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Beata Leonella (Rosa) Sgorbati Suora Missionaria della Consolata, martire

17 settembre

Gazzola, Piacenza, 9 dicembre 1940 Mogadiscio, Somalia, 17 settembre 2006

Rosa Sgorbati, nata a Gazzola, vicino Piacenza, dovette attendere il compimento dei vent’anni per entrare tra le suore Missionarie della Consolata. Professò i voti tre anni dopo, assumendo il nome di suor Leonella; poi partì per il Kenya, dove operò soprattutto come ostetrica. Nel 2001 cominciò a fare la spola tra il Kenya e la Somalia, segnata dalla guerra civile. A Mogadiscio fondò un centro per la preparazione di infermieri e ostetriche somali. Il 17 settembre 2006, verso mezzogiorno, suor Leonella tornava a casa dopo le lezioni in ospedale. Sette colpi di arma da fuoco la raggiunsero, ferendola gravemente; per difenderla morì Mohamed Mahmud, l’uomo musulmano che le faceva da accompagnatore. Fu portata in ospedale, ma non fu possibile curarla. Spirò dicendo: «Perdono, perdono, perdono». La sua fama di martirio ha portato nel 2013 all’apertura della sua causa, iniziata nella diocesi di Mogadiscio il 31 agosto di quell’anno. L’8 novembre 2017 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui la missionaria veniva ufficialmente riconosciuta come martire. I resti mortali di suor Leonella, sepolti presso il cimitero di Nairobi in Kenya, sono stati sottoposti alla ricognizione canonica il 30 settembre 2017 e sono in attesa di essere collocati nella chiesa del Flora Hostel di Nairobi.



Il perdono è come il coraggio: se non ce l’hai dentro non lo puoi improvvisare. Perché a perdonare, come a superare le paure, si impara giorno per giorno. Ne sa qualcosa suor Leonella Sgorbati, che, proprio per aver esercitato un perdono eroico, è adesso prossima alla beatificazione.
Nasce a Gazzola, nel piacentino, nel 1940 e a 16 anni confida a mamma di voler andare missionaria. «Ne riparleremo quando avrai 20 anni», commenta mamma; ma la ragazza non cambia idea. Entrata nelle Missionarie della Consolata, fa il noviziato a Sanfrè (in provincia di Cuneo), poi va in Inghilterra a studiare da infermiera e solo nel 1970 realizza il suo sogno volando in Kenya.
Come ostetrica sembra abbia fatto nascere 4000 bambini; ma questi continuano a nascere nel suo nome anche ora che lei non c‘è più, perché ha trovato il tempo di far nascere molte scuole per infermiere ed ostetriche.
«Dovremmo avere per voto di servire la Missione anche a costo della vita. Dovremmo essere contente di morire sulla breccia...», diceva il fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, il beato Giuseppe Allamano. Lei, che lo ama molto e che ne studia la spiritualità per incarnarla nella propria vita, scrive: “Io spero che un giorno il Signore nella sua bontà mi aiuterà a darGli tutto o... se lo prenderà... Perché Lui sa che questo io realmente voglio».
Questo suo “dare tutto” passa attraverso il suo “amare tanto”, si concretizza nell’ “amare tutti” e si traduce nel “perdonare sempre”, anche attraverso le fragilità di ogni giorno. Lo testimonia oggi una consorella tanzaniana, da lei educata al perdono nel momento tragico della morte violenta del proprio fratello: «Sei tu che devi cominciare a fare questo gesto di perdono, non aspettare che tuo fratello si scusi», le dice, facendo chiaramente intendere che in questo si sta esercitando, lei per prima, da tanto tempo.
A casa sua e in tutte le missioni in cui passa, sono pronti a giurare che il suo biglietto da visita è il sorriso. Se le chiedono: «Perché sorridi anche a chi non conosci?», invariabilmente risponde: «Perché così chi mi guarda sorriderà a sua volta. E sarà un po’ più felice».
Dal 2001 inizia a fare la “pendolare” tra il Kenya e la Somalia dove la sua presenza è stata richiesta dai Superiori, per iniziare anche qui una scuola per infermieri. Trova un paese dilaniato da 10 anni di guerra civile, segnato da anarchia, carestia, morti senza numero, campi profughi, banditismo ed in cui, di conseguenza, si è radicato un fondamentalismo religioso che considera i missionari cattolici, specie se bianchi, obiettivo privilegiato.
Suor Leonella sa che per lei e le consorelle è pericoloso anche solo attraversare la strada, e ne ha paura, com’è normale: «C’è una pallottola con scritto sopra il mio nome e solo Dio sa quando arriverà”, ma con la forza della fede aggiunge sempre: «La mia vita l’ho donata al Signore e Lui può fare di me ciò che vuole». Il vescovo di Gibuti è solito dire che il cuore di suor Leonella è più grande del suo fisico, pur imponente e “rotondetto”.
E proprio questo grande cuore viene spaccato il 17 settembre 2006 da una pallottola, sparata a distanza ravvicinata, da due uomini che l’attendono mentre rientra a casa dall’ospedale, che si trova dirimpetto. Tra lei e le pallottole omicide cerca di frapporsi Mohamed Mahamud, un musulmano, padre di quattro figli, che la sta scortando in quel brevissimo tragitto. Anch’egli viene ucciso e il sangue del musulmano si mescola in un’unica pozza con quello della missionaria cattolica.
«Cristiani e musulmani che cercano di condividere la vita devono mettere in conto la possibilità di unire il proprio sangue nel martirio», scrivono in quei giorni. Difatti, non si tratta di una semplice coincidenza: «Per me la morte di una italiana e di un somalo, di una cristiana e di un musulmano, di una donna e di un uomo, ci dice che è possibile vivere insieme, visto che è possibile morire insieme! Per questo il martirio di suor Leonella è un segno di speranza», dice il vescovo.
All’ospedale fanno di tutto per salvarla, i somali vanno a gara per donarle il loro sangue, esattamente come lei aveva fatto per loro, puntualmente, ogni tre mesi, come donatrice di sangue. Prima che si spenga come una candela, la consorella che le tiene la mano la sente sussurrare distintamente: «Perdono, perdono, perdono». Sono le sue ultime parole, la sua firma sopra il proprio martirio. Ora «Il cielo è senza stelle» dicono i somali quando sanno della sua morte; per noi, invece, tra breve ci sarà una stella in più nella costellazione dei martiri ufficialmente riconosciuti.

Autore: Gianpiero Pettiti

 



 
Il 17 settembre del 2012 è caduto il 6° anniversario del martirio di Suor Leonella Sgorbati, avvenuto a Mogadiscio nel 2006.
Il servizio di Postulatrice del processo di riconoscimento del martirio di suor Leonella Sgorbati che mi è stato richiesto dalla direzione Generale, mi ha animato a ricercare il perché del martirio cristiano oggi, in una società che si dice pluralista e aperta a tutte le espressioni di religiosità, ed ho pensato che, se la contraddizione della Croce, del dono di sé fino all’effusione del sangue è ciò che fa paura all’uomo e alla donna di oggi, varrebbe la pena impegnarsi per dimostrare che la santità è possibile ed è più che mai visibile nei membri della chiesa, anche oggi. Per questo ho accettato questo servizio con gioia.
Rileggendo la vita di suor Leonella ho scoperto che, anche se nel suo percorso umano è stata segnata da momenti di fragilità, come tutti noi, fu tutta e sempre, protesa verso Gesù con un amore in crescendo che poco a poco si è purificato fino a raggiungere le vette più alte della comunione con Lui nel mistero della Croce.
Suor Leonella scelse di vivere questo mese nel febbraio 2006 durante il periodo delle sue vacanze in Italia. Per lei l’esperienza fu particolarmente intensa. Aveva desiderato tanto questo tempo di sosta prolungata ai piedi di Gesù, persona viva, reale, che amava veramente con tutta se stessa.
La grazia di Dio operò profondamente nel cuore di Suor Leonella in questo tempo che sperimentò tanto breve. Suor Leonella era una donna innamorata di Dio Padre, di Gesù Eucaristico e di Maria.
Durante lo scorrere dei giorni Suor Leonella fu particolarmente e gradualmente attratta dal e nel mistero eucaristico, e Gesù Eucaristia le concesse speciali grazie di intima unione, fino al punto di sentirsi una cosa sola con Lui, secondo le parole stesse di Gesù: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me». Gv. 6, 56-57)
Una cosa sola in amore. Diceva: «Se il Suo corpo e il mio sono una cosa sola, se il Suo sangue e il mio sono una cosa sola, allora è possibile essere sempre in Lui dono d’amore, dono di Lui, per tutti. Sempre, in ogni momento! Allora è possibile testimoniare, sempre che Lui c’è e ci ama». Da quel giorno la sua preghiera fu una continua intercessione a Maria Consolata perché l’aiutasse a essere “fedele” a questa indescrivibile grazia.
Fu proprio nel vivere da questa esperienza e in questa esperienza che Suor Leonella percepì chiaramente la chiamata di Gesù a vivere il mistero eucaristico fino alla fine, fino al dono della vita, fino allo spargimento del sangue, come Lui.
«Nessuno ha un amore più grande di questo…» Gv. 15,13. E a questo invito rispose con il suo Sì d’amore.
Non sapeva come questa chiamata si sarebbe concretata; era sicura però che si trattasse del dono della sua stessa vita, in maniera radicale e in un tempo breve. E lei ha detto il suo Sì, e quando fu colpita a morte le sue ultime parole, non potevano essere se non quelle di Gesù, «Perdono!»
L’ultima volta che è ritornata in Somalia è partita dal Kenya, così dicono le sorelle, con questa certezza: Il Signore la chiamava a dare la vita!
Il martirio di Suor Leonella non fu un evento improvvisato, ma fu il compimento di un desiderio durato una vita intera, alla Prima Professione religiosa: il 22 novembre 1965 aveva scritto nel suo programma di vita: «Io spero che un giorno il Signore nella sua bontà mi aiuterà a darGli tutto o... se lo prenderà... Perché Lui sa che questo io realmente voglio... Lui sa!», un desiderio che ha sempre guidato i suoi passi; fu il frutto di una vita spesa perché la persona, ogni persona, conoscesse l’incredibile amore di Dio per ogni sua creatura. E per grazia, con una chiamata chiara, amorosa, personale, il Padre l’ha resa degna di essere, figlia nel Figlio, amore donato fino alla fine, per tutti.
Il martirio di Suor Leonella fu la risposta umilmente e fedelmente data a questa chiamata che pose il sigillo dell’amore più grande sulla sua vita.
Il 17 settembre 2006, giorno del suo martirio il vangelo di Marco 8,35 riportava le parole di Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo la salverà».
Se nella sua personale relazione con il Signore Suor Leonella maturò la convinzione che per il Regno era chiamata a donare la sua vita, non si può negare che l’esperienza del martirio che visse la nostra sorella, si deve leggere nel contesto della piccola comunità che in terra somala ha fatto del martirio silenzioso e quotidiano il suo stile di vita, donando goccia a goccia il proprio sangue, al fine di rendere presente l’amore di Dio in mezzo ai poveri. Lei fu scelta perché nel suo corpo rimanessero visibili i segni di quella passione che tutta la comunità ha vissuto nell’arco di questi anni d’incertezza e di violenza.
Il nostro Istituto ha letto, nel Martirio di Suor Leonella, un richiamo forte del Signore alla fedeltà alla Missione, anche a costo della vita. Alla luce delle parole del nostro Fondatore, che ci esortava: «Dovremmo avere per voto di servire alla Missione anche a costo della vita. Dovremmo essere contente di morire sulla breccia... Quando farete i voti ricordatevi che in mezza i tre voti c’è pure questo quarto voto», il Capitolo Generale del 2011 ha chiesto alla Direzione Generale di dare inizio al procedimento per il riconoscimento del martirio di Suor Leonella Sgorbati e da questa richiesta è nata anche la mia chiamata a questo servizio che considero un grande dono.
Suor Leonella è morta pronunciando: Perdono, perdono, perdono, alla luce di queste parole pronunciate nel momento fondamentale della verità di se stessa varie persone hanno avuto la grazia di perdonare a loro volta. Cito come esempio la stupenda testimonianza di Suor Redenta e quella di un inglese della Chiesa protestante Anglicana St Albans Church in Portsmouth.
Suor Redenta, oggi anche Lei in cielo, ci ha condiviso: «Dopo quanto avevamo vissuto non mi era facile perdonare mio fratello. Suor Leonella m’invitò a farlo dicendomi: “So che è molto difficile parlartene ora ma è proprio in questo momento che il tuo perdono diventerà un grande dono per il tuo fratello. Anche lui sta soffrendo cercando il perdono da voi. Egli ha fatto ciò che secondo lui era meglio. La terra dove Andrea è stato seppellito è la stessa terra dove voi lo avreste seppellito. Ricordati: Dio, per accettarci in Paradiso, non tiene in conto in quale cimitero uno è stato seppellito. Tutti siamo suoi”. Suor Leonella mi ha aiutata a vedere come il mio perdono avrebbe aiutato gli altri membri della mia famiglia a perdonare e come questo gesto sarebbe stato un dono di pace per i miei genitori, sorelle, fratelli e parenti tutti. Suor Leonella mi diceva ancora: “Sei tu che devi cominciare a fare questo gesto di perdono, non aspettare che tuo fratello si scusi, ma offri a lui il perdono. Costa, ma sarà un dono prezioso per lui e per tutti».
Il 17 settembre 2006, quando seppi che Suor Leonella, mortalmente ferita, aveva pronunciato per tre volte la parola “perdono” verso il suo uccisore, non mi stupii. Questo era il suo modo di vivere. Lei, che aveva saputo perdonare tante piccole cose durante la sua vita, fu capace del grande perdono nel momento supremo della sua vita. Così è salita in Cielo con la corona del martirio.
Care amiche, Domenica mattina dopo l’assassinio della vostra defunta Suor Leonella Sgorbati, accesi una candela e dissi una preghiera per lei nella mia chiesa) prima della Messa. Navigando nell’internet quel giorno, lessi alcuni commenti spregevoli verso l’islam in generale dopo la sua uccisione - sentimenti con le quali sono sicura Suor Leonella non si sarebbe mai associata.
L’ultima parola di Suor Leonella Sgorbati mentre stava morendo per le ferite che aveva ricevuto era ‘perdono’. Mi sembra che questa semplice parola per sempre la identificherà. Devo dire che da trent’anni nutrivo pensieri amari verso Fred S., una mia vecchia conoscenza già da tempo defunta, che mi aveva fatto un torto. Per quanto ci provavo non ero mai riuscito a perdonare Fred per i commenti che egli aveva fatto nei miei riguardi allora e che mi facevano soffrire — fino all’altro ieri. Ma ieri, pensando alle parole di Suor Leonella and applicandole in preghiera, mi è sembrato di scacciare via lo spirito di amarezza. Per cui, ‘perdono’ non è stato solamente la parola ultima e definitiva di Suor Leonella al Mondo - ma è stato anche la sua parola a me. Possa Suor Leonella Sgorbati, vera serva del Vangelo fino alla morte, davvero ‘Riposare in pace, nella compagnia dei beati, e Risorgere nella Gloria!’
Concludo rilevando come, unita al Signore Gesù, la vita di Suor Leonella acquista il profumo del Vangelo e parla: racconta la bellezza di una donna di un’umanità piena e affascinante, che ha saputo reinterpretare le dimensioni fondamentali dell’esistenza alla luce della fede. E così il profumo del Vangelo, che è sovrabbondanza di amore, è diventato espressione del dono totale fino allo spargimento del sangue (Gv. 12,1-11).


Autore:
Suor Renata Conti, Postulatrice


Note:
Per maggiori informazioni: Suor Renata Conti, Postulatrice renata-conti@libero.it

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Aggiunto il 2017-11-10

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