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Don Giorgio Bissolino

Testimoni

Tollegno, Biella, 31 dicembre 1936 - 31 dicembre 1965


Guardalo in faccia, nelle sue foto da bambino, da giovane, ancor più da prete: nel suo sguardo, nel suo sorriso, nei suoi occhi vedi Gesù, la tensione a Lui, il sogno di amarlo e di farlo amare.
Giorgio Bissolino nasce a Tollegno (Biella) il 31 dicembre 1936 da Pietro e da Anna Bon. Dal 1937, vive a Pralungo (Biella) dove frequenta le scuole elementari distinguendosi per profitto e bontà. Entra in Seminario a Biella nel 1948, dove compie studi e formazione con il rettore don Ferraris e il Padre spirituale don Tua. È consacrato sacerdote dal Vescovo diocesano Mons. Carlo Rossi, domenica 25 giugno 1961, il solo sacerdote consacrato quell’anno. Un mese dopo, è mandato a Piazzo come viceparroco e si dedica con passione al ministero sacerdotale e all’apostolato, soprattutto tra i ragazzi e i giovani: "Voglio salvarli tutti e condurli tutti a Gesù".
Sul suo ricordino di ordinazione e prima Messa, ha voluto un’immagine di Gesù coronato di spine e la preghiera, semplicissima e grande, che dice tutto: "Vedendo me, riconoscano Te, o Signore". Ecco, c’è proprio tutto: egli lo sa, Gesù vivo, per le imposizioni delle mani del Vescovo, è vivente in lui, reso "alter Christus", ma questo dovrà essere visibile, credibile: gli altri, coloro che lo avvicinano, coloro che vengono a lui da più lontano o che lo sfiorano soltanto, dovranno poter vedere in lui, per davvero Gesù stesso: "ipse Christus". Se con la grazia di Dio, ci riuscirà, il suo sacerdozio sarà grandissimo, anche se soffre di una grave cardiopatia; diversamente, sarà un fallimento.

Che cos’è la fede
Ma don Giorgio ce la mette proprio tutta per riuscire nel suo ideale, nella sua missione, anche se sa di essere null’altro che un piccolo "servo" nella casa di Dio, ma con una dignità grandissima, che il curato d’Ars dice superiore agli angeli: sacerdote, ecco tutto.
I preti che allora brillavano sembravano essere altri. Don Giorgio, a 25 anni sa che la sua fragilità fisica gli avrebbe limitato l’attività. Qualcuno pensa che avrebbe fallito nel contatto con ragazzi e giovani, perché sembra essere quanto di meno giovanile si possa immaginare. Ma don Giorgio si mette in contatto con tutti i ragazzi di Piazzo, nessuno escluso. Li avvicina tutti.
Non riduce la fede a altro che non sia rapporto con Dio. Non filantropia né umanitarismo, ma soltanto e sempre carità teologale: il suo cuore ama con il Cuore di Gesù e, in Gesù, vuole condurre tutti a Dio: "Essere cristiani – scrive – non è essere inquadrati per volontà di altri, ma aderire a Dio solo". Ha idee chiare: "Gli uomini, sebbene a gradi diversi, avviliscono il santo Sacrificio della Messa al livello di una cerimonia umana (…) invece nella Messa è Gesù che si offre e l’uomo è divinizzato".
Quando il Vescovo lo manda a Piazzo, giovanissimo anche lui, non è un romantico o un illuso. Conosce il mondo e la scristianizzazione progressiva delle anime e della società: "Dobbiamo riconoscere – annota subito – che nella nostra parrocchia i giovani non sono più cristiani. Infatti, dai 17 anni ai 25 anni, solo uno su quattro partecipa alla Messa di domenica". Ma lui questi ragazzi li avvicinerà tutti a Gesù, solo con i mezzi del vangelo: l’amicizia, la preghiera, la penitenza e il sacrificio per loro, ore e ore di confessionale, la Messa celebrata come un angelo all’altare: ecco, lì, vedendo lui, che è poco più di un ragazzo, essi riescono a riconoscere Gesù.
E’ musicista; fragile, debole all’esterno, ma di dentro è di acciaio purissimo. Ha alcune idee forti portanti, che non crollano, salde come roccia: la presente vita terrena è realtà penultima; le cose ultime (i novissimi) sono solo quattro: morte, giudizio, inferno e Paradiso. In breve: il godimento di Dio o la privazione di Dio. "Tu come ti giochi la vita?". Scrive don Giorgio: "Il peccatore corre un rischio (…) la sua vita è sospesa a un filo, ma sotto di lui c’è l’inferno"; "Esiste una Verità: la Verità è soltanto una, non due, accettabili entrambi".
Adotta il metodo apologetico di Blaise Pascal come orientamento del suo apostolato: "la miseria dell’uomo, senza Dio, la felicità dell’uomo con Dio". "Chi è felice? – si domanda don Giorgio – La mia vita, la tua è felice solo se è vissuta amando Dio. Lontanto da Dio, c’è la nausea, la stanchezza interiore, il vuoto (…) Amare Gesù è pienezza di vita; rifiutare Gesù è cozzare il capo contro la pietra angolare; invece di costruirci sopra, inzuccarci dentro". Cita a se stesso e ai suoi giovani le parole di S. Ilario di Poitiers: "Il danno più grande dell’uomo è rifiutare Cristo".

Ogni giorno per Gesù
Nella bella antica casa canonica di S. Giacomo a Piazzo, don Giorgio, al suo arrivo, ha trovato un parroco buono, don Albino Pizzato, che lo apprezza e lo sostiene come un padre, e una "perpetua", Antonia Courelovich, che è un’apostola dei sacerdoti e una madre. Il rigore del tempo a Piazzo è bello e gioioso, dignità di vivere per Cristo, con una vita in una casa serena e ospitale. Fin dall’infanzia, il lavoro si fa intenso e non gli mancano le soddisfazioni, innanzi tutto di poter trattare ogni giorno con Gesù nel santo Sacrificio della Messa, quindi di accostare le anime nel confessionale, negli incontri, in oratorio, le anime giovanili, mai da "coccolare", ma da dirigere, correggere con amore, illuminare, sostenere, immergere nel Sangue di Cristo, nella vita della Grazia santificante. Senza staccarsi mai dalla "trincea", dove Dio lo vuole.
"Tu sai – scrive don Giorgio alla sorella amatissima – che un sacerdote deve dedicarsi tutto alle anime (…) e non può prendere del tempo per sé perché il tempo dev’essere dato tutto agli altri; non può sciupare i soldi in ferie, fumo o gite, ma darli ai poveri, spenderli per il bene dei ragazzi in oratorio".
Negli anni, sì del "boom" ma anche della "congiuntura economica", don Giorgio non vuol saperne di spirito borghese o proletario – entrambi sono egoismo e distacco dal Vangelo unica regola di vita – e propone il Vangelo senza sconti: "Anche tu – dice a un giovane – ti sei indignato quando hai visto qualche industriale stare per mesi al mare, mentre i suoi operai disoccupati non riuscivano a mettere insieme il pranzo e la cena. Ma se tu pensi solo a divertirti (con le ragazze, sottinteso) fai come loro, anzi peggio di loro. La vita non ti è stata data per sciuparla nel divertimento e nel peccato, ma perché tu la spenda per Cristo e per dare qualcosa agli altri: l’aiuto materiale, la verità, la fede. La vita è servizio".

29 anni: missione compiuta
A Piazzo, gli anni passano veloci. Don Giorgio non perde un istante, quasi abbia l’intuizione che deve fare tutto, soprattutto fare presto, fare bene: spende e brucia letteralmente la sua vita senza tenersi nulla per sé, mai pensando al futuro che per lui non sarebbe mai arrivato. È ciò per cui si spende la vita, che dà valore alla vita; un nulla o l’immenso, l’eterno. Lui, la vita la consuma per Gesù: "non c’è altro che Lui per noi sacerdoti". Scrive:
"Anche Gesù ha detto: non datevi pensiero per il domani, basta a ciascun giorno, la sua pena. Perciò vivi alla giornata, senza preoccuparti per l’avvenire: c’è Gesù Cristo". Non ricorre allo psicologo o al sociologo per fare apostolato, per avvicinare i giovani, anche se ha un intuito finissimo; ricorre alla Grazia di Dio. Ha imparato dai santi, quali il Curato d’Ars e i buoni preti biellesi come don Fontanella, che la Grazia divina per sé e per le anime si guadagna con la preghiera e la penitenza.
Così, don Giorgio, fragile, delicato di salute, già minato nel fisico dall’aggravarsi della cardiopatia usa il cilicio, la catenella. Il suo Padre spirituale, don Carlo Tua, in seminario, non si era ritratto dal donargli un cilicio e lui, angelo in carne, lo usava, soprattutto quando aveva bisogno di speciale grazia di Dio per santificare le anime. Qualcuno oggi sorride e esclama: "Una pazzia! Un masochista!". "Sì – risponderebbe il grande P. Lacordaire, predicatore a Notre Dame – una pazzia per Cristo, che per primo è impazzito di amore sulla croce per noi".
Il 31 dicembre 1965, giorno del suo 29 compleanno, dopo aver celebrato la Messa al mattino, aver svolto il ministero, essersi recato a visitare i presepi dei suoi ragazzi, per poter dare loro un premio, don Giorgio dopo pranzo, si ritira in camera per un momento di riposo. Non vedendolo più all’ora solita, il parroco don Pizzato va a vedere che cosa sia mai successo. Lo trova sul letto, con l’abito talare, immobile, sorridente: i suoi occhi vedono Dio. Nella maestà della morte, don Giorgio Bissolino appare davvero un’oblatio munda con Gesù al Padre.
Al momento della sua ordinazione, egli aveva diffuso un’immagine con il profilo di Gesù coronato di spine, accompagnato dalla preghiera: "Vedendo me, riconoscano Te, Signore". Il suo parroco, don Pizzato commenta: "Non infatti la sua persona, ma il volto di Cristo crocifisso aveva illuminato e riscaldato ogni suo gesto".
Da allora, riposa nel cimitero di Pralungo (Biella) e a più di 40 anni dalla sua morte, chi lo ha conosciuto, afferma ancora: "In don Giorgio, abbiamo riconosciuto davvero Gesù".


Autore:
Paolo Risso

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Aggiunto/modificato il 2009-10-26

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