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Giovanni Baiano Giovane laico

Testimoni

3 giugno 1911 - 4 febbraio 1941


Fin da piccolo, era abbastanza giudizioso, ma di tanto in tanto, qualche gesto un po’ troppo vivace gli sfuggiva. Un giorno la sua mamma gli diede due schiaffetti sulle mani. Lui ci rimase così male che le disse: “A me importa poco del dolore che mi hai procurato, ma non picchiarmi più, perché io ti voglio tanto bene e poi sono un bambino bravo e obbediente”.
Frequentava le elementari a Torino dai Fratelli delle Scuole Cristiane e una volta, dovendo svolgere il tema: “Parla della tua famiglia”, scrisse: “Io ho due fratellini più piccoli, assai vivaci... e io gli voglio tanto bene”. Questi erano Ferdinando e Albino, e quest’ultimo, a raccontarlo si commuove ancora.
Lui si chiamava Giovanni Baiano ed era nato il 3 giugno 1911. Suo padre, Ettore, allievo alle professionali dei Salesiani di Valdocco, ne era uscito con la qualifica di artigiano falegname e aveva avviato una buona azienda in cui lavorava come un artista, stimatissimo per competenza, onestà e fede. Sua madre, sarta e modista, a 18 anni, era già alla direzione di un atelier: seria e premurosa, dedita all’educazione cristiana dei suoi figli. Davvero una bella famiglia.

Un ragazzo serio
La sua formazione cristiana si edifica sulla roccia che è Gesù, il Figlio di Dio che ci ha amato fino alla morte di croce e che pertanto dev’essere riamato con fedeltà alla sua Legge, per meritarci la vita eterna... Gesù sentito e vissuto come Dio, come Amico, pregato ogni giorno con fiducia, Gesù che chiama all’ impegno e al sacrificio per Lui e per il prossimo... Giovanni cresce alla sua luce, sereno e equilibrato.
Si trova assai bene a scuola dai Lasalliani, dove incontra Fratel Teodoreto Garberoglio: maestro, educatore, amico dei ragazzi, innamorato del Crocifisso. Non dimenticherà più Fratel Teodoreto, che in seguito diventerà suo modello e sua guida. Dopo le elementari, Giovanni che è già un ragazzo sicuro di sé, intelligente e sveglio, assai deciso, è avviato alle scuole professionali presso l’Istituto Delpiano: fatica ad ambientarsi, con 47 ore settimanali di studio, 17 materie quali falegnameria, plastica, metalli, disegno... un clima esigente e severo.
Nell’ambiente “laico”, non si intimidisce, ricco com’è di fortezza cristiana, alimentato dalla preghiera quotidiana, dalla Confessione e dalla Comunione frequenti e regolari, sostenuto dai suoi genitori buoni cristiani cattolici, dal contatto e dall’esempio di fratel Teodoreto che continua a frequentare spesso. Studia e testimonia Gesù, a viso aperto, senza paura. Si fa stimare come uno degli allievi migliori.
C’è un professore che bestemmia anche davanti agli allievi (ciò che è il colmo, ma succede anche oggi, più di allora).
Giovanni, che non può sopportare che sia offeso così il suo Gesù, con garbo e decisione, aiuta l’insegnante a correggersi dall’orribile vizio, anzi lo mette a contatto con Giovanni Cesone, dell’“Unione Catechisti”, fondata da fratel Teodoreto, dove lui ha i suoi amici. Ha soltanto 13 anni.
Dopo i tre anni di professionali, Giovanni si perfeziona con due corsi di disegno e arte presso l’Accademia Albertina e la “Scuola S. Carlo”, con ottimi risultati. Ne è licenziato con il massimo dei voti.
Suo padre ora affida il ragazzo, già assai bravo nel disegno, specialmente dell’arredamento e del mobile, in particolare nell’“ornato”, a un disegnatore molto quotato a Torino e gli fa frequentare “arte scultorea”.
Diventato un vero artista, dopo aver lavorato per conto suo disegnando impianti di riscaldamento e mobili ricercati, entra nell’azienda di casa, dove già lavorano i suoi fratelli più giovani, impratichendosi dal disegno alla lavorazione, all’amministrazione, con una maturità eccezionale per la sua età: assai riflessivo, sempre uguale di umore, attivo, laboriosissimo, buono e generoso con i dipendenti e i clienti, mite, affabile, gioioso, uno stile esemplare che incute ammirazione e rispetto. Un tipo davvero serio, insomma. E ha solo vent’anni.

Consacrato nel mondo
Un giovane così deve però avere un “segreto”, un centro vitale che lo anima: per Giovanni è la volontà e la ferma e vibrante intenzione, sempre rinnovata ogni giorno, di corrispondere alla chiamata di Dio, senza parole grosse, senza fumi e proclami, senza falsi misticismi, in semplicità e letizia, con limpidezza e rettitudine assolute, ad immagine di Gesù, che nella vita e sulla Croce, ha amato e si è offerto per la gloria di Dio e la salvezza dei fratelli, non per burla, senza scherzare, non per romanticismo, ma in verità.
Fratel Teodoreto Garberoglio (1871-1954), astigiano di origine contadina, assai concreto nelle cose, gli ha insegnato, fin dalle elementari, a vivere il Cattolicesimo così. Dal 1912, ispirato dal Servo di Dio fra Leopoldo Musso (1850-1922), umile francescano laico, egli ha dato vita all’Unione del Crocifisso e di Maria Immacolata, in cui i giovani migliori si consacrano a Dio, con i voti, vivendo nel mondo, per portare il Vangelo nella società, nella scuola, nel lavoro, nella formazione dei ragazzi, in primo luogo con l’adorazione e il richiamo continuo a Gesù Crocifisso, unico Salvatore del mondo e unica sorgente di santità e della civiltà.
A contatto di Teodoreto e dei suoi giovani consacrati, Giovanni Baiano matura la decisione di darsi tutto a Dio. Dopo aver pregato e riflettuto a lungo, decide di diventare “Catechista del Crocifisso”: vivrà nel mondo, ma non del mondo, uomo di un solo Amore, Gesù Cristo, casto, obbediente, povero nel distacco da tutto, pur possedendo la sua azienda e creando lavoro per sé e per gli altri, apostolo per far conoscere e amare Lui solo.
Nel 1935, inizia il “noviziato”, appuntando alla “scuola” di fratel Teodoreto, mirabili e pratiche note d’anima. Il 29 giugno 1936, offre a Dio (quale gioia!) i santi voti, con intensità di fede e gioiosa trepidazione: “È una grande vigilia. Si compiranno in me grandi cose. Una luce nuova, sfolgorante brillerà nella mia anima. Da uomo rude, egoista, indolente, sonnecchiante nel mondo, che cieco brancola nel buio, o meglio nella penombra della vita comune, Gesù farà un apostolo grande, sublimandolo nella purezza, nella povertà e nell’ obbedienza” (21 giugno 1936).
Apparentemente sembra non cambiare nulla nella sua vita, ma ora è un “consacrato”, un giovane tutto di Dio, che cammina più deciso verso la santità, fedele al regolamento dell’Unione Catechisti, impegnato, oltre che nella sua azienda, nel catechismo ai ragazzi, nello studio della sua fede, teso verso la perfezione. Ha il suo direttore spirituale nel Salesiano don Angelo Amadei (1868-1945), un vero “venator animarum” (un cacciatore di anime), un formatore che dal suo confessionale all’“Ausiliatrice” di Torino, salva e santifica le anime. Giovanni, abitando a pochi passi dalla medesima Basilica, è spesso là, ai piedi della Madonna e del suo “buon padre”, in Cristo.

“Gesù indica la rotta”
Una parola di Gesù colpisce a fondo Giovanni e lo trasforma: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24). Vive questa parola divina con intensità, guardando a Lui Crocifisso, lieto di seguirlo e di servirlo, di perdere la vita per la sua causa. L’ordinario lavoro di artigiano e di impreditore, la vita quotidiana con le grandi e piccole cose di ogni giorno, tutto si fa straordinario, mirando alla gloria di Dio, in unione strettissima con Gesù vivo e presente nella sua anima in grazia.
Organizza la sua vita attorno a un orario di impegni densi di luce: la Messa, la meditazione, l’adorazione a Gesù Crocifisso e Eucaristico, il Rosario alla Madonna ogni giorno, l’esame di coscienza ogni sera per perfezionarsi. Le sue note d’anima rivelano la sua ascesa alla santità: “Alzata pronta, farla precedere dal segno di croce, da un saluto alla Madonna e un pensiero all’Angelo custode”. “Messa e Comunione: ritenerli come l’alimento indispensabile per la vita spirituale e come tali ottenerli a qualunque costo”. “Intensificare il fervore, riconoscere il grande dono che Gesù mi fa con l’offrirmi la S. Messa e la Comunione. Rinnovare con la S. Messa l’offerta di ogni mia attività della giornata”.
Giovanni vive in intimità con Gesù: “Io mi trovo così vicino a Gesù per sua grazia speciale. Non solo devo astenermi da ogni peccato, ma ancor di più il pensiero di tante anime ingrate mi induca a stringermi intorno a Lui e riparare prima i miei mali commessi e poi gli altrui peccati”.
Il 13 marzo 1938, gli muore il padre. Giovanni, a 27 anni, si trova a capo della sua azienda: senza scoraggiarsi si assume ogni responsabilità e fa l’impossibile affinché la mamma e i fratelli non soffrano troppo. Passa le notti a disegnare, di giorno esegue il suo lavoro, nei laboratori, con i clienti, giusto e generoso con i dipendenti. Il buon nome della sua famiglia e della sua azienda si accresce per la sua serietà, lo spirito di sacrificio, la gioia che irradia attorno a sé. Un sabato pomeriggio, all’ora in cui gli operai vengono a riscuotere la paga settimanale, si trova a non avere il denaro necessario. Giovanni rassicura il fratello Ferdinando assai preoccupato: “La Provvidenza ci aiuterà!”. In quel momento, squilla il telefono: una ditta gli anticipa subito molto denaro in contanti per un lavoro richiesto. Gli operai sono pagati mezz’ora dopo!
Annota però: “La mancanza di papà mi è penosa... ma è un dolore che purifica... Come mi comporto con Ferdinando e con Albino? Come li sostengo nelle difficoltà?”. Si sente un secondo papà, pur bisognoso com’è, di aprirsi con qualcuno, di confidarsi. Ma sarà lui a soffrire, non gli altri più giovani di lui. Sente il bisogno di esser lasciato solo con Dio, di sganciarsi dagli impegni quotidiani, ma rimane al suo posto, testimone e missionario, nelle realtà del mondo, di Gesù Crocifisso che trasforma tutto a sua immagine, con la tensione viva verso Lui solo, verso il Paradiso.
Scrive: “Le occupazioni si accavallano, i contrasti e le difficoltà corrono tra il frastuono, gli eventi rumoreggiano... È una lotta estenuante che richiede cuore forte, volontà gagliarda... Soltanto il contatto con Gesù Eucaristico può dare forza, vigoria per opporsi a questa marea che sale da ogni dove e tenta di travolgere. È Gesù che si erge faro luminoso a indicare la rotta”. La preghiera si fa struggente: “O Gesù, che tutto disponi al bene di coloro che ti amano, fa’ che io veda in ogni evento il tuo volere”.
Una mattina di gennaio 1941, Giovanni, rientrando in casa dalla Messa, dice alla mamma: “Non mi sento bene”. Si siede per scrivere alcuni appunti, poi perde conoscenza. Quindici giorni di agonia terribile, a causa di una gravissima polmonite, di fatto incurabile. Si spegne, in silenzio, il 4 febbraio 1941. Sul suo quaderno di note personali, ha appena lasciato scritto: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia. L’uomo in sé ha nulla che lo soddisfi. Devo cercare di fare la volontà di Dio. Ha fame e sete di giustizia chi davvero attende alla propria santità”.
Trent’anni appena: per farsi santo sulle orme di Colui, che appeso al patibolo più infame, da 2000 anni continua ad attrarre a Sé la gioventù e l’amore.


Autore:
Paolo Risso

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Aggiunto/modificato il 2007-11-19

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