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Beato Francesco Giovanni Bonifacio Sacerdote e martire

11 settembre

Pirano, Croazia, 7 settembre 1912 - Krasica, Croazia, 11 settembre 1946

Nato a Pirano (Istria) nel 1912, da una famiglia umile e profondamente cristiana, e secondo di sette figli, Francesco ricevette l'ordinazione sacerdotale il 27 dicembre 1936, nella cattedrale di San Giusto a Trieste. Dopo un primo incarico a Cittanova, assunse la responsabilità della curazia di Villa Gardossi, che raccoglieva diverse frazioni sparse nella zona di Buie. Don Francesco si fece subito amare, promuovendo numerose attività, visitando le famigle, gli ammalati, e donando quel poco che aveva ai poveri. Il suo impegno lo rese un prete troppo scomodo per la propaganda antireligiosa della Jugoslavia di allora, ma nonostante le intimidazioni proseguì fino alla fine per la sua strada. E' la sera dell'11 settembre 1946 e don Francesco Bonifacio sta rincasando da Grisignana. A un certo punto viene fermato da due uomini della guardia popolare. Chi li vide raccontò che sparirono insieme nel bosco. Il fratello, che lo cercò immediatamente, venne incarcerato con l’accusa di raccontare delle falsità. Per anni la vicenda è rimasta sconosciuta, finché un regista teatrale è riuscito a contattare una delle guardie popolari che avevano preso don Bonifacio. Quest'ultimo raccontò che il sacerdote era stato caricato su un’auto, picchiato, spogliato, colpito con un sasso sul viso e finito con due coltellate prima di essere gettato in una foiba. Da allora i suoi resti non sono stati mai più ritrovati. Il 4 ottobre 2008 don Francesco Bonifacio è stato proclamato beato.



«Chi non ha il coraggio di morire per la propria fede è  indegno di professarla», scrisse in una lettera il martire don Francesco Bonifacio nel 1946, assassinato dalle   guardie comuniste e poi beatificato il 4 ottobre 2008 nella cattedrale di San Giusto a Trieste.
La tragedia dei massacri delle foibe, ovvero gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, avvenne durante la Seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra, ad opera dei Comitati popolari di liberazione della Jugoslavia, governata dal dittatore comunista Tito.  Fu così che al termine della seconda guerra mondiale sotto la spinta della pulizia etnica delle milizie jugoslave e lo spettro delle foibe migliaia e migliaia di italiani fuggirono dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, ne derivò un esodo di 350.000 persone di ogni ceto sociale e la morte violenta di migliaia di innocenti nelle foibe, i grandi inghiottitoi carsici.
Fra la moltitudine di innocenti trucidati, ci furono anche molti sacerdoti, fra i quali  don Francesco Bonifacio, nato a Pirano il 7 settembre 1912 da Giovanni Bonifacio e Luigia Busdon. È secondogenito di sette figli. Famiglia profondamente cattolica la sua, la cui fede gravitava intorno alla chiesa di San Francesco, officiata dai frati francescani conventuali. Chierichetto costante ed esemplare, durante le vacanze estive frequenta l’oratorio San Domenico Savio dei Salesiani e il circolo San Giorgio, prima come aspirante e poi come effettivo di Azione Cattolica. Comunione quotidiana e confessione settimanale battono il tempo della sua esistenza, che ben presto si vota al sacerdozio. Incoraggiato dal parroco, monsignor Giorgio Maraspin, entra nel Seminario interdiocesano minore di Capodistria nel 1924, dove frequenta il ginnasio e il liceo classico. Nel 1932 frequenta il Seminario teologico centrale di Gorizia. Trascorre poi parte degli ultimi anni del quadriennio teologico a Capodistria, come prefetto di disciplina e come punto di riferimento di tanti giovani.
Monsignor Carlo Magotti, arcivescovo di Gorizia e amministratore apostolico di Trieste e Capodistria, gli conferisce il 27 dicembre 1936, nella cattedrale di San Giusto, l’ordine sacerdotale. Il 3 gennaio 1937, percorsa Carrara di Raspo addobbata a festa e invasa dalla popolazione, si reca nel duomo di San Giorgio di Pirano dove celebra la sua prima messa solenne. Il suo primo breve incarico pastorale si svolge nella stessa Pirano. Monsignor Margotti il 1° aprile 1937 lo nomina Sussidiario capitolare, Vicario corale e cooperatore a Cittanova. Il suo impegno pastorale si svolge nella chiesa, nell’insegnamento del catechismo, nella frequentazione con i giovani (Azione cattolica giovanile, filodrammatica, attività ricreative) e nella carità verso pescatori, agricoltori, malati, poveri. Due anni dopo viene trasferito perché nominato da Monsignor Antonio Santin, Vescovo di Trieste e Capodistria, cappellano di Villa Gardossi. La curazia conta circa 1300 anime, è costituita da tante piccole frazioni o casolari sparsi su di un territorio collinare tra Buie e Grisignana, disteso a semicerchio sui tre crinali che dal monte Cavruie degradano fino a Baredine, Punta e Luzzari.
A piedi e talvolta in bicicletta, ogni pomeriggio, raggiunge le frazioni più lontane e i casolari più remoti. Insegna la dottrina a gruppi di bambini nei luoghi più isolati, nei cortili, nelle aie, nelle cucine coloniche. Visita le case della gente povera e/o malata, che soccorre con tutti i mezzi che può. La sua presenza, forte, calda, paterna, è senza risparmio.
La Seconda guerra mondiale fa sentire la sua voce di morte soltanto nel 1943 in Istira. Dopo l’insurrezione popolare, caotica e sanguinosa, seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943, dopo la tragica e violenta occupazione dell’Istria da parte dei tedeschi, Villa Gardossi, con le sue case sparse sulle colline boscose, diventa un rifugio ideale per i partigiani comunisti e, dunque, teatro di scontri. La popolazione civile si trova stretta fra il movimento popolare di liberazione slavo (O.F. cioè Osvobodilna Fronta) da un alto e i tedeschi con le forze collaborazioniste dall’altro (piccole guarnigioni locali e la cosiddetta «stazione X» a Buie). Don Francesco non si scompone e si presta a soccorrere sia italiani che slavi, cerca di mediare, di intervenire per le esecuzioni sommarie, per dare degna sepoltura cristiana alle vittime dell’odio e delle vendette più feroci, per difendere le case e le proprietà dai saccheggi e dalla distruzione, per ospitare, a rischio della vita, fuggiaschi e sbandati.
Termina la guerra e fanno ritorno i superstiti dei campi di prigionia e dei vari fronti. Ma qui no, non è finito nulla, inizia l’inimmaginabile: l’esilio forzato e la possibilità di essere infoibati dai comunisti di Tito e dagli amici suoi in Italia. La peggiore nemica è la fede cattolica, la chiesa con i suoi sacerdoti, perciò s’innesca la persecuzione e le limitazioni alla pratica religiosa. Si giunge ad aggredire e ferire il Vescovo, Monsignor Santin, altri sacerdoti, mentre Miro Bulešić viene ucciso a Lanischie nel 1947. Di lui è in corso la causa di beatificazione, promossa dalla diocesi di Parenzo-Pola.
Con l’occupazione slavo-titina anche la vita di Villa Gardossi muta radicalmente. Le autorità popolari costituiscono comitati popolari, organizzano conferenze e comizi ideologicamente caratterizzati, intimidiscono quanti si dimostrano circospetti o incerti rispetto alla nuova realtà: controllano la società paesana attraverso una rete di informatori. Don Francesco Bonifacio è sotto il mirino e cercano vanamente di coinvolgerlo nell’appoggio alle liste di proscrizione dei presunti «criminali fascisti» e ai disegni annessionistici jugoslavi. Intanto lo ostacolano sempre più nel libero esercizio del ministero sacerdotale. Tuttavia don Francesco non si scoraggia: organizza gli incontri catechetici di casa in casa e la sua opera risulta così efficace, da impedire alla gioventù del paese di seguire la propaganda ateistica e le iniziative del regime, diventando così un chiaro nemico da abbattere perché ostacolo alla diffusione dell’ideologia comunista. Di lui si parla spesso nelle riunioni del partito comunista e fra gli attivisti. Così l’OZNA del Buiese decide di arrestare lui e i parroci di Grisignana e di Villanova del Quieto. Il giovane sacerdote sa a quale pericolo va incontro, lo sapeva fin dal principio dell’occupazione, ma non si muove, se la volontà di Dio è quella di condurlo al martirio, allora martirio sia. La Fede, oltre a tutto il resto, contempla anche il martirio.
Arriva l’11 settembre 1946; dopo un breve riposo pomeridiano, s’incammina per la «strada regia». Alle sedici si ferma a Peroi per ordinare la legna per casa e poi prosegue verso Grisignana per la confessione con Don Giuseppe Rocco, con il quale rimane alcune ore: gli parla della difficoltà della sua curazia, della necessità di restare fedele al suo ministero. Dopo una breve sosta in chiesa, don Rocco propone al confratello di pernottare a Grisignana; al suo diniego lo accompagna fino al cimitero di San Vito. Qui, separandosi, vedono alcune guardie popolari che escono dal cimitero e don Rocco gli raccomanda di raggiungere al più presto casa. Così sceglie la strada più breve per Villa Gardossi e giunge a Radani. Qui, come confermato da parecchi testimoni, viene avvicinato e fermato da due o quattro guardie popolari o soldati della polizia jugoslava. Poi, dopo un parlare concitato, si allontanano e spariscono nel bosco. Alcuni paesani che tentano di avvicinarsi al gruppetto vengono cacciati via e minacciati. Le guardie che arrestano don Francesco sono conosciute e riconosciute dai paesani. Secondo alcune fonti, egli venne spogliato, deriso, preso a pugni e calci, lapidato e finito con due coltellate per esser e poi infoibato.
Il 12 settembre mattina la notizia del fermo si diffonde rapidamente. Il fratello Giovanni, insieme a un amico, si reca prima al comando della polizia di Grisignana e poi a Peroi dalla sorella di una delle guardie riconosciute dai testimoni, ma non ottiene informazioni certe. Il 14 settembre il fratello Giovanni interpella il comando dell’OZNA di Buie senza alcun risultato, ma venendo arrestato per falso e trattenuto in carcere per tre giorni. La mamma Luigia rimane ancora un anno a Villa Gardossi, continuando le ricerche del figlio, anche al tribunale del popolo di Albona, ma senza risultato. Poi, con gli altri familiari, si trasferisce a Trieste. Terrore e intimidazione governano nella zone comuniste e nessuno parla più di don Francesco Bonifacio. Ancora negli anni Settanta è pericoloso occuparsi del caso Bonifacio.
“Don Francesco scompare l’11 settembre 1946 e della sua morte, sicuramente violenta, non si conosce nessun particolare certo, ma solo notizie parziali, reticenti o contraddittorie. Egli sarebbe stato ucciso la notte stessa dell’arresto, attraverso modalità incerte. Anche il destino del cadavere sarebbe incerto: cremazione, infoibamento (qualche voragine della zona, foiba di Martines a Grisignana, foiba di Pisino), sepoltura”, scrive Sergio Galimberti (Cfr. Don Francesco Bonifacio presbitero e testimone di Cristo, Trieste 1998; S. Galimberti – L. Parentin, Rapporto della commissione dei periti storici su don Francesco Bonifacio, Trieste 29 ottobre 1997).
Don Francesco muore perché sacerdote, paga l’odio a Dio e alla chiesa e muore esclusivamente in odium fidei.
Fra i sacerdoti uccisi e spesso infoibati dai comunisti vanno ricordati: don Alojzij Obit del Collio (scomparso nel gennaio 1944), don Lado Piščanc e don Ludvik Sluga di Circhina (uccisi con altri 13 parrocchiani sloveni nel febbraio del 1944), don Anton Pisk di Tolmino (scomparso e probabilmente infoibato nell’ottobre 1944), don Filip Terčelj di Aidussina, sequestrato dalla polizia segreta il 7 gennaio 1946 e successivamente scomparso, e don Izidor Zavadlav di Vertoiba, arrestato e fucilato il 15 settembre 1946.
Nella cripta del Santuario Maria Madre e Regina di Monte Grisa (Trieste), dove si venera l’immagine di Nostra Signora di Fatima, l’epigrafe di una lapide recita: “Presso questo altare che Pirano / erige in onore del suo patrono, / arda come fiamma / la memoria del suo giovane sacerdote / Francesco Bonifacio / trucidato l’11 settembre 1946 / in odio a Dio e al suo sacerdozio santo”.

Autore: Cristina Siccardi

 


 

I suoi piccoli amici lo chiamano “el santin”. Non per derisione, ma perché tale a loro sembra quel ragazzino semplice, tanto generoso, buono fino all’accesso. Entra a 12 anni nel seminario di Capodistria e, se non eccelle negli studi, certamente si distingue per la bontà e per la vita di intensa preghiera. I seminaristi finiscono per ribattezzarlo “santo pacifico”, per la pazienza e il sentimento che mette nell’instaurare buoni rapporti con tutti, eliminare i contrasti, alimentare la spiritualità dei suoi compagni anche durante le vacanze. Prete a 24 anni, dopo tre anni di tirocinio, nel 1939 lo mandano come cappellano a Villa Gardossi, 1300 anime disseminate in casupole e casolari lungo i pendii collinari tra i paesi di Buie e Grisignana. Il giovane prete si butta a capofitto nel lavoro, riorganizzando il catechismo, l’Azione Cattolica, il gruppo chierichetti, la cantoria parrocchiale. Soprattutto cura con particolare attenzione il rapporto personale con i suoi parrocchiani: tutti i pomeriggi sono dedicati al contatto diretto con la sua gente, che va a cercare di casa in casa, soprattutto dove immagina ci sia qualche malato da confortare o qualcuno da incoraggiare. Non scoppia di salute, a giudicare dall’asma che lo tormenta da sempre e dalla tosse insistente e cronica che rivela i suoi tanti problemi bronchiali e polmonari. Eppure, con qualsiasi tempo, appoggiato al suo bastone e accompagnato dal suo cane, percorre in lungo e in largo la sua valle, fermandosi solo di tanto in tanto a riprendere fiato.La mamma e il fratello minore si trasferiscono con lui in canonica, per condividere la sua vita semplice e povera in quella valle in cui manca l’elettricità, l’acqua potabile bisogna andarla cercare in sorgenti distanti da casa, la terra è avara. “Tirano cinghia” anche loro, accontentandosi di molte minestre, di polente quasi quotidiane e di uova. Sempre che lui, il pretino che si fa tutto a tutti, non le porti prima in qualche casa dove le bocche da sfamare sono troppe e non tutti hanno qualcosa da mettere sotto i denti. Un prete così si fa amare, ispira simpatia, attira consensi. Forse anche troppi, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, quando si espone in prima persona per evitare inutili carneficine e rappacificare gli animi, rivelandosi davvero quel “santo pacifico” che i suoi compagni avevano conosciuto negli anni di seminario. E tale continua ad esserlo anche a guerra finita, quando l’Istria vive uno dei più bui momenti della sua storia passando di fatto sotto la diretta amministrazione del governo iugoslavo. Che avvia un’opera di vera e propria pulizia etnica, con esecuzioni sommarie e migliaia (4000 per le fonti ufficiali, forse addirittura 20000) di giustiziati “fatti sparire” nelle foibe, cioè nelle cavità carsiche di cui il territorio è ricchissimo. Sorprendente il coraggio sfoderato dal prete malaticcio e timido solo all’apparenza. Esclusivamente in nome del vangelo, e non di vaghe teorie pacifiste, continua ad esplicitamente ammonire ed istruire, dall’ambone e a catechismo, negli incontri personali e nelle adunanze pubbliche. Dà fastidio, quel prete, e cominciano a fioccare avvertimenti e minacce. Continua imperterrito in nome di Cristo, limitandosi a consultare il suo vescovo, che lo consiglia di essere prudente e di limitare la sua attività all’interno della chiesa, evitando ogni presa di posizione pubblica. “Era quello che pensavo”, dice il prete, “ma aspettavo che mi venisse imposto per obbedienza, perché solo così sono certo che questa è la volontà di Dio”. Ma ormai la sua sorte è segnata: lo aspettano l’11 settembre 1946, al ritorno da Grisignana, dov’è andato a confessarsi. Lo vedono sparire nella boscaglia, sotto la scorta di alcune “guardie del popolo” e da quel momento nessuno saprà più nulla di lui. Solo negli ultimi anni un regista teatrale è riuscito a mettersi in contatto con una di quelle “guardie” ed a ricostruire le sue ultime ore: sequestrato, spogliato, insultato, torturato e umiliato, viene riempito di botte, preso a sassate e finito poi con due coltellate. I suoi resti a tutt’ora non sono stati identificati, perché probabilmente il cadavere è stato fatto sparire, “infoibato” come quello di tanti altri innocenti.
Il 4 ottobre 2008 don Francesco Bonifacio è stato proclamato beato, riconoscendo che la sua morte è avvenuta in “odium fidei”, cioè in odio alla sua fede, al Vangelo, alla chiesa e al suo ministero sacerdotale, svolto con troppo coraggioso zelo.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2018-02-28

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