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Servo di Dio Giovanni Nadiani Sacerdote sacramentino

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Bertinoro, Forlì, 20 febbraio 1885 - Ponteranica, Bergamo, 6 Gennaio 1940


Giovanni Nadiani nacque il 20 febbraio 1885 a S. Maria Nuova, frazione di Bertinoro (Forlì). L’avevano preceduto una sorella e un fratello. Quando aveva tre anni morì la mamma e il padre, repubblicano anticlericale che gestiva uno spaccio alimentare – osteria, ne sposò la sorella. Dopo soli due anni rimase ancora vedovo e nuovamente si risposò. Tutte e tre le donne educarono cristianamente Vanitti, come veniva familiarmente chiamato, che era un ragazzo modello, buono e generoso. Disponibile in casa, diligente a scuola e in par­rocchia, aveva una particolare disposizione per il canto ed era un bravo solista. Terminate le scuole elementari, nel 1898, entrò nel seminario di Cesena, ma non era quello il progetto che Dio aveva per lui. Nel 1902, con molta sofferenza, tornò a casa e si mise a lavorare nell’osteria-bottega di famiglia. Serio e gentile, quando aveva uno spazio libero leggeva libri religiosi e se udiva una bestemmia usciva fuori e si faceva il segno di croce. Amava portare al pascolo i cavalli presso una cappella della Madonna, per pregare e cantare. La sorella, da casa, riconosceva la sua bella voce. La fede profonda gli fece maturare la volontà di impegnarsi socialmente ed entrò nel Circolo democratico cristiano di Prodezza. Venne in seguito nominato segretario, mentre continuava a chiedersi quale fosse il suo destino. Pensò di farsi missionario e andò a lavorare in Svizzera per imparare il francese e il tedesco. Fece l’operaio in una fabbrica di cioccolato, fino a quando nel 1905 fu chiamato in Italia per il servizio militare. Riprese quindi il lavoro in Svizzera, ma ai primi del 1907 si trasferì a Roma dove fece il commesso in un bar. Era assiduo nel frequentare le chiese del centro storico e un giorno entrò in S. Claudio. Era solennemente esposto Gesù Eucaristia mentre due sacerdoti adoravano e i fedeli entravano per pregare, chi a lungo, chi per pochi minuti. Si mise in ginocchio e comprese quale era la sua missione. Conobbe i Padri Sacramen­tini che, intuita la sua grande carica interiore, l’accolsero, non come sacerdote, essendo già avanti negli anni, ma come fratello laico. Entrò nella casa della congregazione di Torino il 2 luglio 1907 e il 14 novembre iniziò il noviziato a Castelvecchio di Moncalieri diretto da P. Carlo Maria Poletti. Fin dalle prime settimane, attraverso un intenso itinerario ascetico, iniziò a scrivere le “Note spirituali”. Decise di consacrarsi in comunione sponsale con Gesù Eucaristia, mediante il “Voto eymardiano della Personalità”. Le sue intuizioni mistiche, la sua passione per l’Eucaristia e per la Madonna, raggiunsero livelli altissimi. Gli fu dato l’incarico di sagrestano e addetto alla propaganda delle riviste sacramentine ed era disponibile ad ogni umile servizio. La Grande Guerra lo portò al fronte da gennaio 1917 fino all’autunno del 1918, presso Strassoldo (Udine), come attendente di un cappellano militare. Tornato in comunità riprese i numerosi servizi, fu pure vice-economo. Nell’ottobre 1931 fu trasferito definitivamente a Ponteranica dove il servo di Dio Lodovico Longari lo volle infermiere della comunità. Senza diploma, ma con una buona pratica, svolse l’incarico con deli­catezza e bontà. Conquistò la stima dei medici che gli riconoscevano un “interessa­mento veramente materno verso gli amma­lati”. Raccolse i suoi pensieri ne “La Maternità spirituale del Religioso del SS. Sacramento”.
Giovanni fu un contemplativo dell’Eucaristia. Preparava le sue adorazioni con la scelta di un soggetto e dopo ne annotava i frutti spirituali. Si era costruito un “orologio eucaristico” che definiva “orologio del conforto” per mettersi in comunione con i diversi sacerdoti che secondo i fusi orari, nelle varie parti del mondo, celebravano la S. Messa. Nelle “Note” scopriamo il suo spirito genuino e ra­dicale: “L’Adorazione è la cosa più sublime. È il tempo riservato per i nostri rapporti con Dio; durante questo tempo siamo liberi da tutti gli impieghi per metterci in relazione intima e in familiare conversazione con Dio. Allora non siamo più degli operai, ma ambasciatori della Chiesa presso Dio e figli carissimi di Dio. L’Adorazione è un esercizio angelico. Sì, certamente, per mezzo dell’Adorazione noi entriamo nel­la stessa occupazione degli Angeli”. “L’Adorazione è la mia piccola Messa. Oh, con qual impegno debbo celebrarla! ... Debbo ogni volta tener preparata una vittima da offrire. La migliore Adorazione è quindi quella che di più si avvicina alla vera Messa, è quella delle ore 6, cioè quando faccio la S. Comunione. Allo­ra rinnovo 1’Adorazione profonda della Vergine al momento della In­carnazione, i suoi ringraziamenti amorosi, la sua immolazione e la sua preghiera. In tutte le Adorazioni rivivo il momento della elevazione - consa­crazione – immolazione; devo pregare Gesù a volermi del tutto cambiare, trasfor­marmi, rendermi un piccolo Gesù, di modo che possa dire: non son più io che vivo, no no, bensì Gesù che vive in me! Ecco la mia Messa che ho la fortuna di celebrare 3 volte al giorno. In tutte le Adorazioni sebbene non stringa al cuore realmente Gesù, pu­re Egli dal Suo Sacramento trasmette a me la sua Vita divina, il suo Di­vino Spirito Vivificatore, Trasformatore, Formatore di Santi, immagini del Figlio di Dio. Oh! con quale desiderio ardente debbo prepararmi a ce­lebrare la mia piccola Messa! Con quale ricerca debbo preparare la Vit­tima per immolarla con generosità al momento della consacrazione!”.
La quotidianità di Fratel Giovanni, che fin dal noviziato usò, sotto la scrupolosa guida del confessore, alcuni cilici, poteva sembrare mo­notona, ma lui disse: “La mia vita deve essere una continua Adorazione. Devo sempre unire la contemplazione alla vita attiva, rendere ‘spirituali’ tutte le mie azioni materiali, in modo che tutto mi porti all’Adorazione”. Aveva cinquantacinque anni quando il medico gli ri­scontrò un’ulcera nello stomaco, che era in realtà un tumore. Il servo di Dio ringraziò l’Addolorata per «quella piccola croce vivente». Continuò l’attività di infermiere e con sacrificio non tralasciava di andare a Bergamo per le diverse commissioni. Il 9 Settembre 1939, divenuto insopportabile il dolore, andò da solo in città a piedi a farsi visitare in una clinica. All’infausta diagnosi rispose “Deo Gratias”. Il 22 dicembre venne ricoverato all’Ospedale Maggiore e si decise di operarlo. Scrisse un ultima lettera ad un confratello: “Da tutti si pre­ga per ottenere dal Beato Padre un miracolo in mio favore. Tanta cari­tà mi commuove! Se poi il buon Gesù disporrà altrimenti, ne sia ugual­mente ringraziato “cum gaudio”. Mi aiuti anche Lei, caro Padre, affinché se verrò operato, possa ce­lebrare la mia Messa cruenta da vero Sacramentino, lasciando libera­mente e con gioia che Gesù - Vittima completi in questo suo indegno membro la sua Passione e così mi riscatti dai miei tanti peccati! Se poi il Signore mi chiamasse... Deo gratias! La cara Mamma celeste, sono certo, che mi accompagnerà”. Morì il 6 Gennaio 1940, solennità dell’Epifania del Signore. Nel 1957 ha avuto inizio il processo di canonizzazione; alla ricognizione della salma, avvenuta l’8 novembre 1988, il corpo fu trovato quasi intatto.

PREGHIERA
O Santissima Trinità, noi Ti ringraziamo per il dono dell’Eucaristia, sorgente e forza di ogni santità, e Ti preghiamo di glorificare il tuo servo Giovanni Nadiani che testimoniò, in umiltà e servizio, la vita d’amore che scaturisce da questo Sacramento. Per sua intercessione con­cedici le grazie che Ti chiediamo.

Per informazioni:
Padri Sacramentini
Chiesa Ss. Martiri Canadesi
Via G. B. De Rossi, 46
00161 ROMA


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto il 2009-04-16

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