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Serva di Dio Maria Giuseppina di Gesù (Luisa Cepollini d’Alto e Caprauna) Vergine

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Albenga, Savona, 1880 - Torino, 21 giugno 1917


Luisa Maria Benedetta dei Conti Cepollini d’Alto e Caprauna nacque ad Alberga il 2 febbraio 1880. Un nome altisonante, per una bambina venuta al mondo in una famiglia nobile e profondamente religiosa da cui ricevette un’accurata educazione. Amava la preghiera solitaria, sentendo la presenza di Gesù al suo fianco, come testimonia un fatto singolare della sua infanzia. I genitori erano proprietari di una cappella a Lusignano che necessitava restauri e il buon padre di Luisa organizzò alcune squadre di volontari per trasportare il materiale necessario, facendovi partecipare anche i propri figli. La piccola Luisa ad un certo punto, davanti al peso della cariola, si arrese esclamando: “Signore, tu che puoi tutto, non vuoi aiutarmi un po’? … e subito mise una mano alla cariola, mentre io spingevo dall’altra parte…. Povera bambina, mi disse Gesù, perché non mi hai chiamato subito in tuo soccorso? … vedi quanto gli uomini sono pazzi? Nella loro estrema debolezza possono disporre della forza per eccellenza e non se ne valgono … non fare nulla da te stessa, non agire che per mezzo mio”. Un invito profetico, che Luisa avrebbe seguito per tutta la vita.
All’età di dieci anni fu mandata a studiare a Torino, dalle Suore dell’Adorazione Perpetua del Sacro Cuore, una Congregazione fondata a Lione nel 1820 da Carolina Boudet Choussy de Grandpré (Madre Giovanna Francesca) e dal missionario Padre Leonardo Furnion. Il Giovedì Santo del 1897, durante l’adorazione notturna, sentì la chiamata alla vita religiosa, ma i genitori, per sincerarsi della vocazione, diedero l’assenso solo dopo tre anni. Tra i pensieri che Luisa scrisse, attraverso i quali possiamo conoscere la sua straordinaria vita interiore, leggiamo: “la mia vocazione era fissata: dovevo essere nel medesimo tempo adoratrice del Sacro Cuore di Gesù, e la sua Apostola per mezzo dell’insegnamento. La chiamata che avevo sentita era, ne ebbi certezza, una grazia decisiva che doveva orientare e fissare tutta la mia vita e anche la mia eternità”. “Per evitare scene di desolazione, fu deciso che i miei fratelli non avrebbero saputo nulla della mia partenza; la sera ci separammo dunque come al solito, augurandoci la buona notte. Quella notte doveva essere corta, poiché bisognava partire di casa alle due. Mio padre passò le ultime ore con me, … sentendomi venir meno il coraggio, pregai la Madonna di aiutarci e di facilitare ogni cosa. La mia cara mamma mi baciò con una tenerezza di cui compresi tutta la profondità”.
Il 9 aprile 1900 Luisa entrò nell’istituto di Torino, l’11 giugno andò a Lione per il noviziato. Nel settembre 1905 emise i voti perpetui assumendo il nome di Suor Maria Giuseppina di Gesù. Sposa del Cuore di Gesù: “No, non avrei mai osato pensare a un grado di unione così intima tra Lui e me. Compresi nello stesso tempo che accettare significava voler condividere d’ora in poi gli interessi di Gesù, consacrarmici interamente, unicamente, senza limiti; vivere della sua vita eucaristica: vita di ringraziamento, di espiazione a qualunque costo, d’impetrazione, di adorazione soprattutto, vita nascosta e annichilita, … non avrei mai creduto l’anima mia capace di sentire tanto”. Come S. Maria Maddalena nel giorno della Risurrezione: “si era prostrata Adoratrice, si rialzò Apostola”.
Sentiva però i limiti umani: “Gesù Sposo si era rivelato per l’appunto quanto bastava per farsi rimpiangere di più, e per accendere una fiamma d’amore che avesse poi la forza e il vigore di farmi sopportare i dolori dell’assenza”. A causa delle leggi anticlericali francesi il noviziato venne trasferito per due anni da Lione a Torino e proprio a Suor Maria Giuseppina fu affidata la formazione delle aspiranti religiose, incarico al quale attese con zelo, dimostrando mirabile amore alla Regola. Nella testimonianza di un’allieva leggiamo: “Si occupava di noi continuamente e non solo dell’istruzione e dell’educazione, ma ancora e soprattutto delle anime nostre che conosceva a una a una profondamente”, era “un’anima eletta che, conoscendo il segreto della felicità, la faceva pregustare a chi l’avvicinava”. Ebbe come singolare guida spirituale S. Antonio da Padova, “maestro” e “padre”: “Egli capiva tutto, indovinava tutto, s’interessava di tutto e specialmente non mi lasciava passare nulla. Lui che ricevette Gesù Bambino tra le braccia, ebbe a mio riguardo, per una grande misericordia di Dio, la missione di mostrarmi Gesù, di conservarlo, di farlo crescere nell’anima mia”. Una lettura fondamentale per la sua formazione fu “L’imitazione di Cristo” i cui insegnamenti troviamo negli scritti autobiografici che testimoniano un’esperienza mistica altissima: “essere veramente Sposa, è anche bere alla sua coppa il calice del Getsemani, l’aceto del Calvario. È condividere il suo letto nuziale: il presepio e la croce. È aver i medesimi interessi e dedicarvisi senza riserva: la gloria del Padre, la salvezza delle anime”. “Silenzio eterno dell’Unità: parlare suppone di solito almeno due interlocutori; quando non saremo più che uno con Gesù e in Lui, ogni parola diventerà inutile … e quel silenzio sarà la nostra eterna Adorazione del Verbo di Dio. Vi entriamo fin d’ora con la pratica abituale del santo silenzio”. “Se tante anime si espongono a perdersi, tocca a noi di strappare dal Cuore di Dio grazie straordinarie di conversione e di salvezza”. “Qualche volta si passerà un ritiro lottando contro l’assopimento dell’anima, e nondimeno il tempo non sarà perduto, poiché lo sforzo della lotta ci avrà resi più umili e più forti”. “Come un povero ruscelletto vorrei scorrere rapida e silenziosa, dissetando nel mio corso i fiori e le erbe dei campi del solo Padrone”. “Sì, l’ho visto, Lui che è tutto, e quello sguardo è stato per me tutta una rivelazione del suo essere … come sarebbe abbagliato un cieco nato, se, nello spazio di un secondo, si trovasse ad un tratto liberato dalla sua cecità e ammesso a contemplare tutte le bellezze della creazione”. “Nell’essere veramente al suo servizio facendo le minime azioni con intenso amore e intera purità d’intenzione, col cuore sempre intento a parlargli e ad ascoltarlo; ecco la preghiera incessante”. “Guarda i bambini: ci fanno sorridere per l’applicazione che mettono per un nonnulla, credendo di compiere opere magnifiche. Ebbene, Gesù ci chiede di assomigliare ad essi”. “Sì, le anime! Era la sola cosa che conservasse valore ai miei occhi…ma che valore! … ogni anima in particolare è tutto un mondo, è più grande dei mondi, poiché porta il loro autore. Ero ormai convinta del tutto unico di Dio e del nulla completo della creatura, che non ha vita se non da lui: come rispondere a questa idea altrimenti che con una adorazione incessante?”. Gesù le disse: “Ti voglio mediatrice tra Dio e gli uomini … Prega, supplica, espia, sono avido di perdonare; tu sii avida di chiedere e di ottenere il mio perdono”, “trasportati in spirito nelle più povere chiese di campagna e lì adora e ripara. Costituisciti l’adoratrice delle Ostie abbandonate, la riparatrice delle Ostie oltraggiate”, “fuggi la singolarità come la peste e nascondi le tue mortificazioni sotto il manto della vita comune”.
Suor Maria Giuseppina annotava tutto, ma ne sentiva il peso: “come è difficile scrivere tutto ciò! … Mi occorre già tanta audacia per osare dirlo a me stessa”. “Amare Dio vuol dire dimenticarsi per pensare a Lui, vincere se stesso affinché Egli trionfi, abbandonarsi per essere posseduti da Lui. Soltanto la pratica può farlo capire e la vita intiera non basta ad effettuarlo; l’eternità stessa non vi riesce pienamente, poiché dobbiamo amare un Dio infinito, mentre il nostro amore limitato, per quanto cresca, non potrà mai raggiungere l’infinito”. “Ogni granello gettato dalle mani del Padrone seminatore è destinato a produrre il centuplo, e questo centuplo a sua volta deve moltiplicarsi indefinitamente”. “Essere piccola vittima, è condurre, sotto apparenze di vita comune, una vita separata e abbandonarsi a Dio ciecamente, senza restrizioni”. “Tutto quello che si rifiuta ai sensi, riesce a vantaggio dell’anima; essa s’innalza e si dilata in proporzione della servitù in cui si tengono i sensi”. “Dovevo essere la mammola della SS. Trinità…vivere nascosta, cercare dei fili d’erba per sottrarmi ad ogni sguardo che non sia quello di Gesù”.
La Serva di Dio destò l’ammirazione di quanti l’avvicinavano ma, come talvolta accade anche in ambito ecclesiastico, si ritrovò in contrasto con alcune consorelle per la sua rigida disciplina. Fu destinata ad altro incarico e trasferita a Brescia. Il percorrere la ripida scalata della totale donazione le fece scrivere: “si ritengono meglio le lezioni imparate faticosamente”. Dal “nemico” un giorno si sentì dire: “come potrai sopportare la vita che ti sei imposta? … e tutte le mortificazioni e privazioni che vi hai ancora aggiunte? … è impossibile…presumi troppo del tuo coraggio e di te stessa”.
Una grave infermità segnò il suo triste destino costringendola a tornare a Torino per curarsi. Negli appunti delle consorelle che l’assistettero leggiamo: “vari mali di cui i medici non potevano spiegarsi la causa, esaurirono a poco a poco la sua robusta costituzione, non lasciò più il letto, e quale supplizio fosse per quel povero corpo scarno, che soffriva letteralmente dalla testa ai piedi, nessuno potrebbe dirlo tranne la santa inferma che non si lasciava mai sfuggire un lamento”, “la sua felicità era di accomodare il vestiario delle sue consorelle! Non ne aveva mai abbastanza”. Accettò con cristiana rassegnazione la malattia e anzi la santificò: “la giornata appartiene alle mie consorelle, diceva, le notti sono di Gesù solo … è l’ora dell’intimità: nessuno tra noi … Lui tutto mio, io tutta sua”. Mea è il nome datole da Gesù: “sono Mea, quindi senza diritti sulla mia vita che è sua. Se Gesù mi ha fatto talvolta conoscere il destino di altri, non mi ha mai detto nulla del mio, visto che non voglio sapere nulla: la mia donazione non me lo permette… non mi do pensiero che di fare il più possibile per guadagnargli delle anime. Adoro fin da questo momento la piccola Ostia santa che sarà il mio viatico supremo, e le offro l’omaggio dei miei ultimi sospiri, qualunque sia la data stabilita dalla divina volontà”. Spirò il 21 giugno 1917 a soli trentasette anni. La sua sepoltura è oggi nella nuova cappella dell’Istituto, aveva scritto: “dalla mia tomba, vorrei poter gridare ancora: Viva l’amore del Sacro Cuore di Gesù, in tutti i cuori”.
Iniziato dopo qualche decennio dalla morte il processo di beatificazione, gli scritti sono stati approvati dalla Congregazione delle Cause dei Santi nel 1966. La sorella Luisa Maria, secondogenita, entrò nell’Istituto pochi anni dopo la Serva di Dio, condividendone spirito e dedizione. Divenne la Madre Generale “mite e umile” che governò la congregazione fino alla morte, nel 1940.


PREGHIERA

O Dio che hai arricchito di tante elettissime grazie
l’anima di Suor Maria Giuseppina di Gesù,
facendone un modello di umiltà, do fortezza e di carità,
concedi a noi di imitarne le virtù,
specialmente il suo figliale abbandono alla tua Provvidenza,
il suo grande amore al Verbo Incarnato,
la sua profonda adorazione alla tua Maestà.
Glorifica, se ti piace, la tua umile Adoratrice:
concedi a Lei di giovare a tutte le anime che invocano il suo aiuto
e a noi di sperimentare l’efficacia della sua intercessione presso il tuo trono.
Amen.


Per maggiori informazioni e relazioni di grazie ricevute rivolgersi a:

Istituto Adorazione
Viale Curreno Giacomo 21 - 10133 Torino
Tel. 0116602802
suore@adorazione.it

oppure:

Istituto Adorazione
Via Pineta Sacchetti 231 - 00168 Roma
Tel. 063053162
istitutoadorazione@virgilio.it


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto/modificato il 2007-06-20

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