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San Raffaele Guizar Valencia Vescovo

6 giugno

Cotija, Messico, 26 aprile 1878 – Città del Messico, Messico, 6 giugno 1938

Rafael Guízar Valencia nacque a Cotija, nello Stato di Michoacán e in diocesi di Zamora, il 26 aprile 1878. Iniziò la formazione verso il sacerdozio, ma interruppe temporaneamente gli studi a causa di una profonda crisi. Quando comprese che essere sacerdote era la sua vera strada, non ebbe più ripensamenti: fu ordinato il 1° giugno 1901. Si dedicò alla predicazione e alle missioni popolari finché, nel 1910, non scoppiò la rivoluzione messicana. Sotto i più svariati travestimenti, riuscì ugualmente a portare i Sacramenti ai malati e ai moribondi. Mentre era esule a Cuba, gli giunse la notizia che papa Benedetto XV lo aveva nominato, il 1° agosto 1919, vescovo di Veracruz in Messico. Il suo ministero episcopale durò circa diciott’anni, ma poté risiedere stabilmente nella diocesi per poco più di otto anni, a causa di ripetuti periodi di esilio. Morì il 6 giugno 1938 a Città del Messico, per le conseguenze di un attacco cardiaco che l’aveva colto mentre predicava. Beatificato il 29 gennaio 1995 da san Giovanni Paolo II, è stato canonizzato dal papa Benedetto XVI il 15 ottobre 2006. I suoi resti mortali sono venerati nella cattedrale di Xalapa.
La sua memoria liturgica cade il 6 giugno, il giorno della sua nascita al Cielo.

Emblema: Mitra, Pastorale, Tricorno

Martirologio Romano: A Città del Messico, transito del beato Raffaele Guízar Valencia, vescovo di Vera Cruz in Messico, che in tempo di persecuzione, benché esule e clandestino, esercitò con coraggio l’ufficio episcopale.


Rafael Guízar Valencia nasce in Messico nel 1878, da una donna facoltosa, discendente da una delle famiglie più distinte della città, che, oltre ad allevare 11 figli, trova il tempo per andare nei bassifondi a lavare gli indumenti dei lebbrosi. Questa donna forte gli insegna la carità, non fatta di parole ma di gesti concreti e muore quando lui ha soltanto nove anni.
A 13 anni entra in seminario, credendo di sentire la vocazione al sacerdozio. Ma arriva una grossa crisi e torna a casa, a lavorare nelle varie fattorie di papà. Dove però resta poco perché, passata la crisi e tornato il sereno, riaffiora e si rafforza la vocazione e Rafael torna in seminario.
Nel 1901 è ordinato sacerdote e inizia a predicare le missioni al popolo, un settore in cui riesce ad esprimere davvero il meglio di sé, tanto che appena due anni dopo fonda addirittura una congregazione con lo scopo esplicito di offrire gratuitamente le missioni al popolo nelle diocesi più povere che scarseggiano di sacerdoti e di mezzi finanziari.
Sono anni di lavoro intenso, di abbondanti frutti spirituali e di grosse umiliazioni. Il suo vescovo, infatti, lo sospende per due anni dalla predicazione e padre Rafael accetta questa prova con umiltà e ubbidienza, aspettando pazientemente che la bufera passi.
Riabilitato alla morte del vescovo, vive lo scoppio della Rivoluzione Messicana, che vuole imbavagliare la Chiesa, scagliandole contro una violenta campagna di stampa. Don Rafael reagisce come sa e come può, impiantando a Città del Messico una moderna tipografia per stampare un combattivo giornale cattolico. Che però ha vita breve, perché i Rivoluzionari lo soffocano quasi subito.
Allora predica, incoraggia i fedeli, accompagna i moribondi, per lo più agendo in incognito, travestendosi ora da venditore ambulante, ora da medico o da musicante, pur di riuscire a continuare ad amministrare di nascosto i sacramenti.
Condannato a morte, per due volte riesce a scampare alla fucilazione addirittura davanti al plotone già schierato, ma deve fuggire prima negli Stati Uniti, poi in Guatemala, infine a Cuba, dove svolge una intensa attività missionaria e dove lo raggiunge l’inaspettata notizia che Benedetto XV lo ha nominato vescovo.
Gli affidano la diocesi messicana di Veracruz: 46.000 chilometri quadrati da visitare, incoraggiare, sostenere, evangelizzare. Può lavorare in pace solo pochi anni, perché contro di lui nuovamente si scatena la persecuzione.
Viene mandato in esilio negli Stati Uniti, dove continua a predicare, non mancando di seguire e incoraggiare tramite lettera la sua diocesi. In essa può tornare solo pochi mesi prima della morte, che arriva il 4 giugno 1938 perché gli anni stressanti dell’esilio hanno minato in modo irreparabile la sua salute.
Giovanni Paolo II nel 1995 lo ha proclamato beato, mentre Benedetto XVI lo ha canonizzato nel 2006. Una curiosità: i miracoli attribuiti alla sua intercessione che lo hanno portato sugli altari riguardano entrambi i bambini: un concepimento “impossibile” per la scienza medica e la nascita di un bambino, prodigiosamente sano malgrado una diagnosi prenatale infausta.

Autore: Gianpiero Pettiti
 



I primi anni
Rafael Guízar Valencia nacque a Cotija, nello Stato di Michoacán e in diocesi di Zamora, il 26 aprile 1878. Era l’ottavo degli undici figli di Prudencio Guízar e Natividad Valencia, proprietari terrieri e ferventi cristiani.
Crebbe nel clima di grande carità della famiglia. La madre, benché facesse parte di una delle più distinte famiglie di Cotija, andava personalmente a lavare gli indumenti dei lebbrosi, confinati fuori del paese.
Rafael compì i primi studi furono fatti nella scuola parrocchiale di Cotija. Rimase orfano della madre quando aveva 9 anni: di lui si occupò allora la sorella maggiore Dolores, anche lei donna di solide virtù cristiane e di vasta carità.

In Seminario, tranne che per un periodo di crisi
A 12 anni, nel 1890, Rafael e suo fratello Antonio entrarono nel Collegio di San Simone dei padri Gesuiti. Tuttavia, l’anno successivo, essendo stato il collegio fu soppresso dal governo. Avvertendo la chiamata al sacerdozio, Rafael entrò nella filiale del Seminario Minore della diocesi di Zamora, situato a Cotija.
Nel 1894 ebbe una crisi vocazionale. Interruppe quindi gli studi e ritornò in famiglia, per lavorare nelle fattorie agricole del padre. A 18 anni, nell’autunno 1896, si decise per il sacerdozio, senza più ripensamenti. Cominciò quindi gli studi di Filosofia nel Seminario Maggiore di Zamora. In questo importante periodo formativo, espresse una fervorosa devozione al Sacro Cuore di Gesù, che rimase una nota caratteristica della sua vita.

Ordinazione sacerdotale e primi incarichi
Fu ordinato sacerdote il 1° giugno 1901, solennità di Pentecoste. Negli anni che seguirono fu impegnato nella predicazione delle missioni popolari nella città di Zamora e in diverse regioni del Messico. Nel 1903 fu nominato direttore spirituale del Seminario di Zamora, dove insegnò anche Teologia ascetica e mistica. Gli fu affidata inoltre la direzione diocesana dell’Apostolato della Preghiera.
Il 3 giugno 1903 fondò la Congregazione di Nostra Signora della Speranza, diretta da suo fratello don Antonio, con lo scopo di offrire gratuitamente le missioni al popolo, nelle diocesi più povere di mezzi e di clero.
Nel 1905 fu nominato missionario apostolico: compito a cui si dedicò con zelo in quel compito, propagando la devozione al Sacro Cuore. Tuttavia, dal 1907 al 1909 il suo vescovo lo sospese dalla predicazione. Don Rafael, obbediente, dimostrò un’esemplare umiltà, finché non venne riabilitato nel 1909, dopo la morte del vescovo.

Nella rivoluzione messicana
Nel 1910 scoppiò la rivoluzione messicana: il 21 giugno dello stesso anno, la congregazione di Nostra Signora della Speranza fu soppressa. Don Rafael si oppose alla campagna della stampa rivoluzionaria contro la Chiesa: nel 1911 impiantò a Città del Messico una moderna tipografia per stampare il giornale cattolico «La Nación», che poco dopo fu chiuso dai rivoluzionari.
Nel 1912 fu nominato canonico della cattedrale di Zamora. L’anno successivo, però, s’intensificò la persecuzione religiosa. Don Rafael fu costretto a restare a Città del Messico: per alcuni anni visse senza una dimora stabile, sopportando ogni specie di pericoli e privazioni.

Un ministero clandestino
Per poter esercitare il suo ministero, fu costretto a travestirsi da venditore ambulante, da medico, da musicante e in altri modi, per non farsi riconoscere come sacerdote. In quel modo poteva avvicinare i malati e assistere i moribondi, amministrando loro i Sacramenti.
Fu condannato a morte due volte: braccato dalla polizia, riuscì a sfuggire alla fucilazione. Continuò comunque ad assistere i moribondi che cadevano a seguito delle battaglie armate della Guerra Civile.
Diventata impossibile la sua permanenza in Messico, alla fine del 1915 si rifugiò negli Stati Uniti.
L’anno successivo si spostò in Guatemala, dove, con il nome di Rafael Ruiz, predicò un gran numero di missioni. Per la sua fama di missionario, fu invitato nella vicina isola di Cuba, dove per alcuni anni si prodigò in una intensa attività missionaria.

La nomina vescovile
A Cuba lo raggiunse un’inaspettata notizia: papa Benedetto XV, 1° agosto 1919, lo aveva nominato vescovo di Veracruz in Messico.
Fu consacrato vescovo il 30 novembre 1919 nella cattedrale de L’Avana. Il trasferimento nella sua nuova diocesi avvenne dopo il disastroso terremoto del 9 gennaio 1920: da subito s’impegnò a soccorrere le vittime del sisma. Stabilì per questo la sua residenza a Xalapa, allora non eretta a diocesi.

Il suo episcopato
Il suo ministero episcopale durò circa diciott’anni, dal gennaio 1920 al giugno 1938. Percorse tutti i quarantaseimila chilometri quadrati del territorio diocesano, recandosi in visita pastorale anche alle più sperdute parrocchie. Diede poi impulso alle missioni popolari, alla catechesi, alla devozione al Sacro Cuore di Gesù.
Riscattò il vecchio seminario di Xalapa, ristrutturandolo completamente, ma il governo lo confiscò nuovamente a fine lavori. Monsignor Guízar allora trasferì il Seminario per la formazione dei sacerdoti a Città del Messico, dove funzionò clandestinamente per quindici anni. Fu l’unico Seminario a sopravvivere alla persecuzione in Messico, contando fino a trecento seminaristi.

Un nuovo esilio
Dal 1926 al 1929, il vescovo fu di nuovo costretto all’esilio negli Stati Uniti e nei Paesi dell’America centrale. Dopo il suo ritorno dovette di nuovo allontanarsi dal 1931 al 1937, sempre a causa dell’imperversare della persecuzione contro il clero da parte del governo rivoluzionario.
Pur da lontano seguì le sorti della diocesi, attraverso lettere ai suoi vicari di Curia. Quando il territorio messicano fu pacificato in parte con il presidente Lazaro Cardenas, nel 1937, poté ritornare nella diocesi stabilmente.

La morte
Monsignor Guízar era di costituzione robusta, ma per diversi anni fu affetto da una grave forma di diabete, da insufficienza circolatoria, da flebite e ulcere varicose. Gli anni stressanti dell’esilio peggiorarono la situazione.
Così nel dicembre 1937, mentre predicava una missione a Cordoba, fu colpito da un attacco cardiaco,
che lo costrinse definitivamente a letto. Morì il 6 giugno 1938 a Città del Messico, dov’era ricoverato.
La sua salma fu portata a Xalapa (poi diocesi e capitale dello Stato di Veracruz), dove si svolsero i trionfali funerali. La sua tomba nella cattedrale della città divenne meta di migliaia di pellegrini.

La causa di beatificazione fino al decreto sulle virtù eroiche
A fronte della fama di santità che continuava ad accompagnare il suo ricordo, per monsignor Guízar fu aperta la causa di beatificazione. Il processo informativo, svolto nelle diocesi di Veracruz e Jalapa, iniziò il 3 settembre 1952 e si concluse l’8 maggio 1954. Due anni dopo, l’11 agosto 1958, si ebbe il decreto sugli scritti.
Con l’introduzione della causa, il 4 aprile 1974, iniziò la fase romana. Il processo apostolico fu quindi iniziato il 1° ottobre 1974 e terminato il 20 dicembre 1975. Il 18 febbraio 1977 fu emesso il decreto di convalida sia del processo informativo, sia di quello apostolico.
I consultori della Congregazione delle Cause dei Santi si riunirono inizialmente il 19 novembre 1980, ma raggiunsero l’unanimità in una successiva riunione, il 27 aprile 1981. I cardinali e i vescovi membri del medesimo Dicastero vaticano hanno invece dato, il 7 luglio 1981, il loro parere positivo circa l’esercizio in grado eroico da parte di monsignor Guízar. Il 27 novembre 1981, quindi, il Papa san Giovanni Paolo II autorizzò la promulgazione del decreto che gli conferiva il titolo di Venerabile.

Il miracolo per la beatificazione
Come primo miracolo per ottenere la sua beatificazione è stato preso in esame il caso di Cirana Rivera. Tutta la sua famiglia, in linea paterna, era dotata di strane caratteristiche somatiche, come palpebre cascanti e tendenti a chiudersi e orecchie grandi. Tutte le donne che avevano quei tratti del viso non avevano avuto figli.
Cirana espose la questione al suo fidanzato, Sergio Montiel Alvarado, che volle sposarla lo stesso. Già da prima del matrimonio, avvenuto il 24 aprile 1976, lei aveva avuto mestruazioni sempre più irregolari, poi interrotte.
Un esame approfondito chiarì la situazione: un'ostruzione bilaterale delle tube e la retroversione del corpo uterino avrebbe reso impossibile la formazione del feto. La ragione era chiarita dalla malattia genetica che causava anche i suoi singolari tratti somatici: la sindrome blefarofimosi-ptosi palpebrale-epicanto inverso di 1° grado (Bpes), che nel caso più grave comporta un’assenza di ovulazione.
A quel punto, suo marito Sergio cominciò a invocare monsignor Guízar: non l’aveva conosciuto, ma la devozione a lui gli era stata trasmessa da suo padre. Andava spesso a pregare sulla sua tomba, oppure si metteva in ginocchio di fronte alla sua fotografia che teneva in casa. Con la moglie, coinvolse altre coppie del Movimento familiare cristiano, in cui erano entrati nel 1977.
Nel maggio 1983 Cirana cominciò ad accusare nausee, mal di testa e altri disturbi. Il suo medico le disse che aveva un’infezione parassitaria, ma un’amica infermiera, invece, ipotizzò che lei fosse incinta. In effetti, era così: dopo una gravidanza senza particolari problemi, il 19 febbraio 1984 diede alla luce Sergio junior.

L’inchiesta sul miracolo e la beatificazione
L’inchiesta diocesana sull’asserito miracolo si svolse nel corso del 1992 e fu convalidata il 12 marzo 1993. I membri della Commissione medica, riuniti il 12 marzo 1993, dichiararono che il fatto era inspiegabile secondo i criteri scientifici. In più, dato che Cirana non aveva più avuto altri figli e che Sergio junior aveva anche lui la Bpes, appariva chiaro che era nato proprio da un suo ovulo.
I consultori teologi, il 15 aprile 1994, si pronunciarono favorevolmente sul nesso tra l’accaduto e l’intercessione di monsignor Guízar. Dello stesso parere furono, il 7 giugno 1994, i cardinali e i vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi.
Il 2 luglio 1994 san Giovanni Paolo II autorizzò quindi il decreto con cui il concepimento e il parto di Cirana Rivera de Montiel erano da ritenere miracolosi e accaduti per intercessione del Venerabile Rafael Guízar Valencia. Lo stesso Pontefice lo ha quindi beatificato il 29 gennaio 1995, fissando la sua memoria liturgica al 6 giugno, il giorno esatto della sua nascita al Cielo.

Il secondo miracolo per la canonizzazione
Come secondo miracolo necessario per la canonizzazione fu valutato il caso di Rafael de Jesús Barroso Santiago. Quando sua madre, Valentina Santiago, era incinta di sette mesi, fece un’ecografia. L’esame mostrò che il feto aveva il labbro leporino e la palatoschisi.
Insieme al marito, Enrique Barroso, la donna iniziò a pregare, chiedendo al Beato Rafael Guízar Valencia la grazia che il figlio nascesse sano. Se questo fosse accaduto, il padre promise che l’avrebbe chiamato come lui. Quando Valentina partorì, il 2 marzo 2002, fu evidente che il bambino non aveva più il labbro leporino.
Il fatto fu indagato nel processo diocesano relativo, durato dall’8 luglio al 12 settembre 2003. Il 18 maggio 2005 la Commissione medica esaminò i documenti del processo e dichiarò l’inspiegabilità scientifica dell’accaduto. I consultori teologi, il 15 novembre 2005, e i cardinali e vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, il 21 marzo 2006, confermarono il nesso con la preghiera rivolta al Beato monsignor Guízar.
Infine, il 28 aprile 2006, papa Benedetto XVI riconosceva ufficialmente il fatto come miracoloso e avvenuto per intercessione del vescovo di Veracruz. Lo ha quindi canonizzato il 15 ottobre 2006, a Roma, in piazza san Pietro.


Autore:
Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2018-02-06

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