Home . Onomastico . Emerologico . Patronati . Diz.Nomi . Ricerca . Ultimi . Più visitati


Newsletter
Per ricevere i Santi di oggi
inserisci la tua mail:

E-Mail: info@santiebeati.it


> Home > Sezione Servi di Dio > Serva di Dio Elisabetta di Borbone (Madame Elisabeth de France) Condividi su Facebook Twitter

Serva di Dio Elisabetta di Borbone (Madame Elisabeth de France) Principessa

.

Versailles, Francia, 3 maggio 1764 - Parigi, Francia, 10 maggio 1794

Elisabeth Philippine Marie-Helene de Bourbon (1764-1794), principessa reale di Francia, fu la sorella minore di Luigi XVI. La primogenita era la Venerabile Maria Clotilde che sposò il re di Sardegna Carlo Emanuele IV di Savoia. Molto legata al fratello ed alla cognata Maria Antonietta, fu infatti con loro durante la fuga a Varennes ed allo scoppio della Rivoluzione restò sempre al loro fianco sino alla fine. Mai mancò di carità nei confronti dei più bisognosi. Venne ghigliottinata il 10 maggio 1794, ma la sua fama di santità perdura ancora ai giorni nostri. L’Association pour la béatification de Madame Elisabeth de France è nata il 10 maggio 2016, giorno anniversario della morte della principessa, come associazione privata di fedeli di diritto diocesano. Essa si è costituita attore della causa di canonizzazione, nominandone postulatore l’Abbé Xavier Snoëk. Preso atto del nulla osta concesso dalla Santa Sede e del parere positivo ricevuto dalla Conferenza Episcopale Francese, in data 15 novembre 2017 l’Arcivescovo di Parigi card. André Vingt-Trois ha promulgato l’editto che sancisce l’avvio ufficiale della causa.



Non si è ancora conclusa la causa di beatificazione della principessa Élisabeth Philippine Marie Hélène di Francia. Benché, morta a trent’anni sul patibolo rivoluzionario, la sorella cadetta di Luigi XVI abbia riassunto, nella sua breve vita, tutte le virtù con dignità regale.
Ultima dei dodici figli del Delfino di Francia, Louis Ferdinand, unico sopravvissuto della prole di Luigi XV, e di Marie-Josèphe de Saxe, Madame Élisabeth nacque a Versailles il 3 maggio 1764. Rimasta orfana a 3 anni, venne affidata, assieme a sua sorella maggiore Madame Clotilde, alla governante degli Infanti di Francia, la contessa di Marsan.
Questa donna dura, che si proporrà quale propria missione quella di piegare il carattere «difficile» di Élisabeth, ricevette tale incarico per la sua ostilità alle idee dell’Illuminismo, da cui lei doveva preservare le due principesse. Benché Élisabeth avesse sofferto quest’assenza di tenerezza, fu riconoscente alla propria precettrice non solo di averle dato un’educazione di gran lunga superiore sul piano intellettuale ma anche una formazione religiosa ed un bagaglio filosofico infarcito di stoicismo cristiano.

Una fede incrollabile

Destinata in sposa solo a sovrani cattolici o a loro diretti eredi, non rimase per lei alcun potenziale pretendente. Chiamata a 17 anni, malgrado la sua bellezza, definitivamente al nubilato, la giovane vide in questo la volontà di Dio e decise di accoglierla, facendola propria ed affermando di preferire tale sorte ad un matrimonio politico sfortunato, che l’avrebbe per sempre allontanata dalla Francia.
Scelse di vivere appartata rispetto alla vita di Corte, soprattutto rispetto alla cerchia di Maria Antonietta, che a sua volta, per distrarre la giovane dalla pratica religiosa, fece avvicinare sua cognata da alcuni familiari, scelti appositamente tra i più scandalosi e tra i meno credenti. Ma Élisabeth, indifferente ai pessimi esempi, non lasciò mai che esercitassero alcuna influenza su di lei; anzi alcuni, toccati dalla sua testimonianza, addirittura si convertirono.
Quando suo fratello volle donarle l’abbazia di Remiremont, nel 1787, lei non aveva ancora sentito la chiamata di Dio. Ci teneva a conservare la propria indipendenza, in vista di una missione che non indovinava ancora, ma alla quale si stava predisponendo. Nel frattempo, si consacrò alla preghiera ed alle opere di carità.

Fiera controrivoluzionaria

Benché tenuta ai margini della Corte e nell’ignoranza delle questioni politiche, Élisabeth non fu sorpresa dal la Rivoluzione. Sentiva montare da tempo un’odio verso il Cattolicesimo, ereditato da Voltaire, che sarebbe dovuto esplodere; e sapeva che suo fratello sarebbe stato viceversa impreparato, intellettualmente e moralmente, per far fronte agli eventi.
A dispetto della diserzione dei privilegiati di regime, lei considerò un’onta mettersi al riparo ed abbandonare i luoghi, ove Dio l’aveva fatta nascere. Senza dubbio sperava di poter, nonostante tutto, influire sulle decisioni di Luigi XVI, anche su questioni religiose, e d’impedirgli di dare troppo credito ad un potere ostile più alla fede che al re.
Élisabeth fece, alla lunga, condividere da suo fratello la sua visione degli eventi ma non potendo sa lvare la sua corona, si sforzò allora di salvare almeno la sua anima, conducendolo verso una religiosità autentica e verso una concezione tradizionale, ch’egli aveva perduto.
Dopo l’esecuzione di Luigi XVI, Élisabeth rivolse le proprie attenzioni alla regina. Da molto tempo ostile alla cognata, benché non avesse esitato, dopo le terribili giornate rivoluzionarie, a farle da controfigura, col rischio d’essere uccisa al suo posto, Maria Antonietta perse poco a poco le sue prevenzioni durante la comune prigionia e si distaccò a sua volta dalle seduzioni filosofiche di gioventù, per tornare al Cattolicesimo.
La separazione dal piccolo Luigi XVII, ai primi di luglio del 1793, poi il trasferimento della regina alla Conciergerie, in agosto, lasciarono Élisabeth sola con sua nipote, Maria Teresa, cui fece da madre fino al 9 maggio 1794. In tale data, Élisabeth fu condotta al Tempio e deferita davanti al tribunale rivoluzionario, cui fu ordinato di pronunciare nei suoi confronti una sentenza di morte.
Madame Élisabeth venne giustiziata il 10 maggio, dopo un’“infornata” di 24 condannati, che lei si era sforzata di preparare il più possibile ad una morte cristiana. Dei testimoni affermarono che, nel momento in cui la sua testa cadde sotto la mannaia della ghigliottina, un profumo di rose si sparse sulla piazza della Rivoluzione.
Se, stricto sensu, la sua morte non costituisce un martirio, poiché lei perì più per ragioni politiche che in odio alla fede, la sua vita esemplare, la sua spiritualità, l’eroicità delle sue virtù dovrebbero, dopo tanto tempo, consentire un buon esito per la sua causa di beatificazione.

Autore: Anne Bernet

Fonte: Radici Cristiane

 


 

La bellissima figura della principessa Elisabetta (1764-1794), sorella di Luigi XVI, donna di forte volontà e di grande spiritualità, avrebbe desiderato abbracciare lo stato monacale, ma non le fu concesso, perciò, conoscendo l’inclinazione della sorella per la solitudine e il raccoglimento e per evitare che ella non se li procurasse nel silenzio del chiostro, Luigi XVI le donò una piccola villa a Montreuil, alle porte di Versailles. Ogni giorno recitava tutto l’ufficio divino, inoltre leggeva libri religiosi, esercitava pratiche devote, componeva preghiere, scriveva considerazioni spirituali.

La corte di Portogallo iniziò le pratiche per chiedere Elisabetta come sposa di un principe reale; così fece anche Casa Savoia, mentre l’Imperatore di Germania, Giuseppe II (fratello della regina Maria Antonietta, 1755-1793, moglie di Luigi XVI) si recò due volte a Versailles per vedere la bella e buona principessa. Tuttavia nessuna trattativa matrimoniale andò in porto: Elisabetta aveva già scelto. Non potendo consacrarsi a Dio, decise di stare sempre accanto al fratello Luigi e, dunque, al proprio Paese: «Ho giurato di non abbandonare mai mio fratello e manterrò il mio giuramento. […]. Preferisco rimanere qui ai piedi del trono di mio fratello, piuttosto che salire io stessa su di un altro trono».

Già molti anni prima della Rivoluzione, Elisabetta percepì che la Francia sarebbe caduta nella tragedia. Compiangeva la nazione, il popolo, la sua famiglia. Si rese conto che la monarchia sarebbe stata distrutta e che la persecuzione si sarebbe abbattuta sulla religione cattolica, turbando le cosciente e gettando nel caos l’intero Paese. Suo rifugio era Dio, al quale si rivolgeva incessantemente, implorando il soccorso.

Elisabetta fece un apostolato molto intenso e indicava nel Sacro Cuore di Gesù la fonte delle misericordie divine. In ogni lettera richiamava sempre l’attenzione al Sacro Cuore di Gesù (la cui devozione era stata diffusa grazie a Giovanni Eudes, 1601-1680, e da santa Margherita Maria Alacoque, 1647- 1690), che considerava unico rifugio, il solo rimedio per le sofferenze del popolo e la salvezza della nazione. Compose vari atti di consacrazione della Francia al Divin Cuore e fu anche molto devota al Sacro Cuore di Maria Santissima. Persuasa che l’irreligione e l’immoralità attirassero sul Paese i castighi di Dio, raccomandava di condurre una vita onesta, di pregare, di rinunciare al lusso e di soccorrere il prossimo.

La famiglia reale di Francia venne catturata nella notte del 6 ottobre 1789, quando un’orda inferocita ed avvinazzata di 20 mila persone, armate di cannoni, fucili, sciabole, forche e bastoni da Parigi si diresse a Versailles, invadendo il castello. Mentre si verificavano scene orribili di violenza e crudeltà, con massacri, teste decapitate e portate sui picchetti come trofei, Luigi XVI e i suoi congiunti vennero trasportati a Parigi fra le urla, le minacce e le imprecazioni. Cosciente di dover esercitare la missione, per la quale si era votata, di «angelo tutelare» della famiglia reale di Francia, Elisabetta si comportò virilmente, senza alcun cedimento. Da quella notte la famiglia reale rimase prigioniera nel palazzo delle Tuileries. Mentre tutti i principi e le principesse cercarono di fuggire fuori dalla capitale e dalla Francia, Elisabetta rimase al proprio posto, vicino al fratello, alla cognata, al piccolo Delfino di Francia e alla nipotina Carlotta, assolvendo la propria missione di consolatrice.

Nella notte del 2 agosto la Regina Maria Antonietta fu condotta nella prigione della Conciergerie. Le due nobildonne furono separate. Dopo umiliazioni indicibili e sofferenze inaudite, Maria Antonietta venne decapitata il 16 ottobre. La sua ultima lettera fu proprio indirizzata ad Elisabetta: «È a voi, sorella mia, che scrivo per l’ultima volta; sono condannata non ad una morte infamante, perché tale è soltanto per i criminali, ma a raggiungere vostro fratello». E dopo averla pregata di essere la seconda madre dei suoi orfani, si accommiatò con queste parole: «Addio, mia buona e tenera sorella; speriamo che questa vi giunga! Pensate sempre a me; vi bacio con tutto il cuore, insieme con quei poveri e cari bambini!». La lettera non fu recapitata al destinatario.

Splendida la lettera di riconoscenza che la nipote Maria Teresa Carlotta (1778-1851), Madame Royale, scrisse sulla zia, colei che, in cuor suo, si era consacrata a Dio all’età di 15 anni e altrettanto importante, quanto celebre e toccante nella sua beltà e verità, è la preghiera che Elisabetta compose e che recitò quotidianamente, fino al giorno della sua cruenta dipartita: «Che mi accadrà oggi, o mio Dio? Lo ignoro; so soltanto che nulla mi accadrà che Voi non abbiate previsto, stabilito, voluto e ordinato sin dall’eternità. Questo mi basta, o mio Dio, per essere tranquilla. Adoro i vostri disegni eterni e impenetrabili, ai quali mi sottometto con tutto il cuore per amor vostro. Voglio tutto, accetto tutto. Vi faccio un sacrificio di tutto ed unisco questo sacrificio a quello del vostro diletto Figlio e mio Salvatore. Vi domando in nome del suo Caro Cuore e dei suoi meriti infiniti la pazienza nelle mie pene e la perfetta sottomissione a Voi dovuta per tutto quello che vorrete e permetterete. Così sia».

Era il 10 maggio 1794 quando vennero portati alla ghigliottina 24 condannati a morte, fra i quali c’era anche Elisabetta di Borbone-Francia, che fu costretta ad assistere a tutte le decapitazioni prima di subire anche lei il supplizio. Non soltanto non si coprì gli occhi di fronte allo scempio, ma rimase sorridente e orante fino alla fine. Ad alta voce chiamava, una ad una, le vittime, invitandole ad aver Fede in Dio e, se erano donne, le abbracciava oppure le salutava con un sorriso. Poi toccò a lei. E quando il biondo capo cadde, aggiungendo sangue a sangue, nessuno osò gridare «Viva la Repubblica!».

Autore: Cristina Siccardi

 


 

Elisabetta Filippina Maria Elena di Francia, comunemente chiamata Madame Elisabetta, nacque a Versailles il 3 maggio 1764 e morì a Parigi il 10 maggio 1794 sotto la cieca lama della ghigliottina rivoluzionaria. Vittima dei suoi natali (sorella minore di Re Luigi XVI; figlia di Luigi Delfino di Francia e Maria Giuseppina di Sassonia), fu accompagnata per tutta la vita da un’indole affettuosa e benevola, manifestata dalla profonda religiosità e dall’attaccamento ai familiari. Prova di questo legame il rifiuto di tutte le proposte di matrimonio pur di non separarsi dal fratello maggiore. Solo luttuosi eventi divisero Elisabetta dalla sua famiglia, famiglia che seguì fino alle fine dei suoi giorni pur potendo fuggire con l’altro fratello il Conte d’Artois quando la situazione per i reali si fece critica e pericolosa. Venne infatti rinchiusa assieme ai familiari nel Palazzo delle Tuileries, li accompagnò nella fuga mancata del 20 giugno 1791 ed assistette alla sospensione del Re da parte dell’Assemblea Legislativa. Con l’esecuzione di Luigi XVI del 21 gennaio 1793 rimase sola nel Tempio con la Regina Maria Antonietta e sua nipote Maria Teresa Carlotta; e proprio ad Elisabetta la Regina scrisse l’ultima sua lettera, datata 16 ottobre 1793, giorno della sua esecuzione. Lettera che Elisabetta non ricevette mai, dato che solo sul patibolo fu informata della morte della cognata. Che anche per l’amabile Principessa si profilasse la stessa sorte di rabbia e sangue fu chiaro quando, il 9 maggio 1794, venne trasferita alla Conciergerie (soprannominata esplicativamente “l’anticamera della ghigliottina” per la sommarietà dei processi “a sentenza unica” che erano ivi tenuti dal Tribunale Rivoluzionario). Ciò che suscitò ancor di più la compassione del popolo verso di lei fu il volerla oltraggiare con la falsa accusa (in aggiunta alle consuete imputazioni di fedeltà alla corona e resistenza contro la rivoluzione) di molestie al nipote il Delfino, accusa estorta al bambino dai ferri della tortura. Lo sdegno popolare per tale artificiosa falsità non mutò la sentenza già scritta, ed il giorno dopo, il 10 maggio, Elisabetta affrontò la ghigliottina non mancando nemmeno in quell’occasione di benedire le persone che le stavano accanto. Mentre si chinò per esporre il collo alla pesante lama sentì cadere lo scialle che le copriva le spalle, e la sua pudicizia le intimò di chiedere immediatamente al boia: "Per amor del Cielo, signore, mi copra!". Si narra che nell’istante in cui la sua testa cadde i presenti sentirono un delizioso profumo di rose e di gigli invadere la piazza.
Uccisa per l’appartenenza alla parte sociale in quel contesto storico considerata da sopprimere dalla volubile visione popolare, lascia dietro di sé una esemplare vita privata costellata da benevolenza, devozione familiare e fede cattolica.
L’ammirazione suscitata dalla sua condotta viene ricordata in varie pubblicazioni in lingua francese; Antonia Fraser le dedica un vasto approfondimento nella sua biografia su Maria Antonietta; così come Deborah Cadbury in quella su Luigi XVII.
"Accogli, Signore, la causa del giusto, sii attento al mio grido. Porgi l’orecchio alla mia preghiera: sulle mie labbra non c’è inganno. Venga da te la mia sentenza, i tuoi occhi vedano la giustizia. Saggia il mio cuore, scrutalo nella notte, provami al fuoco, non troverai malizia". [Salmo 17 (16) – Supplica del giusto falsamente accusato]


Autore:
Emiliano Rolla


Note:
Per approfondire: www.madameelisabeth.fr

______________________________
Aggiunto/modificato il 2018-10-10

___________________________________________
Translate this page (italian > english) with Google


L'Album delle Immagini
è temporaneamente
disattivato




CD immagini

Sostienici e avrai TUTTE le immagini di Santiebeati
Clicca qui per richiederlo

Home . Onomastico . Emerologico . Patronati . Diz.Nomi . Ricerca . Ultimi . Più visitati