Dio, alla Chiesa e al servizio degli altri. Sopratutto si dà spazio alla preghiera. Lavoro e riposo, silenzio e ricreazione si alternano. Le colline, i monti dietro Sorrento si prestavano a spienserate gite.
Durante il noviziato si praticano esercitazioni che aiutano ad acquistare una mentalità conforme all’Istituto, fondato da S. Ignazio di Loyola. Un mese intero dedicato ad "esercizi spirituali", da mattina a sera. Chi non si è esercitato in tale lavorio dello spirito non riesce facilmente a capirli. Si sconfigge (almeno in parte ) l’egoismo. Gesù Salvatore diviene il termine di ogni attività.
Durante un altro mese si va pellegrinando e si vive di elemosine. E’ una via efficace per simpatizzare con i poveri. Attraverso queste esercitazioni Luigi dimenticò l’agiatezza familiare. Comprese che l’autentica gloria non è quella che vige tra gli uomini. Ve ne è un’altra ben diversa: servire Dio, vivere da poveri e servire gli altri. Una gloria che richiede sacrificio, ardua a raggiungere.

Gli studi

Alla fine del noviziato, Luigi emise i voti perpetui, cioè si legò dinanzi a Dio a vivere in povertà, obbedienza e castità. La baronessa con le due figlie,Teresa e Francesca, visitarono Luigi dopo i voti e lo trovarono felice, allegro più di prima. Dal suo volto traspariva serenità e un qualcosa di invisibile che quasi imponeva rispetto. "Ed ora che farai?" chiesero incuriosite le sorelle. E Luigi: "Per due anni almeno continuerò gli studi letterari. Apprenderò qualche lingua straniera, come Gaetano. Soprattutto mi perfezionerò nella lingua latina e greca. Dovrò pure comporre versi in latino…".
Un'immagine della "Schola cantorum" dei gesuiti,
nel sud est della Cina (XVIII secolo).
Nel biennio di studi letterari, Luigi realmente raggiunse un alto livello di padronanza della lingua e letteratura latina e greca. Lo stesso avvenne nello studio della letteratura italiana. Seguì corsi di storia europea e un po’ di storia della Chiesa. Lo affascinavano le progressive scoperte in fisica e chimica, e l’astronomia lo attrasse grandemente. Conosceva bene gli ultimi dati acquisiti dagli astronomi del primo 800. Negli studi dominava in Luigi un unico desiderio: rendersi con la scienza adatto a glorificare il Cristo, cui aveva donato la vita.
Il desiderio delle lontane missioni divenne più intenso quando Gaetano, poco dopo il noviziato, fu scelto per la Cina. Un vescovo missionario aveva chiesto al Provinciale un giovane religioso adatto come segretario. Gaetano doveva partire immediatamente. In poche ore preparò l’indispensabile. Corse a dare l’addio alla mamma che lo benedisse. Da Napoli si diresse a Bordeaux. Lì aspettavano quattro gesuiti destinati in Cina. Il 22 giugno 1845 si imbarcarono sulla nave "Meloé". Navigava ancora a vele! La nave costeggiò l’Africa Occidentale, attraversò l’Oceano Indiano e arrivò a Hong-Kong verso la fine di marzo del 1846. Nove mesi di aspro viaggio.
Nel gennaio di quell’anno i tre fratelli Massa: Agostino, Nicola, Renato ed altri, furono destinati alle missioni in Cina. Prima di imbarcarsi, visitarono la mamma insieme a Luigi. La baronessa con fortezza cristiana li abbracciò e li benedisse con queste precise parole: "Io non so come rendere grazie al Signore per ilfavore di divenire madre di apostoli. Egli vi ha scelti; non è mio, né vostro merito l’essere fatti degni di tanto onore. Andate fiduciosi nella divina bontà. Guadagnate anime a Cristo. " Parole che si scolpirono nel cuore dei figli missionari!
All’inizio di febbraio Luigi, con le sorelle Teresa e Francesca accompagnarono i tre fratelli maggiori alla nave che partiva dal porto di Napoli. Nave a vapore. In pochi giorni si attraversò il Mediterraneo e l’istmo di Suez. Più lunga fu la navigazione attraverso l’Oceano Indiano. Arrivarono a Hong Kong verso la fine di marzo. Lì ebbero l’inaspettata gioia di abbracciare Gaetano, sbarcato pochi giorni prima.
Luigi intanto frequentava gli ultimi mesi di retorica, più o meno uguale al liceo classico odierno. La sua mente sostava su testi latini o greci. Con il cuore viveva tra i fratelli in Cina. Fu poi inviato ad insegnare grammatica ai piccoli nel collegio della Compagnia in Napoli. Era un grande collegio, sito di fronte a piazza Dante.
Luigi possedeva una eccellente didattica. Gli alunni l’amavano e lo rispettavano. Ma l’insegnamento durò pochi mesi. I moti rivoluzionari del 1848 stroncarono tutte le opere educative e le altre attività dei gesuiti, che furono cacciati dalle case religiose. Il governo rivoluzionario si impossessò del collegio di Piazza Dante. E così è rimasto fino ad oggi.
Alcuni gesuiti migrarono in vicine nazioni europee. La maggior parte si rifugiò nell’isola di Malta. I superiori preferirono che Luigi si nascondesse nella sua famiglia. E fu provvidenziale. La contessa lo rese più forte nella vocazione. Trascorreva il giorno tra studio e preghiera. Partecipava con la mamma alla S. Messa di buon mattino. Con sorpresa delle sorelle pregava per quelli che perseguitavano i suoi confratelli gesuiti.
Una tarda mattinata Luigi tornava a casa dopo una piccola spesa al mercato ittico. Indossava un modestissimo abito popolano, portava scarpe sdrucite e un largo berretto da pescatore. Notò due individui in uniforme, poco distanti dal palazzo di famiglia. Questi gli chiesero: "Dove abita la contessa Teresa Massa?" Luigi, in un inconfondibile dialetto napoletano, rispose: "’A contessa! E chi mai l’ha vista?" E proseguì, sorpassando il portone di casa. Quando fu sicuro che i due armati si erano di molto allontanati, tornò indietro cantarellando ed entrò in casa. Chiamò a mezza voce la sorella Teresa, più grande in età. Era coraggiosa, esperta in politica.
In casa e nel vicinato era nota come la "sopracontessa". Dopo pochissime parole di Luigi, essa capì all’istante la situazione. Non si perse d’animo, anzi apparve più coraggiosa. Sbarrò fortemente il grande portone. Chiuse tutte le finestre. Ordinò a tutti che quel giorno e il seguente nessuno uscisse di casa e non si rispondesse a chi bussava.
Nel trambusto del 1848 la baronessa pregava più intensamente. Era serena e godeva di avere Luigi in casa. Lo osservava specialmente quando il figlio si raccoglieva in preghiera. Ebbe allora di nuovo il presentimento già avvertito, ma ora più chiaro: "Un giorno Luigi darà una suprema testimonianza di fede".
Luigi aveva 21 anni. Stava in famiglia da poco più di un mese. Inaspettato, arrivò il fratello Renato dalla Cina. Immensa fu la gioia di tutti. Renato era un fine diplomatico e instancabile missionario. Aveva lavorato nella Missione del "Kiangnan", una regione vasta che si distendeva più o meno nelle vicinanze di Shanghai e contava più di 50 milioni di abitanti. I convertiti cattolici erano pochi rispetto all’intera popolazione. Il vescovo, mons. Ludovico de Besi, tornava in Italia e chiese al superiore della Missione di avere P. Renato come aiuto e segretario. Il superiore accolse il desiderio del vescovo e ordinò al P. Renato di adoperare ogni mezzo per tornare con nuovi missionari.
Renato, osservando con sorpresa i moti rivoluzionari del 1848, in Napoli e a Roma, disse: "In Cina una mezza persecuzione; quì la rivoluzione. Gli uomini si credono potenti, ma Dio è onnipotente". Ed ebbe ragione. Raccolse nell’Italia rivoluzionaria più missionari di quanto aveva previsto di poter radunare in tempi tranquilli.
Il primo ad offrirsi per le missioni fu Luigi. Renato ne fu contento.Volle però attenersi alla norma di sempre. Pregò, consultò la madre, i superiori e poi lo accolse.
Il giorno prima di imbarcarsi, Luigi incontrò la mamma da solo. La baronessa aveva problemi di salute. E percepiva quasi come una certezza: "Rivedrò Luigi dall’alto". Dando al figlio la benedizione da lui richiesta, gli disse: "Figlio, ringrazia il Signore che ti ha scelto per le missioni. Tu avrai il dono di una fortezza sovrumana". E lo baciò quasi con venerazione.
Da Napoli Luigi, insieme a Renato, navigò per Malta. Nell’isola si erano rifugiati numerosi gesuiti espulsi da Napoli e da altre città. Il P. Renato ne scelse otto. Alcuni già sacerdoti, altri studenti come Luigi. Al drappello si aggiunsero tre seminaristi cinesi che avevano studiato a Napoli.
Nel luglio 1848 il gruppo si imbarcò per Alessandria di Egitto. Così P. Renato scrosse alla madre, probabilmente prima di inoltrarsi nel canale di Suez: "Abbiamo cominciato presto a fare risparmi. Abbiamo navigato fino ad Alessandria in quarta classe, che vuol dire in pratica nella piazza scoverta del vapore… E’ vero, si è sofferto un poco, ma siamo ancora troppo lontani dalla maniera di viaggiare di S. Francesco Saverio."
P. Renato si prendeva cura di tutti, dimenticando se stesso. Nessuna preferenza per il fratello minore. Però restò ammirato del suo comportamento. Nella lettera alla madre ci sono pochi cenni, ma di grande elogio, del fratello: "Luigi – scriveva – si porta da gigante e mostra poco di sentire i disagi".
La baronessa e le due figlie – Teresa e Francesca – piansero di commossa gioia leggendo la lettera. Poi la baronessa si asciugò le lacrime, ed elevato lo sguardo al cielo affermò lentamente: "Sì! Luigi, il più piccolo, avrà una gloria superiore a tutti gli altri".
Al porto di Suez il drappello dei misionari si imbarcò in luglio su una nave inglese a vapore. Attraversato l’Oceano Indiano, senza alcuna grossa tempesta, si soffermarono qualche settimana a Hong Kong, allora ben diversa da quella che è oggi. Ripresa la via del mare, la nave gettò l’ancora a Shanghai il 27 settembre 1848. Luigi iniziava una vita nuova, "vita alla cinese"!

Arrivo in Cina e studi specifici

Appena sbarcato, Luigi abbracciò i fratelli Agostino, Nicola e Gaetano, arrivati in Cina due anni prima. Con le sue prime parole comunicò le "affettuosissime benedizioni " della madre, che li commossero. E con gioia i fratelli appresero la vocazione delle due sorelle Teresa e Francesca, entrate in clausura nella Congregazione della Visitazione.
Durante il viaggio, nei colloqui con il fratello Renato, Luigi comprese come la missione in Cina richiedeva una vera trasformazione di mentalità e modo di vivere. Ebbe subito modo di costatarlo: lingua, convenienze sociali, cibi, vestiti, usanze di vita, tutto era differente dalla vita in occidente. Luigi disse a se stesso: "Ora debbo divenire cinese fra cinesi".
Il primo passo della nuova vita era lo studio della lingua cinese. Subito iniziò un intenso lavoro per impadronirsi della nuova lingua. Nei primi giorni di studio ebbe la sorpresa di scoprire che, a differenza delle altre lingue, non c’era un "alfabeto cinese"! Un confratello gli spiegò: "La lingua cinese è vastissima. Però non ha alfabeto." Possedendo una eccellente memorial in poche settimane memorizzò molte parole cinesi. Con il suo senso estetico apprese a designare "pittogrammi, ideogrammi semplici e composti" ed altri carattteri della lingua dei mandarini. E dopo quattro mesi di studio riuscì ad esprimere in cinese brevi concetti. Un mattino sorridendo disse: "Stanotte ho sognato in… cinese!"
Sul principio del 1849, il Superiore della missione gli comunicò che doveva iniziare i corsi di teologia, che si tenevano in una grande casa vicino Shanghai. Fino a un 70 anni addietro nelle scuole teologiche cattoliche l’insegnamento era tutto in latino. Luigi possedeva la lingua e cultura latina in modo eccellente. Comprendeva l’importanza e la necessità della teologia, e si diede ad uno studio intenso e proficuo.
Ma avvertiva spesso il ricordo della madre. Desiderava sue notizie, ma era impossibile. In effetti in quel periodo la salute della baronessa declinarono rapidamente. Luigi sentiva che il pensiero della mamma gli infondeva coraggio, e capì che qualcosa di importante era avvenuto. Poi, in aprile, Luigi ricevette dalle sorelle la notizia che mamma, verso la fine di gennaio, aveva avuto un forte collasso, e che all’inizio di febbraio, in serenità e pace, aveva terminato il suo pellegrinaggio terreno.
Pianse, comprendendo i presentimenti avuti in gennaio e febbraio. Ma d’improvviso gli tornarono in mente queste parole della madre: "Dal cielo ti aiuterò di più". Era un pensiero soave e di pace che non aveva ricercato. Luigi si sentì rinfrancato e riprese lo studio con più vigore. Nella preghiera chiedeva alla Madre di Dio, venerata come "Madre Ausiliatrice", una profonda conoscenza del dogma cattolico e della lingua cinese, per annunziare la fede cristiana. E ottenne quanto desiderava. Con l’aiuto dei professori e di altri esperti, apprese la terminologia cinese corrispondente ai concetti della dottrina teologica, anche se non fu un lavoro semplice! Ogni giorno trovava ritagli di tempo per apprendere di più la nuova lingua.
Ne scoprì la bellezza e l’espressività. Cominciò pure a conoscere le opere etiche, letterarie e storiche di autori cinesi. Un campo vastissimo! Disse un giorno ad un altro studente: "A Napoli mai balbettai; ora continuamente balbetto in cinese!" Trascorsero così due anni di studi sereni benché impegnativi.
Il rettore del seminario dei giovani cinesi richiedeva un esperto maestro di latino. Scelse Luigi. Dovette così interrompere gli studi teologici. Esperto nell’insegnamento, dal carattere affettuoso e franco, Luigi guadagnò presto la stima e il cuore degli studenti cinesi.
A volte soleva dire: "Ora ho più di una trentina di maestri in cinese, mentre essi ne hanno uno solo per il latino..."
Gli fu affidato anche l’incarico di economo di casa. Doveva provvedere al vitto e ad altre necessità della numerosa comunità. La sua provvidente abilità sorprese tutti. Anche lui si meravigliò di riuscire bene in questo compito, in tempi poco favorevoli alle missioni. A chi si congratulava con lui, rispondeva: "Tutto ho appreso dalla mia santa mamma."
L’insegnamento, le faccende di casa, non lo distolsero dal continuare gli studi teologici in privato. Soprattutto si impegnò nello studio della Morale. Era consapevole dell’ importanza di questa scienza, negli aspetti positivi che avvicinano a Dio e nelle deviazioni che deturpano l’uomo e la società. Per conoscere la condizione dei cattolici nelle villaggi vicini, visitò le piccole comunità dei credenti della zona.
Incontrò molti ragazzi e ragazze un po’ abbandonati. Al vederli si commosse. Poi nella preghiera alla Madre di Gesù chiese luce per rispondere ad una insistente domanda che scuoteva la sua mente: "Che fai per questi abbandonati?" Riflettendo e pregando decise: "Compirò con esattezza i compiti affidatimi dai superiori. Mi impegneròpure nell’istruire i fanciulli nella fede."
Dopo questa risoluzione sentì serenità nel cuore. Immediatamente iniziò a visitare ogni settimana l’una o l’altra comunità cattolica della zona. Riuniva i ragazzi e li istruiva nella fede. Cercò di capire la loro psicologia. Si accorse che non differiva poi molto da quella dei ragazzi di Napoli. La sua giovialità affettuosa, piccoli regali, suscitarono un sorprendente affetto e stima in quei ragazzi cinesi. Lo aspettavano con impaziente desiderio. Al suo arrivo gli correvano incontro per abbbracciarlo. Quando ripartiva, gli era difficile separarsi da loro.
Trascorsi quasi tre anni, gli venne comunicato che prima della fine dell’anno sarebbe stato ordinato sacerdote. Ne ebbe una gioia indicibile. Andò in chiesa e lì rimase a lungo adorando, ringraziando Gesù, sommo sacerdote. E da allora intensificò la preghiera e lo studio teologico.
Mons. Maresca – di Napoli come Luigi – Amministratore Apostolico della Diocesi di Nanchino - lo ordinò sacerdote verso la fine del 1853. Çe sorelle in Italia – Elena, Teresa e Francecsa – ne gioirono immensamente. Con i gruppi di preghiera che dirigevano, si sentivano ispirate a chiedere per il fratello di essere nelle missioni testimone del Cristo fino in fondo (dopo il martirio di Luigi capirono il vero significato della loro preghiera).
Prima e dopo l’ordinazione sacerdotale, Luigi chiese al Sacro Cuore di corrispondere pienamente al dono del sacerdozio in terra di missione. Avvertì nell’intimo, più volte, questa voce misteriosa: "Io ho dato la mia vita per te, e tu la darai per me?" La risposta di Luigi fu pronta e generosa: "O Gesù, la mia vita è Tua. Disponi di me come Tu vuoi."

Arrivo in Cina e studi specifici

Appena sbarcato, Luigi abbracciò i fratelli Agostino, Nicola e Gaetano, arrivati in Cina due anni prima. Con le sue prime parole comunicò le "affettuosissime benedizioni " della madre, che li commossero. E con gioia i fratelli appresero la vocazione delle due sorelle Teresa e Francesca, entrate in clausura nella Congregazione della Visitazione.
Renato Massa s.j. (1817 - 1853), uno dei fratelli maggiori di Luigi, che lo precedette in Cina.
Durante il viaggio, nei colloqui con il fratello Renato, Luigi comprese come la missione in Cina richiedeva una vera trasformazione di mentalità e modo di vivere. Ebbe subito modo di costatarlo: lingua, convenienze sociali, cibi, vestiti, usanze di vita, tutto era differente dalla vita in occidente. Luigi disse a se stesso: "Ora debbo divenire cinese fra cinesi".
Il primo passo della nuova vita era lo studio della lingua cinese. Subito iniziò un intenso lavoro per impadronirsi della nuova lingua. Nei primi giorni di studio ebbe la sorpresa di scoprire che, a differenza delle altre lingue, non c’era un "alfabeto cinese"! Un confratello gli spiegò: "La lingua cinese è vastissima. Però non ha alfabeto." Possedendo una eccellente memorial in poche settimane memorizzò molte parole cinesi. Con il suo senso estetico apprese a designare "pittogrammi, ideogrammi semplici e composti" ed altri carattteri della lingua dei mandarini. E dopo quattro mesi di studio riuscì ad esprimere in cinese brevi concetti. Un mattino sorridendo disse: "Stanotte ho sognato in… cinese!"
Sul principio del 1849, il Superiore della missione gli comunicò che doveva iniziare i corsi di teologia, che si tenevano in una grande casa vicino Shanghai. Fino a un 70 anni addietro nelle scuole teologiche cattoliche l’insegnamento era tutto in latino. Luigi possedeva la lingua e cultura latina in modo eccellente. Comprendeva l’importanza e la necessità della teologia, e si diede ad uno studio intenso e proficuo.
Ma avvertiva spesso il ricordo della madre. Desiderava sue notizie, ma era impossibile. In effetti in quel periodo la salute della baronessa declinarono rapidamente. Luigi sentiva che il pensiero della mamma gli infondeva coraggio, e capì che qualcosa di importante era avvenuto. Poi, in aprile, Luigi ricevette dalle sorelle la notizia che mamma, verso la fine di gennaio, aveva avuto un forte collasso, e che all’inizio di febbraio, in serenità e pace, aveva terminato il suo pellegrinaggio terreno.
Pianse, comprendendo i presentimenti avuti in gennaio e febbraio. Ma d’improvviso gli tornarono in mente queste parole della madre: "Dal cielo ti aiuterò di più". Era un pensiero soave e di pace che non aveva ricercato. Luigi si sentì rinfrancato e riprese lo studio con più vigore. Nella preghiera chiedeva alla Madre di Dio, venerata come "Madre Ausiliatrice", una profonda conoscenza del dogma cattolico e della lingua cinese, per annunziare la fede cristiana. E ottenne quanto desiderava. Con l’aiuto dei professori e di altri esperti, apprese la terminologia cinese corrispondente ai concetti della dottrina teologica, anche se non fu un lavoro semplice! Ogni giorno trovava ritagli di tempo per apprendere di più la nuova lingua.
Ne scoprì la bellezza e l’espressività. Cominciò pure a conoscere le opere etiche, letterarie e storiche di autori cinesi. Un campo vastissimo! Disse un giorno ad un altro studente: "A Napoli mai balbettai; ora continuamente balbetto in cinese!" Trascorsero così due anni di studi sereni benché impegnativi.
Il rettore del seminario dei giovani cinesi richiedeva un esperto maestro di latino. Scelse Luigi. Dovette così interrompere gli studi teologici. Esperto nell’insegnamento, dal carattere affettuoso e franco, Luigi guadagnò presto la stima e il cuore degli studenti cinesi.
A volte soleva dire: "Ora ho più di una trentina di maestri in cinese, mentre essi ne hanno uno solo per il latino..."
Gli fu affidato anche l’incarico di economo di casa. Doveva provvedere al vitto e ad altre necessità della numerosa comunità. La sua provvidente abilità sorprese tutti. Anche lui si meravigliò di riuscire bene in questo compito, in tempi poco favorevoli alle missioni. A chi si congratulava con lui, rispondeva: "Tutto ho appreso dalla mia santa mamma."
L’insegnamento, le faccende di casa, non lo distolsero dal continuare gli studi teologici in privato. Soprattutto si impegnò nello studio della Morale. Era consapevole dell’ importanza di questa scienza, negli aspetti positivi che avvicinano a Dio e nelle deviazioni che deturpano l’uomo e la società. Per conoscere la condizione dei cattolici nelle villaggi vicini, visitò le piccole comunità dei credenti della zona.
Incontrò molti ragazzi e ragazze un po’ abbandonati. Al vederli si commosse. Poi nella preghiera alla Madre di Gesù chiese luce per rispondere ad una insistente domanda che scuoteva la sua mente: "Che fai per questi abbandonati?" Riflettendo e pregando decise: "Compirò con esattezza i compiti affidatimi dai superiori. Mi impegneròpure nell’istruire i fanciulli nella fede."
Nei laboratori dell'Orfanotrofio retto da P. Luigi Massa si addestrava anche al lavoro di tessitura.
Dopo questa risoluzione sentì serenità nel cuore. Immediatamente iniziò a visitare ogni settimana l’una o l’altra comunità cattolica della zona. Riuniva i ragazzi e li istruiva nella fede. Cercò di capire la loro psicologia. Si accorse che non differiva poi molto da quella dei ragazzi di Napoli. La sua giovialità affettuosa, piccoli regali, suscitarono un sorprendente affetto e stima in quei ragazzi cinesi. Lo aspettavano con impaziente desiderio. Al suo arrivo gli correvano incontro per abbbracciarlo. Quando ripartiva, gli era difficile separarsi da loro.
Trascorsi quasi tre anni, gli venne comunicato che prima della fine dell’anno sarebbe stato ordinato sacerdote. Ne ebbe una gioia indicibile. Andò in chiesa e lì rimase a lungo adorando, ringraziando Gesù, sommo sacerdote. E da allora intensificò la preghiera e lo studio teologico.
Mons. Maresca – di Napoli come Luigi – Amministratore Apostolico della Diocesi di Nanchino - lo ordinò sacerdote verso la fine del 1853. Çe sorelle in Italia – Elena, Teresa e Francesca – ne gioirono immensamente. Con i gruppi di preghiera che dirigevano, si sentivano ispirate a chiedere per il fratello di essere nelle missioni testimone del Cristo fino in fondo (dopo il martirio di Luigi capirono il vero significato della loro preghiera).
Prima e dopo l’ordinazione sacerdotale, Luigi chiese al Sacro Cuore di corrispondere pienamente al dono del sacerdozio in terra di missione. Avvertì nell’intimo, più volte, questa voce misteriosa: "Io ho dato la mia vita per te, e tu la darai per me?" La risposta di Luigi fu pronta e generosa: "O Gesù, la mia vita è Tua. Disponi di me come Tu vuoi."

Sacerdote e Martire

P. Luigi Massa aveva avuto sempre il vivo desiderio dell'attività diretta tra cattolici e dell'’nnuncio del Vangelo ai non-cristiani. Con l'ordinazione sacerdotale queste aspirazioni e desideri divennero pressanti. Il suo cuore era dominato da un indicibile trasporto verso le anime, la Chiesa e il Sacro Cuore. Nulla ambiva per sè.
Il Superiore della missione conosceva i sentimenti di P. Luigi, ma lo trattenne nella Comunità di Zi-ku-wei per affidargli l’economia dell’intera missione, conoscendo la competenza che aveva acquisito nel campo economico. Luigi si dimostrò una sorprendente "provvidenza". Aiutava tutti, animato da grande affetto. Da tutti era stimato ed amato. Non mancavano ore buie e strettezze insuperabili. Chi può sapere le notti che trascorreva con il rosario in mano, chiedendo aiuto a Gesù che sentì misericordia per le folle affamate?
Trascorsi due anni in questo benefico lavoro, venne destinato all’attività direttamente apostolica. P. Luigi compiva 28 anni. Un gesuita italiano che in quel periodo lo conobbe così lo descrisse "Era nel fiore della virilità, robusto di forze, fervente di spirito, pratico nella lingua cinese, affabile e cortese nelle maniere, dispregiatore dei propri comodi. Aveva tutte le doti che si richiedono a un buon missionario cinese."
Da vero napoletano, usava modi e parole soavi e allegre nel tratto con gli altri. "Padre Luigi- si diceva - ha un cuore d'oro."In breve tempo guadagnò l'affetto dei cattolici del distretto ed anche dei non cristiani. La sua affabilità era attraente. Dava coraggio a tutti. E così avvenne che ogni giorno era circondato - e a volte molestato - da persone che chiedevano aiuto.
La istruzione dei cristiani richiedeva molto tempo. Davanti a un crescente numero di neofiti, si convinse che erano necessari dei collaboratori. Scelse un gruppo di uomini e donne esemplari. Li istruì con diligenza nella dottrina cattolica, li attrasse ad una vita di preghiera intensa, divenendo così un efficace aiuto nell'insegnamento delle verità di fede a ragazzi e adolescenti. In pochi anni istituì nelle diverse cristianità più di quindici centri di istruzione cristiana. In un villaggio aprì un orfanotrofio ed un asilo, dove accoglieva fanciulle e fanciulli abbandonati da famiglie pagane o poverissime.
Accettò e raccolse centinaia di poveri bambini, che i collaboratori istruivano per il battesimo. Come riuscì a tanto in poco tempo? Soltanto Iddio conosce il segreto di quella prodigiosa attività e della sua generosa accoglienza. Nel medesimo villaggio, aiutato dal fratello Nicola, buon architetto, costruì un'ampia chiesa, che fu attiva per molti anni (chissà se ancora esiste?) In altre piccole cristianità riparò ed abbellì le cappelle disadorne.
Bambini di Cianciaciuan, nel centro missionario di P. Luigi Massa s.j.
Dopo tre anni di instancabile attività fu scelto come responsabile di un grande orfanotrofio, vicino Shanghai. Quest’opera era stata iniziata dal vescovo mons. Maresca, che aveva ordinato sacerdote Luigi. Qui si raccoglievano adolescenti e bambini abbandonati di ambo i sessi. Per le bambine si aprì subito un nuovo edificio. La maggior parte di quanti erano accolti versavano in desolanti condizioni: cenciosi negli abiti, ruvidi nei modi, insofferenti dell'ordine. Molti erano malandati in salute. P. Giaquinto, che viveva con loro, possedeva una carità e pazienza sovrumana, virtù indispensabili per mutare quegli orfani abbandonati in ragazzi disciplinati, laboriosi e devoti. E questa trasformazione avvenne.
Una personalità francese che poté osservare questa istituzione così ha testimoniato: "Io conto tra le gioie della mia vita la visita al vostro orfanotrofio di Tsa-kia-van. Io non so esprimervi la mia compiacenza nel vedere quegli orfanelli intenti al loro lavoro sotto la disciplina di maestri dai tredici ai quattordici anni, e nello scorgere l'ordine, la regolarità, che regna in tutte le cose."
Gli orfani apprendevano vari mestieri: calzoleria, sartoria, falegnameria, tipografia, scultura in legno, lavoro nei campi. Nei giorni piovosi o freddi si filava il cotone in casa.
Quando il P. Luigi ebbe la responsabilità dell'orfanotrofio si impegnò a continuare questa provvidenziale opera benefica e formativa, aggiungendo altre nuove attività. In pochi giorni conquistò il cuore e il rispetto di quei 150 e più orfani con la sua bontà. L'affetto, la fiducia dei ragazzi verso P. Luigi aumentò con il tempo. Sarebbe lungo quì presentare le tante e svariate iniziative che inventava per promuovere l'educazione di quei ragazzi.
A contatto con P. Luigi gli orfani non si sentivano più tali. Il rispetto, la confidenza nella bontà del loro "Padre", la sua fermezza, trasformava bambini e adolescenti. Tutti si sentivano benvoluti, stimati. Tutti con gioia lavoravano o studiavano. P. Luigi ne era felice. Ringraziava Dio, pregando per quegli orfani e insieme a loro.
Ma l’orizzonte politico già da alcuni anni, prima del 1860, diveniva più turbolento e minaccioso. Nel Nord del territorio della missione si verificavano scontri armati tra truppe imperiali e un movimento di ribelli, detti "Ch'ang-mao" ("Capelli Lunghi"). Questi, occupando Nanchino, divennero padroni della regione. Il loro passo era segnato da distruzioni e cadaveri. Tutti i missionari vollero restare sempre con i fedeli cristiani, anche in condizioni desolanti. Una ventina di loro furono uccisi o morirono in dolorose condizioni.
Durante il 1860 le formazioni dei "Ch'ang-mao" calarono verso il sud in direzione di Shanghai. In questa città si erano rifugiati migliaia di scampati alla ferocia dei "Capelli Lunghi". Nella città vi era una guarnigione anglo-francese, ben equipaggiata con armi moderne.
IL P. Luigi seppe che i ribelli, per timore, ostentavano un certo rispetto verso gli anglo-francesi. Allora inalberò sull'edificio dell'orfanotrofio il tricolore francese, ma trasferì subito gli orfanelli più piccoli e deboli in una località sicura.
Agli orfani più grandi diede il permesso di ritirarsi dove pensavano di stare sicuri. Ma tutti preferirono restare con lui. Era il 17 agosto 1860. I ribelli procedevano in ordine di battaglia sulla strada cje distava poco più di un chilometro dal villaggio dove era ubicato l’orfanotrofio. Da quanto si poteva immaginare, i ribelli marciavano senza intenzione di deviare.
Avvenne però una fatale imprudenza. I contadini, azionati da capi imprudenti, pretesero di contrastare l'avanzata dei ribelli. Fu la rovina di quei contadini. Ne seguì un orribile massacro e la devastazione della piccola cittàdina, dove si ergeva il vasto edificio per gli orfani.
P. Luigi con i ragazzi ed altre persone pregavano nella cappella, davanti all'altare. Quando i "Ch'ung-mao" entrarono nell'orfanotrofio, irruppero furenti nella cappella. P. Luigi andò loro incontro con soavità.
Un ribelle con la scimitarra gli mozzò un dito della destra. Reprimendo il dolore, ancora con soavità, spiegò ai ribelli lo scopo dell'orfanotrofio. Offrì loro il danaro ed altre cose. Supplicò i ribelli di risparmiare la vita degli orfani e degli altri presenti. Li condusse per i locali dell’istituto permettendo loro di prendere quanto desideravano. Quei feroci ribelli, davanti alla bontà di P. Luigi, divennero un po' più umani. Presero il danaro, alcuni vasi sacri preziosi e si allontanarono.
Sembrava tutto terminato. Ma dopo pochi minuti una nuova orda, più numerosa, invase la casa. Gli orfanelli e altri cristiani fuggirono quasi impazziti. Alcuni a nuoto tentarono a raggiungere l'altra riva del canale, che scorreva nei campi vicini, e perirono annegati. Altri si nascosero in una boscaglia. La casa subì un altro saccheggio. P. Luigi non oppose resistenza. Venne preso prigioniero con il catechista e due giovani orfani. Caricati della refurtiva, furono costretti a seguire i ribelli.
P. Luigi, vedendo gli orfanelli disperdersi, supplicò i ribelli di lasciarlo libero per soccorrere gli orfani. Alla sua richiesta i ribelli risposero colpendolo furiosamente. Spinto fuori casa con violenza, i ribelli appicarono il fuoco. Forzato a camminare e stracarico, scorse orfanelli piangenti e l'orfanotrofio avvolto dal fumo. Si fermò. Di nuovo supplicò i ribelli di lasciarlo per aiutare i poveri orfani. Un bandito per risposta gli infisse la lancia nel petto. P. Luigi cadde insanguinato. All'istante altri banditi lo ferirono ferocemente. Un martirio consumato in meno di un minuto. Negli ultimi istanti il martire Luigi guardò i ribelli e con le poche energie che gli restavano disse: "Gesù, offro la vita per i miei orfani e per gli uccisori". E chiuse gli occhi per sempre.
Altri missionari e laici cinesi seguirono nel martirio P. Luigi. Il loro sangue conquistò alla Chiesa del Cristo moltissime ed inaspettate conversioni. A tarda sera di quel 17 agosto un buon cristiano, benché ferito, riuscì a tornare all'orfanotrofio. Aveva una immensa stima di P. Luigi. Aveva visto i ribelli colpirlo con la lancia, davanti al corpo del martire si inginocchiò e pianse.
A notte inoltrata, con l'aiuto di altri cristiani, il corpo del P. Luigi venne posto in una vecchia bara e nascosto sotto terra. Quando la situazione politica ridivenne sicura, la bara fu dissepolta con onore. Orfanelli, molti cristiani, il fratello Nicola e alcuni missionari erano presenti. Tutti avvertirono una speciale presenza ed una inspiegabile sicurezza.
Il corpo del martire venne trasportato al cimitero di Shangai, e deposto accanto alle tombe dei fratelli Gaetano e Agostino. La storia di P. Luigi - quella umana - termina in questo modo. Ma nel medesimo istante si iniziava una nuova storia - quella divina – che non avrà mai termine.
P. Luigi Massa, martire, non è scomparso. Vive ed opera nella Chiesa in Cina e costituisce una delle glorie di Napoli, sua sua città natale.

Preghiera al martire Luigi Massa

Dio, Padre misericordioso, che rendesti il martire Luigi
infaticabile nel diffondere il Vangelo
e nel soccorso agli orfani,
Ti chiediamo, per sua intercessione,
fedeltà alla Tua Chiesa
e generosità verso gli abbandonati.
Amen.


Autore:
Amedeo Paolino


Fonte:
www.moscati.it

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Aggiunto/modificato il 2012-11-22

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