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Umberto II di Savoia Re d'Italia

Testimoni

Racconigi, Cuneo, 15 settembre 1904 Ginevra, Svizzera, 18 marzo 1983

Umberto II fu l’ultimo Re d’Italia, nato da Vittorio Emanuele III e dalla regina Elena. Allevato con un’educazione militare, seppe mantenere il controllo di sé, vivendo allo stesso tempo una seria religiosità. Sposò Maria José del Belgio l’8 gennaio 1930. Alla fuga dei genitori a Salerno dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, fu di fatto il capo di Stato, ma accettò di lasciare Roma poco prima del referendum con cui l’Italia fu proclamata Repubblica. Per evitare alla patria il rischio di una nuova guerra civile, accettò di ritirarsi in Portogallo, lasciando il Paese il 13 giugno 1946, dopo 23 giorni di regno (dal 9 maggio al 2 giugno). Trascorse i 37 anni d’esilio vivendo quasi da eremita, in maniera sobria e religiosa. Ammalatosi di mieloma osseo, morì presso l’Ospedale Cantonale di Ginevra il 18 marzo 1983, a 79 anni. La sua tomba si trova presso l’abbazia di Hautecombe, in Savoia.



Cento e uno salve di artiglieria risuonarono nel secolare parco del castello di Racconigi il 15 settembre 1904. Alle ore 23 il dottor Morisani aveva annunciato a Vittorio Emanuele III: «Maestà, è nato un Principe di Casa Savoia!», il Re era impallidito e aveva sorriso. «Il mio animo si allieta in modo particolare per la speranza che il neonato possa col tempo servire al bene e alla grandezza della Patria» scriverà più tardi al sindaco di Roma.
Il Re era affiancato da una consorte, Elena di Montenegro, propensa non ai salotti culturali e politici, ma a stare a contatto diretto con il popolo e in particolare alle persone più umili e bisognose.
Quando nacque l’erede al trono le agitazioni degli scioperanti erano all’ordine del giorno, ma il felice evento diffuse un senso di sicurezza nel popolo d’Italia. Era stato a lungo atteso, preceduto dalle principesse Jolanda (1° giugno 1901) e Mafalda (19 novembre 1902). Fu battezzato il 16 settembre sera nella cappella del castello dal cappellano di corte, monsignor Biagio Balladore, coi nomi di Umberto (in onore del nonno paterno), Nicola (preso dal nonno materno), Tommaso (come lo zio, duca di Genova), Giovanni, Maria. La cerimonia pubblica del battesimo ebbe luogo invece al Quirinale di Roma e officiò monsignor Giuseppe Beccaria.
Il bambino crebbe buono ed innocente, nonostante gli orrori delle guerre, più incline alla meditazione che all’azione terrena. La sua religiosità, dalla quale il padre Vittorio Emanuele rimase sempre orgogliosamente distante, si accrebbe di giorno in giorno.
Il calore e l’intimità familiare non vennero a mancare ad Umberto. Non si trovò, infatti, a vivere in una corte, ma in un focolare domestico. Mamma Elena era molto tenera con i figli e per lui, che chiamava “Bepo”, aveva un forte debole.
Tuttavia il vento iniziò a mutare quando si avviarono gli studi: il Re decise che occorreva formare il figlio privatamente, senza contatti con i coetanei. L’educazione di Umberto fu quindi di stampo militare, tra disciplina, caserma, accademia, esercitazioni, sotto la guida dell’ammiraglio Attilio Bonaldi, uomo retto, onesto, ma esigentissimo.
Dall’oggi al domani il Principe di Piemonte – era questo il titolo che gli fu assegnato – passò dalle cure materne agli insegnamenti dell’ammiraglio. Il suo temperamento ne uscì modificato, improntato a un ferreo autocontrollo, che divenne il filo conduttore di tutta la sua esistenza.
A 14 anni venne iscritto al Collegio militare di Roma, con sede a Palazzo Salviati, alla Lungara, dove rimase fino a 17 anni, quando presentò domanda di arruolamento volontario nell’esercito, al primo reggimento granatieri. Si appassionò allo studio, in particolare gli piaceva l’archeologia, meno la narrativa e la poesia.
Quando compì vent’anni, il compito del governatore Bonaldi terminò. Nel 1925 il Principe superò gli esami all’Accademia di Modena e divenne tenente in servizio permanente effettivo al 91° reggimento di fanteria di stanza a Torino.
I quattro anni trascorsi nell’ex capitale furono indimenticabili per Umberto. Lontano dal padre si sentiva a proprio agio: il rigore e la disciplina militari non gli pesavano e la sera poteva dedicarsi ai suoi amici. Fu testimone muto degli sconvolgimenti sociali e politici in corso in Italia, culminati con l’ascesa al potere del partito fascista.
Il suo ruolo di erede comportava il dover essere cosciente di ciò che accadeva in quella patria dove un giorno avrebbe regnato: per questo motivo, raggiungeva in treno il Re suo padre e i funzionari dell’esercito, sfilando accanto a loro nelle visite ai militari.
Era il 1918 quando incontrò per la prima volta Maria José del Belgio, la sposa che gli era stata assegnata dalle ragioni di Stato, ma non era incline ad affrettare i tempi per le nozze. L’11 novembre 1925, intanto, si laureò a Padova in legge e divenne famoso per la sua eleganza, l’amore per lo sport e per la partecipazione a feste e ricevimenti.
Pur nella vita mondana, non faceva nulla per celare la propria religiosità, improntata a un’etica cristiana che lo faceva soffrire quando trasgrediva. Alle sette di mattina della domenica si recava, da solo, nella cappella del Cottolengo per la Santa Messa. Salutava sempre con la genuflessione il cardinal Maurilio Fossati, arcivescovo di Torino, e rispettava ogni ricorrenza religiosa. Fu pellegrino a Santiago de Compostela, Nazaret e Betlemme, sempre con spirito penitenziale.
La sua vita da scapolo non durò molto: una sera, mentre era a casa di amici, gli telefonò il padre, per dirgli che il tempo era scaduto. Il 25 ottobre 1929 Umberto, il giorno dopo l’annuncio ufficiale del fidanzamento, si recò con Maria José in corteo a rendere omaggio alla tomba del Milite Ignoto a Bruxelles, rischiando di rimanere vittima di un attentato. Le nozze si celebrarono l’8 gennaio 1930, giorno del compleanno della regina Elena, nella cappella Paolina del Quirinale, alla presenza del cardinale Aurelio Maffi, arcivescovo di Pisa.
Spiato fin dai tempi torinesi dalla polizia segreta fascista, l’Ovra, Umberto mantenne il proprio equilibrio e il controllo di sé, ormai abile nel nascondere preoccupazioni, turbamenti, ansie, inquietudini.
Nel settembre del 1943, dopo l’Armistizio, re Vittorio Emanuele III e la moglie lasciarono Roma per dirigersi al Sud, ma Umberto ne fu contrario: «La mia partenza da Roma… è senza dubbio uno sbaglio. Penso che sarebbe opportuno che io tornassi indietro; la presenza nella capitale di un membro della mia Casa in momenti così gravi, la reputo indispensabile».
Il palazzo del Quirinale, dove si riservò un appartamento, venne quindi aperto ai mutilatini, perché giocassero con i suoi figli. Allo stesso modo, i saloni divennero luoghi dove offrire il pranzo ai bambini degli orfanotrofi. L’amore per i più piccoli era decisamente un’eredità della madre: ogni istante libero dai suoi doveri istituzionali era per loro.
Nel giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III nominò il figlio Luogotenente Generale del Regno in base agli accordi tra le varie forze politiche che formavano il Comitato di Liberazione Nazionale, che prevedevano di «congelare» la questione istituzionale fino al termine del conflitto. Umberto, dunque, esercitò di fatto le prerogative del sovrano senza tuttavia possedere la dignità di re, che rimase a Vittorio Emanuele III.
Umberto firmò su pressione americana il decreto legislativo luogotenenziale 151/1944, che stabiliva che «dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali» sarebbero state «scelte dal popolo italiano, che a tal fine» avrebbe eletto «a suffragio universale, diretto e segreto, un’Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato» dando per la prima volta il voto alle donne.
Il 9 maggio 1946, ad appena un mese dallo svolgimento del referendum istituzionale che doveva decidere tra monarchia e repubblica, Vittorio Emanuele III abdicò e si trasferì in Egitto con la regina Elena. Il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, chiese al nuovo re Umberto II di ritirarsi a Castel Porziano: la sera del 12 lasciò il Quirinale, pertanto la monarchia fu dichiarata decaduta dall’indomani. Il 18 giugno 1946 l’Italia venne proclamata Repubblica, con effetto retroattivo dal 2 giugno.
Posto di fronte alle alternative tra dichiarare il Governo decaduto e costituirne uno nuovo, non tener conto del colpo di Stato del Governo e rimanere a Roma fino al giudizio della Cassazione, emanare un proclama denunciando l’usurpazione e appellandosi al popolo o lasciare l’Italia senza abdicazione né passaggio di poteri, re Umberto II scelse la quarta possibilità, per non assumersi la responsabilità di un’altra guerra civile e, dunque, di essere causa di un ulteriore spargimento di sangue.
Alle 16.07 di giovedì 13 giugno 1946 partì dall’aeroporto di Ciampino, salutato dagli ultimi che gli erano rimasti fedeli. Il suo regno era durato dal 9 maggio al 2 giugno, 23 giorni appena. Più tardi dichiarò, durante il pranzo offerto in suo onore a Barcellona: «Certo, in quelle ore non potevo essere brillante, da che – perché non dirlo? – durante quell’agitato viaggio, per religioso ch’io sia, avevo invocato la morte».
Quando giunse a Lisbona venne accompagnato a Colares, nei pressi della città di Cintra, dove la duchessa di Cadaval aveva messo a disposizione una sua proprietà. Là Umberto II trovò Maria José e i bambini. Si sistemarono quindi a Cascais, sulla Costa del Sol, a circa 30 chilometri da Lisbona.
Lo stile di vita assunto da Umberto aveva quasi dell’eremitico: non andava mai nei ristoranti eleganti, ma cercava trattorie e pizzerie. Tutto nella continua ricerca della modestia, della preghiera, della mortificazione.
Dopo un solo anno, fu abbandonato anche dalla moglie, che portò con sé Vittorio a Merlinge, nei pressi di Ginevra. Con Umberto rimasero le tre figlie Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice. Quando anche le figlie se ne andarono, il vuoto più completo lo circondò.
La salute iniziò a tradirlo quando stava per compiere i sessant’anni. Nell’aprile del 1964 venne ricoverato in una clinica di Londra senza avvertire nessun familiare. Si trattava di cancro, più precisamente di un mieloma osseo.
L’anno dopo Umberto venne ricoverato a Lisbona a causa di un incidente automobilistico. Il 1968 fu l’anno del secondo intervento a Parigi. Non si lamentò neppure quando il male lo divorava nelle fibre e nelle forze.
Nel maggio del 1982 incontrò san Giovanni Paolo II a Lisbona, durante il suo viaggio apostolico in Portogallo, per donare alla Santa Sede la Sacra Sindone, che per secoli fu proprietà di Casa Savoia.
Al ritorno da un viaggio a Londra, fu ricoverato all’Ospedale Cantonale di Ginevra, dove il 18 marzo del 1983 si spense, all’età di 79 anni. Morì con la parola Italia sulle labbra. Per le sue esequie, svoltesi sotto una pioggia battente, ad Hautecombe, vicino ad Aix-les-Bains nell’Alta Savoia, erano presenti diecimila persone, ma neppure un ministro italiano.
Umberto II ha voluto che, nella propria bara, fosse riposto il sigillo reale: in tal modo si ritiene che egli abbia inteso esplicitamente distinguere i suoi eredi dinastici da quelli civili. Il 24 marzo la sua salma trovò dimora nell’Abbazia di Hautecombe o Altacomba, in Savoia.
Fra le carte di Re Umberto rinvenute a Cascais, nei cassetti della sua scrivania, sarà trovato un foglio scritto di suo pugno. Una citazione di una lettera di san Paolo ai Corinti, ricopiata in latino e tradotta subito dopo in italiano:
«Mihi autem pro minimo est ut a vobis iudicer (aut ab humano die). Sed neque meipsum iudico. Nihil enim mihi conscius sum: sed non in hoc iusticatus sum; qui autem iudicat me, Dominus est», «Poco importa a me d’essere giudicato da voi (o da un tribunale di uomini)… né mi giudico da me stesso, poiché non ho coscienza di aver commesso alcunché; ma non per questo sono giustificato: mio giudice è il Signore».
 


Autore:
Cristina Siccardi

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Aggiunto/modificato il 2015-07-19

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