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Servo di Dio Raffaele Mennella Chierico dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesł e di Maria

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Torre del Greco, Napoli, 22 giugno 1877 - 15 settembre 1898

Raffaele Mennella, nativo di Torre del Greco in provincia e diocesi di Napoli, lavorò fin dall’adolescenza in una piccola fabbrica di corallo. Resistendo alle prese in giro dei colleghi apprendisti, fortificò la sua fede e maturò la vocazione religiosa. Dopo l’incontro con padre Luigi Torrese, dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, chiese di essere ammesso in quella congregazione. Iniziò il noviziato il 10 novembre 1894, professò i voti semplici il 21 novembre 1895 e, il 13 novembre 1896, ricevette la tonsura e gli Ordini Minori. S’impegnò profondamente nell’assimilare gli insegnamenti del fondatore, san Gaetano Errico, e nel vivere con intensità i suoi impegni di preghiera e di studio. Inviato a Roma per approfondire la formazione in vista del sacerdozio, dovette tornare in famiglia dopo l’estate del 1898: aveva contratto la tubercolosi polmonare. Nel corso della malattia stupì quanti andavano a visitarlo per la sua accettazione del volere di Dio. Morì quindi alle 13.30 del 15 settembre 1898, a ventuno anni. La sua causa di beatificazione, il cui processo informativo si è svolto nella diocesi di Napoli dall’11 ottobre 1956 al 19 febbraio 1959, prosegue nella fase romana. I suoi resti mortali sono stati traslati, nel 1956, nel Santuario dell’Addolorata, annesso alla Casa madre dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, in via Dante Alighieri 2 a Secondigliano-Napoli.



Nascita e primi anni
Raffaele Mennella nacque il 22 giugno 1877 a Torre del Greco, in provincia e diocesi di Napoli. Fu battezzato lo stesso giorno della nascita, nella parrocchia di Santa Croce della sua città.
I genitori erano di modeste condizioni economiche, onesti e religiosi: il padre, Antonino Mennella, era pescatore, come tanti abitanti di Torre del Greco, mentre la madre, Annunziata Manguso, era casalinga.
Raffaele avvertì sin dai primi anni la vocazione allo stato religioso. Era guidato spiritualmente dal sacerdote torrese Pasquale Brancaccio, ma nel contempo veniva istruito nelle materie letterarie dai fratelli canonici Luigi e Vincenzo Maglione.

Apprendista corallaio in tempi difficili
Era anche apprendista in una piccola fabbrica di corallo, secondo il tipico artigianato locale.
Il periodo del suo apprendistato non fu dei più tranquilli: il clima del mondo operaio di fine Ottocento era arroventato da lotte sociali per la prima industrializzazione dell’Italia unita.
La Chiesa era considerata nemica del vero progresso degli operai e sorda alle loro rivendicazioni contro i soprusi degli industriali. In realtà le encicliche di papa Leone XIII, specialmente la «Rerum Novarum», stavano cominciando a indicare la strada da seguire nella nuova era industrializzata che avanzava.
Raffaele, dal canto suo, offriva la testimonianza di una religiosità aperta, Ogni mattina, prima di andare a lavorare, partecipava alla Messa nella chiesa del Carmine di Torre del Greco, servendo all’altare e ricevendo la Comunione. La sera, ritornando dal lavoro, passava di nuovo in chiesa per la recita del Rosario e per la visita a Gesù Sacramentato.
Per questo motivo, era schernito spesso dai colleghi, ma lui non si lasciava distrarre dai loro cattivi esempi e dal loro modo di parlare sboccato.

L’incontro con padre Luigi Torrese
A 15 anni la sua vocazione religiosa diveniva sempre più chiara. La Provvidenza gli fece incontrare padre Luigi Torrese, che era stato tra i primi membri della congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, fondata nel 1833 da don Gaetano Errico (morto nel 1860 e canonizzato nel 2008) a Secondigliano, oggi quartiere periferico di Napoli.
Quando quel sacerdote arrivava o partiva da Torre del Greco, Raffaele lo andava a prendere oppure lo riaccompagnava. Fu in quel modo che iniziò a pensare di diventare anche lui un Missionario dei Sacri Cuori.
Tuttavia, fu inizialmente rifiutato dai superiori, con suo grande sconcerto. Il fatto era che i Missionari dei Sacri Cuori, al pari di altre congregazioni, dal 1861 al 1866 erano stati soppressi per le nuove leggi varate dal Parlamento Italiano; solo in quegli anni stavano cercando di riorganizzarsi.

Tra i Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria
Alla fine, il 10 novembre 1894, fu accettato nel nuovo noviziato di Secondigliano, annesso alla Casa madre, vestendo l’abito il 18 novembre nella chiesa dell’Addolorata. Compì gli studi del noviziato sotto la guida del conterraneo padre Luigi Balzano, che fu anche il suo primo biografo. Un anno dopo, il 21 novembre 1895, professò i voti semplici insieme ad altri cinque novizi: lui e confratelli rappresentavano ormai la speranza della congregazione, che rinasceva dopo la soppressione e la dispersione dei suoi membri.
Il 13 settembre 1896 ricevette la tonsura clericale e gli Ordini Minori. Sotto la guida illuminante di padre Balzano, si formò alla spiritualità della congregazione e approfondì la conoscenza del pensiero e dell’azione del Fondatore. Inoltre confermò le virtù di cui era dotato, come l’ubbidienza, la modestia, il silenzio, il raccoglimento, la castità.

A Roma, ma incombe la malattia
Nel settembre 1897 fu mandato a Roma a seguire gli studi teologici presso la Pontificia Università Gregoriana, perché tutti i superiori e lui stesso, aspiravano che arrivasse al sacerdozio al più presto. Anche lì edificava tutti con il suo comportamento.
Nell’estate 1898 a Roma il clima era rovente: questo fatto, unito all’applicazione allo studio per superare gli esami, aveva indebolito il fisico di Raffaele. Sfioriva di giorno in giorno, ma nessuno se ne accorgeva o gli dava importanza.
La liturgia per il Sacro Cuore di Gesù a giugno e le seguenti Quarantore, lo tennero impegnato più del solito. Rimase in costante preghiera, con lunghe ore in ginocchio in adorazione, nella chiesa del Collegio di Santa Maria in Publicolis.

La tubercolosi
Il 3 luglio 1898 si presentò al padre Rettore con un fazzoletto sulla bocca, intriso di sangue. Il Rettore capì subito che era un’emottisi: gli ordinò di mettersi a letto e fece chiamare un medico. La diagnosi fu di tisi polmonare, incurabile per l’epoca, poiché mancavano i medicinali appropriati.
I medici non nascosero la gravità del caso, ma rimasero meravigliati, insieme a quanti altri frequentavano la stanza del giovane: invece di spaventarsi, era allegro e si dichiarava disposto a morire per raggiungere il Signore. Tutti si allontanavano con la frase «È veramente un angelo!» oppure «Beato lui, è proprio un santo!».

Ritorno a Torre del Greco
Mentre tutti nella congregazione pregando si preparavano alla sua fine, il chierico ebbe un leggero miglioramento, forse dovuto alle cure praticate o allo stesso decorso della malattia. Quando riprese le forze, poté lasciare il letto e presentarsi anche al Distretto di Roma per la visita militare.
Il medico curante consigliò per lui un po’ dell’aria natia. Raffaele, che aveva espresso il desiderio di morire in Congregazione, il mattino del 2 agosto 1898, accompagnato da un confratello, partì per Napoli e da lì arrivò a Torre del Greco. L’aria balsamica gli facilitava il respiro e calmava la tosse. In più, le cure della mamma e dei medici sembrarono dargli la guarigione.

La malattia si aggrava
Nonostante la debolezza, finché poté andò in chiesa tutti i giorni, ma la malattia si aggravò: a quel punto, usciva solo il giovedì, con l’aiuto di un bastone. Anche se si sentiva morire ad ogni passo, restava in ginocchio a pregare per lungo tempo. Alla fine, non si mosse più dal letto.
Tutti i giorni riceveva la Comunione da sacerdoti che si recavano a fargli visita. Pur non potendo parlare con facilità per la mancanza di respiro, riusciva a dialogare con parenti, amici, sacerdoti e confratelli, conversando sull’Amore di Dio e sulla Madonna. Pur essendo consapevole dell’aggravarsi del male, Raffaele si era preparato a corrispondere alla volontà di Dio.

La morte
La mattina del 15 settembre 1898 fece chiamare padre Luigi Torrese, che aveva continuato ad assisterlo spiritualmente, e da lui volle gli ultimi Sacramenti. Per volontà del parroco Brancaccio, la Comunione in forma di Viatico gli venne portata in processione: dal racconto di uno scrittore dell’epoca, si sa che il corteo si andò infoltendo di devoti lungo il percorso, tutti mesti per l’imminente fine del “prevetariello” (“pretino”, in dialetto napoletano), come veniva chiamato Raffaele.
Verso le 13.30, rivolto verso l’immagine della Madonna che era nella stanza, dolcemente spirò. Furono migliaia le persone che si recarono da Torre del Greco e da Secondigliano a rendere omaggio alla salma del giovane, considerato da tutti un santo.
Non aveva voluto fiori né confetti, come si usava allora, ma nella stanza per due giorni perdurò un profumo di fiori di tante qualità, che lasciò perplessi e meravigliati parenti e amici. I suoi funerali, benché modesti per la condizione familiare, videro la partecipazione spontanea di tutta Torre del Greco: una fiumana di gente l’accompagnò al cimitero.
Il 15 gennaio 1956 i suoi resti mortali furono traslati dal cimitero di Torre del Greco a quello di Secondigliano.

La causa di beatificazione
L’11 ottobre 1956 furono nuovamente riesumati, sottoposti a ricognizione e traslati solennemente nella cappella di santa Lucia (oggi cappella di san Gaetano Errico) del Santuario dell’Addolorata, annesso alla Casa madre della sua congregazione in via Dante Alighieri 2 a Secondigliano-Napoli, alla presenza del cardinal Marcello Mimmi, arcivescovo di Napoli.
Lo stesso giorno si aprì il processo informativo per la sua beatificazione, conclusosi il 19 febbraio 1959 e trasmesso alla Sacra Congregazione dei Riti a Roma, all’epoca competente per le cause di beatificazione e canonizzazione. Il 13 novembre 1970 si ebbe il decreto sugli scritti.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2018-03-07

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