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Luis Moscardó Giovane laico

Testimoni

† 25 luglio 1936


Da sempre la Chiesa è prudente nel riconoscere la santità di alcuni suoi figli eletti, anche quando talvolta essi godono di una diffusa fama di martirio. Tra questi il giovane spagnolo Luis Moscardó, ucciso il 25 luglio 1936, protagonista dell’assedio dell’Alcázar  di Toledo.
Alcázar deriva dall’arabo “al-qasr” e significa fortezza. Toledo era una sorta di “città santa” dell’esercito spagnolo, Alcázar era un antico edificio che sorgeva su un promontorio i cui pendii orientali scendono quasi a picco sul fiume Tago. Da tre lati era sostanzialmente inattaccabile, mentre sul quarto era protetto da una serie di bastioni e di mura che gradualmente scendevano verso la città. Quando il 17 luglio 1936 scoppiò l’alzamiento, l’Alcázar era semideserto. I cadetti erano in vacanza e così anche la gran parte dei militari. Erano rimasti soltanto gli attendenti, gli stallieri addetti alla cura delle cavalcature e pochi ufficiali, tra cui il colonnello José Moscardó, direttore della Escuela de Gimnástica dell’esercito, che aveva sede nello stesso edificio. Moscardó, ormai sessantenne, era al termine di una carriera piuttosto oscura, ma sul finire era giunta un’occasione grandissima: guidare la squadra spagnola alle Olimpiadi di Berlino. Moscardó doveva dunque partire l’indomani ed aveva già pronte le valigie.
La mattina del 18 luglio Moscardó lasciò in auto Toledo, diretto a Madrid. Lungo la strada, nonostante le ovvie reticenze della radio, capì che stava accadendo qualcosa di grave. Solo quando giunse a destinazione, però, i colleghi del ministero lo informarono che il generale Mola aveva acceso la miccia. Preferì allora non partire per Berlino ed in auto fece ritorno a Toledo. Prima di lasciare la capitale telefonò al suo aiutante, il capitano Emilio Vela, in licenza a Madrid, ordinando di raccogliere quanti più cadetti potesse per ricondurli tutti all'Alcázar. Percorsi in poco più di un’ora i settanta chilometri tra Madrid e Toledo, l’anziano colonnello fu sorpreso, rientrando all’Alcázar, della folla che già aveva invaso l’antica fortezza: centinaia di civili impauriti e decine di ufficiali di passaggio o in licenza giunti per chiedere informazioni. Un’altra sorpresa lo attendeva: riuniti gli ufficiali che intendevano prendere parte all’insurrezione, si scoprì che il generale comandante della piazza era irreperibile e, conseguentemente, il comando spettava dunque all’ufficiale più anziano, ovvero proprio a lui. Moscardó agì senza esitazioni. In serata giunse anche il capitano Vela accompagnato da sei cadetti che era riuscito a rastrellare, i quali con altri volontari facevano otto. L’eroica impresa dei “ragazzi dell’Alcázar” si diffuse in tutto il mondo.
Le armi non mancavano: 1400 fucili, 16 mitragliatori, 22 mitragliatrici, 4 mortai, 2 cannoni da 75, un milione e mezzo di cartucce, 500 bombe a mano e alcune casse di candelotti esplosivi. Quanto bastava per sostenere un lungo assedio. Miserrima era invece la riserva dei viveri.
Il colonnello Moscardó fece anche il censimento dei presenti, che in totale erano 1762. Le forze combattenti contavano 1205 uomini di cui 147 ufficiali, 688 Carabineros, 264 sottufficiali e soldati, oltre a 106 volontari monarchici o falangisti. I civili erano 557 di cui 322 donne, 94 bambini e 141 uomini fra i quali si contavano tre medici, due avvocati, un ingegnere, due elettricisti e una quarantina fra impiegati, insegnanti, bottegai, agricoltori, piccoli imprenditori. Quanto ai preti, dei 216 che avevano lasciato l'Alcázar ne sopravvissero soltanto 9: due che si salvarono con la fuga e gli altri perché accettarono di rinnegare la fede.
Un avvenimento inatteso incise profondamente sulla vita degli assediati il 23 luglio. Il colonnello Cabello, comandante dei miliziani, ebbe l’idea di quella che sarebbe stata la più orrenda bestialità commessa dai repubblicani. Fatta riallacciare la linea telefonica con l’Alcázar, egli chiamò direttamente il colonnello Moscardó per informarlo a bruciapelo che suo figlio Luís era nelle sue mani e lo avrebbe fucilato entro quindici minuti se l’Alcázar non si fosse arreso. Poi, affinché si rendesse conto che non si trattava di uno scherzo, gli passò al telefono il ragazzo. Del loro drammatico colloquio esistono varie versioni, poco differenti l’una dall’altra. Quella ufficiale, entrata nella leggenda, venne scolpita su una lapide e collocata sul muro d’ingresso dell’Alcázar. Eccola: “Che succede figlio mio?”. “Niente. Dicono che mi fucileranno se l’Alcázar non si arrende, ma tu non preoccuparti di me”. “Se è così, figliolo, raccomanda l’anima a Dio e muori da spagnolo. Addio figlio mio. Ti abbraccio”. “Anch’io papà. Un grande abbraccio”. Terminata la conversazione, il telefono fu ripreso da Cabello e Moscardó, quasi urlando, gli disse: “Risparmiatevi i quindici minuti. L’Alcázar non si arrende”.
Luís venne effettivamente fucilato due giorni dopo, il 25 luglio 1936, e la notizia diffusa dalla stampa estera sollevò lo sdegno generale e fece una pessima impressione anche fra i sostenitori della Repubblica. Nell’Alcázar invece produsse un effetto sorprendente: le discordie svanirono, il “partito delle colombe” si dissolse, tutti si convinsero che fosse bene non arrendersi poiché nessuno avrebbe avuto salva la vita. Anche il morale della truppa riprese quota e le diserzioni, che nei primi giorni erano state ben trentasei, cessarono immediatamente. Il 25 luglio i due elettricisti presenti nella fortezza che erano riusciti a far funzionare una ricevente con le batterie di un autocarro, captarono Radio Madrid giusto in tempo per ascoltare un comunicato del governo che annunciava la resa dell’Alcázar. La falsa notizia gettò nella disperazione gli assediati: se fosse stata scambiata per vera anche dal generale Mola, nessuno più sarebbe giunto in loro soccorso. Era dunque necessario informarlo che l’Alcázar continuava a resistere e un giovane tenente, Juan Alba, si offrì come corriere. Travestito da miliziano, egli attraversò le linee nemiche nottetempo e percorse a piedi circa quaranta chilometri prima di essere scoperto e ucciso. Ma questo gli assediati non vennero a saperlo.
Intanto i giorni passavano ed il 15 agosto la festa dell'Assunzione venne celebrata con canti e preghiere fra quelle che iniziavano ad essere le rovine dell’Alcázar. Le strutture interne stavano andando in pezzi, le torri e i bastioni esterni erano ridotti in macerie e il bombardamento era ormai continuo. I cannoni tacevano solo nell’imminenza di un attacco, che tuttavia veniva sempre respinto con gravi perdite per gli attaccanti i quali avevano ormai raggiunto il numero di diecimila. Le scorte dei medicinali erano agli sgoccioli, i feriti venivano operati senza anestesia e la razione d’acqua era di un litro al giorno. Salvo la carne equina, i viveri erano ridotti a zero. Il colonnello Romero e il capitano Vela avevano organizzato alcune sortite notturne riuscendo a recuperare circa una tonnellata di fondi di granaio: orzo e frumento mescolati a paglia ed escrementi di topo che le donne provvedevano pazientemente a mondare. Mancava anche il sale, che ora veniva sostituito con il salnitro grattato dalle pareti delle cantine. Si moriva di fame, mangiando solo carne. Mola non si vedeva.
Il 22 agosto un SM-81 dell’Aviazione legionaria (ovvero italiano) sorvolò l’Alcázar, lanciando degli involti che caddero nella “terra di nessuno”. Sfidando il tiro dei cecchini, alcuni assediati riuscirono a recuperarli: contenevano viveri, ma anche copie di volantini sui quali era scritto: “L’esercito saluta i prodi difensori dell’Alcázar. Stiamo marciando in vostro aiuto. Le nostre colonne avanzano rompendo ogni resistenza. Viva gli eroici difensori dell’Alcázar! Arríba España! Il comandante dell’Armata d’Africa, generale Francisco Franco”.
L’effetto fu elettrizzante. Ora non c’era più solo da sperare nell’arrivo di Mola dal nord, ma anche di questo sconosciuto generale Franco dall’Africa. Per gli assediati non fu difficile concludere che la situazione si stava rasserenando, anche se ancora ignoravano che gli occhi del mondo erano puntati sulla loro eroica resistenza. I corrispondenti stranieri di Madrid avevano infatti trasformato la loro epopea in una sorta di romanzo a puntate. Non sapevano neppure, gli assediati, che il generale Varela, su ordine di Franco, aveva compiuto un autentico blitz e ora stava avanzando su Talavera de la Reina, quarantacinque chilometri a ovest di Toledo. Ogni mattina, Moscardó passava in rivista i suoi uomini. Gli ufficiali presentavano la forza come fossero in caserma: tanti morti, tanti feriti, tanti malati. Ci furono persino due nascite. Ma soprattutto si pregava, e quando le cannonate rimbombavano sopra le volte dei sotterranei, più alto si levava il coro delle preghiere. Altre mine furono fatte esplodere nei giorni 21 e 23 settembre, ma gli assediati riuscirono sempre a respingere gli attacchi. Finalmente, la mattina del 25 settembre le vedette dell'Alcázar avvertirono un rombo sordo provenire da sudovest: erano le artiglierie del generale Varela che si stava avvicinando. Due giorni dopo, i legionari e i marocchini raggiunsero la periferia di Toledo e mentre i miliziani si sbandavano, ebbero subito inizio le carneficine e i saccheggi cui in analoghe occasioni le due parti si dedicavano con consueta reciprocità.
Il 28 mattino, i sopravvissuti dell’Alcázar poterono salutare le forze liberatrici. Il colonnello Moscardó, alla testa dei suoi uomini, con l'uniforme spazzolata alla meglio e i guanti bianchi, andò incontro al generale Varela. “Sin novedad en el Alcázar” lo salutò battendo i tacchi. Era la parola d’ordine dell’insurrezione, ma in quello scenario diventava una frase storica. Il giorno seguente la stessa scena si ripeté davanti a Franco accorso a sua volta nell’Alcázar per celebrare il trionfo di un’impresa che si rivelò una carta vincente della propaganda nazionalista. Salutati i difensori, Franco si rivolse ai giornalisti presenti. “Adesso la guerra è vinta” dichiarò. “La liberazione dell’Alcázar è stata la vittoria più importante della mia vita”. Tre giorni dopo, Franco veniva nominato capo del governo e capo dello Stato spagnolo, nonché generalissimo delle forze armate di terra, di mare e dell'aria. Il mito del “Caudillo” sorgeva fra le rovine della ormai celebre fortezza, mentre andava declinando quello del generale Mola.
L’eroica morte di Luis Moscardó non era stata vana. La vera storia della Chiesa è la storia dei martiri, dei santi, è questa è veramente una pagina di storia della Chiesa. Il 6 novembre la Chiesa in Spagna ricorda tutti i Santi e Beati martiri caduti nella guerra civile spagnola. Auspichiamo anche per Luis Moscardó l’onore degli altari.


Autore:
Don Fabio Arduino

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Aggiunto/modificato il 2008-10-26

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