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Servo di Dio Ferdinando Casagrande Sacerdote e martire

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Castelfranco Emilia, Bologna, 15 novembre 1913 Casaglia di Caprara, Bologna, 9 ottobre 1944

Don Ferdinando Casagrande nacuqe il 5 novembre 1914 a Castelfranco Emilia da Augusto e Ghermandi Anna. Fu ordinato sacerdote nella chiesa di S. Martino di città il 16 luglio 1938 da S. Em.za il Cardinale Nasalli Rocca, divenne cappellano a S. Martino di Caprara, poi parroco a Gugliara dal maggio 1944. Venne ucciso dai nazisti a S. Martino di Caprara il 9 ottobre 1944. Il 18 ottobre 1998 l’Arcivescovo Cardinale Giacomo Biffi aprì a Marzabotto il processo canonico per la beatificazione di don Casagrnde e di altri due sacerdoti (don Giovanni Fornesini e don Ubaldo Marchioni) considerati “martiri di Monte Sole”.



Quinto di sette fratelli (Maria, Francesco, Gabriella, Giovanni, Giulia, Lina), figlio di un ferroviere guardiamerci assistente di prima, socio dell’Unione uomini di Azione cattolica di Castelfranco e socio benefattore della Conferenza di san Vincenzo de’ Paoli parrocchiale, che aveva sempre rifiutato la tessera del PNF, seguendo l’esempio di due prozii sacerdoti, don Giovanni Legnani e il can. Oreste Legnani, entrò in seminario il 3 novembre 26. Ebbe l’opportunità nella seconda metà degli anni trenta, tramite mons Emilio Faggioli, docente di pastorale, di conoscere gli orientamenti nuovi e i principali esponenti bolognesi dell’azione laicale cattolica. Nel 1937 frequentò il circolo Leone XIII. Compiuti gli studi nei seminari diocesano e regionale di Bologna, venne ordinato sacerdote il 16 luglio 1938. Nominato cappellano a S. Martino di Caprara (Marzabotto) il 5 agosto 1938, in aiuto a don Antonio Cobianchi; in seguito, il 31 ottobre 1938, vicario sostituto di don Sebastiano Ansaloni e, dopo la morte di questi, il 2 marzo 1942, economo spirituale di Casaglia di Caprara (Marzabotto), «ridiede vita a una pastorale stanca», realizzata attraverso un «apostolato itinerante», richiesto dalla vastità dei territori parrocchiali, nei quali era compresa anche la chiesa sussidiale de La Quercia. Entrò «in profonda sintonia con quella gente». «D’inverno, tutte le sere, faceva scuola ai giovani e ai ragazzi di san Martino. Non mancava la presenza di qualche adulto. L’aula era in canonica. Faceva lezione di computisteria. Insegnava a fare la stima del fieno, delle bestie, del letame». «Abbiamo giocato a bocce sul sagrato e a ‘massino’ in canonica - ricorda Armando Monari. Aveva organizzato la scuola serale. Da noi c’era solo la terza elementare a La Quercia. Per completare le cinque classi bisognava andare o a Vado o al Sasso. Ha preparato mio fratello Bruno per l’esame di quinta a Vergato. Aveva una straordinaria disposizione alla matematica. Insegnava come un perito agrario». Il suo apostolato, insomma, ebbe «una base di amicizia e un vertice di fede». Specialmente la chiesa sussidiale de La Quercia «finì per identificarsi con la figura esile e simpatica del cappellano di San Martino». «Realizzò l’unità del borghetto sulla sponda sinistra del Setta, che ecclesiasticamente era diviso fra la Pieve [di Caprara] e Casaglia».
Dall’ottobre 1942 nella canonica de La Quercia lo raggiunsero i familiari. Con il riassetto ecclesiastico della zona, per il quale fornì preziose indicazioni, dovute alla profonda conoscenza dei luoghi, si rese disponibile, dopo la rinuncia di don Ubaldo Marchioni ad affrontare l’onere della nuova chiesa parrocchiale a Gardelletta, scelta quale centro della nuova area, da San Nicolò a La Quercia, cioè la zona di fondo valle del plebanato di Caprara. Fece l’ingresso solenne nella nuova parrocchia di Gugliara - Gardelletta - La Quercia il 30 aprile 1944. Nella zona, luogo di scontro tra partigiani e fascisti, insieme con don Giovanni Fornasini e don Ubaldo Marchioni, «non rimase alla finestra. Ebbe la sua linea, coerente con la missione pastorale. Si sentiva il pastore di tutti ed era uomo ‘cerniera’ tra le parti. Operò e pianse per ognuno dei suoi figli. Ma fu chiara in lui la scelta di fondo per la libertà». Con ogni probabilità, tenne i collegamenti tra i parroci, le famiglie e i partigiani della brg Stella rossa Lupo, in gran parte giovani del luogo, che andavano aiutati e sostenuti «in tutti i modi, malgrado le minacce e le diffide» ricevute. In agosto, i familiari trovarono rifugio provvisorio alle Calvane. Il parroco, invece, rimase sino al 22 settembre 1944 a La Quercia, ove i tedeschi avevano «incendiato quasi tutte le case». Riuscì a raggiungere le Calvane «sotto la mitraglia tedesca che davano la caccia agli uomini perché un tedesco ferito da partigiani». Il 29 settembre 1944, con i parenti, fu costretto a lasciare precipitosamente anche le Caivane, perché «i tedeschi incendiano tutte le case del versante del Setta», e rifugiarsi dietro il cimitero di S. Martino. Durante i giorni dell’eccidio, fino al 9 ottobre 1944, insieme ai superstiti, fu il parroco di una «parrocchia sommersa». «Fra rischi e stenti», «pregò e collaborò con le donne che svolgevano il ruolo di fossori». «Aspettò la notte, quando le SS si ritiravano nelle loro basi a fondo valle stranamente addobbate come nights a stordire nella droga la mala coscienza, per uscire dalla grotta e prendere contatto con la sua comunità dispersa».
Il 9 ottobre 1944, con la sorella Giulia, uscì per andare al comando tedesco «per vedere di avere un permesso di cambiare rifugio per non morir di fame. Non sono più tornati». «I due fratelli Casagrande, rotolati giù [in una fossa profonda] dopo il massacro, erano abbracciati». Quando il suo corpo fu trovato nel maggio 1945, nella nuca [...] si vedeva lo squarcio provocato da un proiettile sparato a bruciapelo e uscito dalla fronte». Il 12 maggio 1945 - riferisce, nel suo diario, don Settimo Marconi, parroco di Montorio - «andai a San Martino di Caprara per benedire la salma del parroco don Casagrande Ferdinando, primo parroco della nuova parrocchia Quercia-Murazze-S. Nicolò e della sua sorella maestra d’asilo, trucidati ambedue dai tedeschi nella prima quindicina di ottobre 1944 e gettati in un piccolo burrone distante poco più di trecento metri dalla chiesa di San Martino, nella strada che va alla Steccola». «Un’altra vittima sacerdotale - notò, nel suo diario, don Amedeo Girotti, parroco di Montasico, l’1 giugno 1945 - della bestialità teutonica, che culminava in ferocia in quel reparto che meriterebbe di essere confinato in Siberia, che si denominava SS». Il 26 maggio 46 le sue spoglie, con quelle dei familiari - con la sorella Giulia, la madre, le sorelle Gabriella, Lina e il fratello Giovanni (Nino) morti l’11 ottobre 1944 in località S. Martino nel corso di un cannoneggiamento - ritornarono a Castelfranco Emilia (MO).


Fonte:
www.storiaememoriadibologna.it

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Aggiunto/modificato il 2019-05-02

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