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Venerabile Jérôme Lejeune Padre di famiglia

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Montrouge, Francia, 26 giugno 1926 – Parigi, Francia, 3 aprile 1994

Jérôme Lejeune nacque a Montrouge, alle porte di Parigi, il 26 giugno 1926. Grazie alla lettura di un romanzo di Honoré de Balzac e all’esempio di suo nonno, decise di diventare medico condotto. Il 1° maggio 1952 sposò Birthe Bringsted, che gli diede cinque figli. Quando il professor Raymond Turpin gli domandò di assisterlo nelle sue ricerche sul cosiddetto mongolismo, si appassionò a quel tema. Nel 1959 pubblicò uno studio in cui dimostrava che la sindrome di Down era dovuta a un cromosoma in più nel corredo genetico delle persone affette. Ricevette molte onorificenze in campo accademico e, per la sua difesa dell’embrione fin dal concepimento, fu apprezzato dai Papi san Paolo VI e san Giovanni Paolo II. Fu il primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, incarico che gli fu conferito quando era ormai molto malato di cancro ai polmoni. Morì a Parigi il 3 aprile 1994. Il processo diocesano per la sua causa di beatificazione e canonizzazione si è svolto a Parigi dal 28 giugno 2007 all’11 aprile 2012. Il 21 gennaio 2021 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sull’eroicità delle virtù del professor Lejeune, i cui resti mortali riposano nel cimitero di Châlo-Saint-Mars.



Da ragazzo si è lasciato talmente “prendere” dal «Medico di campagna» di Honoré de Balzac, da voler diventare pure lui medico condotto, a qualunque costo. Per questo si iscrive a Medicina, anche se nel 1951, il giorno stesso della laurea, le difficoltà economiche lo costringono ad accettare la proposta di un suo insegnante, il professor Turpin, a collaborare ad una ricerca in grande stile che questi sta conducendo sul “mongolismo”. Da quel preciso istante il suo futuro è segnato: la Francia avrà un medico condotto in meno, ma il mondo un grande genetista in più.
Nato nel 1926, Jérôme Lejeune, inizia la sua ricerca scientifica partendo dalle conclusioni cui era arrivato circa 90 anni prima il professor Down: una teoria che lui reputa scientificamente improvvisata e fondamentalmente razzista. Fino a quel periodo, infatti, il “mongolismo” è ancora considerato una tara razziale, oppure da addebitare a genitori alcolisti o sifilitici.
A Lejeune bastano appena otto anni per arrivare ad affermare che la causa di una malattia genetica non è determinata dal cambiamento della qualità del messaggio ereditario, bensì ad una mutazione di ordine quantitativo, cioè da un eccesso o da un difetto di alcune proporzioni del codice genetico.
In particolare, nel caso del “mongolismo”, scopre l’esistenza di un quarantasettesimo cromosoma, morfologicamente identico agli elementi del ventunesimo paio: ecco perché chiamerà la sindrome di Down “trisomia 21”. Nulla di disdicevole, dunque, nei genitori di quei bambini, nessuna degenerazione razziale, nessuna contagiosità come si credeva.
Mentre sta tentando di individuare anche la terapia per una possibile prevenzione della sindrome, si accorge che i risultati dei suoi studi sono utilizzati dagli abortisti, con la proposta di legge “Peyret”, per promuovere la soppressione in utero dei feti diagnosticati come “malformati”.
Convinto antiabortista, comincia a sostenere senza mezzi termini che «da sempre la medicina si batte per la salute e per la vita, contro la malattia e contro la morte, e non può cambiare schieramento!». Lo fa in ogni occasione, anche in una conferenza pubblica dell’ONU, addirittura definendo quest’ultima una istituzione per la salute che si trasforma in istituzione di morte».
«Oggi mi sono giocato il Nobel», scrive alla moglie: da quel giorno, infatti, la scienza ufficiale non lo chiama più; i finanziamenti per le sue ricerche vengono ritirati; in qualche modo è costretto a mendicare per continuare i suoi studi; talvolta, anche con minacce, gli viene impedito di prendere la parola; sul muro della facoltà di medicina compaiono scritte come «Lejeune trema… Lejeune assassino. A morte Lejeune» e anche «A morte Lejeune e i suoi mostriciattoli»…
È convinto che «la genetica moderna si riassume in questo credo elementare: all’inizio è dato un messaggio, questo messaggio è nella vita, questo messaggio è la vita»: dunque, non una battaglia su basi teologiche, ma scientifiche, fino ad affermare che «Se, Dio non voglia, la Chiesa arrivasse ad ammettere l’aborto, allora io non sarei più cattolico».
Marito premuroso, padre di cinque figli, cristiano dalla fede adamantina, continua ad opporsi ad una cultura di morte, chiamando l’aborto dei bambini down una «selezione della specie», la Ru486 «il primo pesticida umano», «la contraccezione, che è fare l’amore senza fare il figlio, la fecondazione extracorporea, che è fare il figlio senza fare l’amore, la pornografia, che è distruggere l’amore, l’aborto, che è distruggere il figlio, tutte cose contrarie alla dignità dell’amore umano».
Nell’ottobre 1993 gli diagnosticano un cancro polmonare in stadio ormai avanzato. «Non dovete preoccuparvi fino a Pasqua: vivrò almeno fino ad allora», dice alla moglie ed ai figli, aggiungendo: «E a Pasqua, non può avvenire nulla che non sia meraviglioso!».
Nel febbraio successivo san Giovanni Paolo II lo nomina presidente della neocostituita Pontificia Accademia per la Vita. Muore il 3 aprile 1994, mattino di Pasqua, come aveva preannunciato. Il 22 agosto 1997, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Parigi, il Papa, cambiando il programma stabilito, va a pregare sulla sua tomba nel cimitero di Châlo-Saint-Mars.
Il 28 giugno 2007, a Parigi, si è aperto il processo diocesano per la sua causa di beatificazione e canonizzazione, terminato l’11 aprile 2012. Gli atti del processo sono stati convalidati nel febbraio 2014. La “Positio super virtutibus” è invece stata consegnata alla Congregazione delle Cause dei Santi nel maggio 2017.
Il 21 gennaio 2021, ricevendo in udienza il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui veniva dichiarato Venerabile.
Jérôme Lejeune sembra ripetere anche oggi: «Voi che siete a favore della famiglia sarete presi in giro, si dirà che siete fuori moda, si dirà che impedite il progresso scientifico, si dirà che cercate di mettere il bavaglio alla scienza attraverso una morale superata. Ebbene, vorrei dire proprio a voi di non aver paura: voi trasmettete le parole della vita».


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2021-01-28

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