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Servo di Dio Girolamo Savonarola Domenicano, riformatore

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Ferrara, 21 settembre 1452 – Firenze 23 maggio 1498


La Chiesa non ha timore di riconoscere errori di valutazione, su persone laiche o religiose, che durante i secoli, si sono messe in contrapposizione con il potere pontificio, per idee, teorie o atteggiamenti di riforma; così è stato per Galilei, tanto per citarne uno, così è stato per il predicatore riformatore domenicano Girolamo Savonarola, la cui causa per la sua beatificazione è stata introdotta il 30 maggio 1997, dall’archidiocesi di Firenze.
Egli nacque a Ferrara il 21 settembre 1452, la sua famiglia proveniva da Padova, dove il nonno, noto medico, fu chiamato alla corte degli Estensi, trasferendovisi nel 1444; il padre Niccolò era uno stimato notaio.
Nipote prediletto del nonno, si dedicò dapprima agli studi umanistici (lettere e filosofia) poi si orientò verso le “arti liberali”, per iniziare lo studio della medicina, un desiderio di tutta la famiglia, perché continuasse la professione del celebre nonno.
Ma nell’animo del giovane, maturavano altri propositi, animato da un profondo spirito di fede, provava insofferenza per la dilagante corruzione morale, che notava specie fra gli ecclesiastici.
A 23 anni, nel 1475 lasciò la casa natale per entrare nell’Ordine dei Predicatori, fondato da s. Domenico di Guzman e perciò detti ‘Domenicani’; giunto al convento di S. Domenico di Bologna, trascorse tre anni di studio e preparazione, venendo ordinato sacerdote nel 1478.
Ritornò a Ferrara nel locale convento, con il compito di maestro degli studenti, studiò teologia a Bologna e Ferrara; nel 1482 divenne lettore nel convento di San Marco di Firenze. È di questo periodo un piccolo codice autografo, nel quale il giovane Girolamo Savonarola annotava le sue letture, gli schemi delle sue prediche, i versi poetici, in cui esprimeva tutte le sue appassionate aspirazioni, che ormai erano ben chiare, più che alla cattedra, egli tendeva alla predicazione, infatti scrisse: “Il predicatore deve essere pieno di Dio, cioè ricolmo dello Spirito Santo, della carità e della divina Sapienza. Deve essere posto fuori di sé, cioè deve portarsi tutto su quanto ha da esprimere e rifuggire totalmente da sé stesso”.
Nel 1483 a 31 anni fa la sua prima esperienza di predicatore per la Quaresima alle Murate di Firenze, poi a S. Lorenzo nel 1484 ed a San Gimignano nel 1485 e 1486, presago di imminenti castighi per la Chiesa, che doveva essere flagellata, rinnovata e presto, la sua predicazione assunse toni profetici ed apocalittici.
Ciò gli valse nella primavera del 1487, l’allontanamento da Firenze ad opera di Lorenzo de’ Medici; negli anni successivi divenne professore di teologia all’Università di Bologna, predicatore itinerante in Lombardia, predicò l’Avvento a Brescia nel 1489 ed a Genova nella Quaresima del 1490.
Nel frattempo con una lettera indirizzata al Maestro Generale, Torrioni, Lorenzo il Magnifico chiedeva il ritorno del Savonarola a Firenze, sollecitato dal grande conte Pico della Mirandola.
Il frate ritornò, diventando priore del convento di S. Marco e riprendendo la sua appassionata predicazione, che ebbe grande consenso, visto il mutato clima spirituale e politico. Restaurò nel convento l’antico rigore della Regola domenicana e nel 1493 otteneva, con l’aiuto di Piero de’ Medici, l’indipendenza giuridica della Congregazione di San Marco, staccandola dalla Congregazione lombarda.
La fama di predicatore conquistò la città intera, tenuto conto anche del successo editoriale dei suoi opuscoli, ormai tutti parlavano di fra’ Girolamo ed a nulla valsero le raccomandazioni di Lorenzo il Magnifico, affinché abbassasse i toni di condanna nelle sue infuocate parole. Ma Girolamo addirittura non volle fare nemmeno la tradizionale visita di omaggio, che i nuovi priori di San Marco, facevano alla Signoria.
Lorenzo, pur offeso, volle conquistare la sua amicizia, recandosi più spesso alle funzioni in San Marco, che non dimentichiamo, era tutto splendente delle opere pittoriche del Beato Angelico, realizzate qualche decennio prima. Ma Girolamo non si prodigava nell’accoglierlo, anzi ignorandolo. Così Lorenzo capì che il Savonarola era un uomo di Dio, come gli aveva detto Pico della Mirandola e che l’unico modo per conquistarlo era una conversione sincera della sua vita e di quella della corte.
Nel 1494 commentando la ‘Genesi’, preannunciò l’arrivo di un “nuovo Ciro”, identificato poi in Carlo VIII, disceso in Italia nel 1494-95, con il quale il Savonarola si incontrò a Pisa in veste di ambasciatore dei Fiorentini, nel frattempo i Medici erano stati cacciati da Firenze (Lorenzo era morto nel 1492), ottenendo dal re francese, diretto ad occupare Napoli, di risparmiare la città.
Ormai Girolamo Savonarola era rimasto arbitro assoluto di Firenze, divenendo anima ed ispiratore del governo democratico, compilò la nuova legislazione, riformò le imposte, eliminò l’usura, istituì nel 1495 un nuovo Monte di Pietà, esercitando una forte sorveglianza sui costumi dei Fiorentini.
Amato dal popolo, aveva tuttavia molti nemici, all’interno dello stesso Ordine Domenicano e tra i potenti italiani, fra i quali Ludovico il Moro a Milano; in particolare perché si opponeva alla Lega Santa contro Carlo VIII, fu denunciato per questo al papa Alessandro VI Borgia, aggiungendo accuse di eresia; il quale cercò di indurlo a comparire a Roma per discolparsi; ma il priore non potendo allontanarsi da Firenze in quel periodo e per questioni di salute, preferì inviargli un opuscolo: “Compendio di Rivelazioni”, contenente il testo autentico delle sue profezie.
Ma con un ‘Breve’ dell’8 settembre 1495 il Borgia, inviava contro “un certo fra’ Girolamo da Ferrara”, i più drastici provvedimenti disciplinari, accusandolo di aver insegnato false dottrine, di predicare abusivamente, di arrogarsi una missione divina, di usare espressioni scandalose nelle prediche, di aver promosso la separazione dai padri della Lombardia, di aver osato stampare le sue profezie e di essersi ribellato a comparire a Roma; con ciò la Comunità di S. Marco era sciolta e lo stesso Savonarola sospeso dalla predicazione.
Nel 1496 ritornò a predicare a S. Maria del Fiore; accusato di nuovo di ribellione, il papa lo scomunicò nel 1497; in città si crearono due fazioni: i “compagnacci”, che vollero approfittare della scomunica, per sovvertire il rigido moralismo imposto dal Savonarola ed i “frateschi” che ne negavano la validità e ne chiedevano la revoca.
A suo nome, un imprudente discepolo, lanciò la sfida della “prova del fuoco”, cioè lui e fra’ Girolamo sarebbero passati attraverso il fuoco, per avvalorare la validità delle profezie; la sfida fu subito raccolta dagli avversari, si scatenò un vero e proprio fanatismo, la Signoria guidata dagli Arrabbiati, organizzò la sfida per il 7 aprile 1498, che sfumò per un’abbondante acquazzone che mandò tutto all’aria.
I nemici sia laici che religiosi presero la cosa come un fatto negativo per fra’ Girolamo, i “compagnacci” in tumulto assediarono San Marco, incendiando le porte della chiesa e del convento, mentre i “frateschi” si difendevano dall’interno; ci furono morti e feriti prima che la Signoria inviasse con ritardo, i suoi soldati per sedare i tumulti e arrestando fra’ Girolamo, fra’ Domenico da Pescia e fra’ Silvestro.
Iniziò così per lui, chiamato più volte “salvatore della patria” un doloroso calvario di oltraggi e torture e come Alessandro VI aveva più volte richiesto in precedenza, venne giudicato dai più squallidi fautori del libertinaggio e inoltre fu giudicato e condannato come “eretico e scismatico” il 19 e 20 maggio, insieme ai suoi due fedeli discepoli, da una ‘commissione apostolica’.
Condannati a morte il 22 maggio, la sentenza fu eseguita in Piazza della Signoria, il 23 maggio 1498; furono impiccati e bruciati e le loro ceneri buttate nell’Arno, per evitare un futuro culto dei sostenitori.
Le idee del Savonarola esercitarono tuttavia un influsso durevole, specie in ambiente fiorentino e dell’Italia centrale, attraverso gli scritti, i cui modesti pregi letterari, sono largamente compensati dalla passione che li anima. La morte violenta dei tre domenicani, fu da molti considerato un vero martirio, affrontato per la difesa della fede e della morale cristiana, di fronte al rinato paganesimo.
Dopo un breve periodo di smarrimento, i discepoli del frate, specialmente i religiosi, rivendicarono la sua memoria e tennero fede ai propositi di fervore e di stretta osservanza della loro Regola. A conclusione, vale la pena di ricordare che nella vasta opera di riforma dei costumi morali e religiosi, predicata da Girolamo Savonarola, egli toccò anche l’arte, tentandone la riforma. La distruzione ed il rogo di tanti oggetti più o meno artistici, non era rivolta all’arte in sé stessa, ma a pubblicazioni oscene, nudi volgari, all’uso di vanità degli oggetti come specchi, profumi, vesti discinte, ecc.
Ai canti carnascialeschi di Lorenzo de’ Medici, si contrappose la lauda savonaroliana; il rapporto di fra’ Girolamo con le arti fu un rapporto di subordine; egli non riconosceva al bello un diritto proprio e un proprio ambito, ma lo subordinava al buono. Solo il bello al servizio del bene, diventava il Bello; tutto doveva sottostare ai principi del Cristianesimo.
Savonarola pensò dunque di servirsi delle laudi, tanto accette dal popolo, a favore dei suoi progetti, ed egli stesso ne compose e incitò a comporre; trascrisse le stesse arie carnascialesche, quelle canzoni così conosciute, con testi convenienti alla devozione religiosa.
La sua opera di riformatore, oggi forse diremmo quasi di fondamentalista della morale, va inquadrata e compresa nella complessa storia civile, religiosa, politica e di costume, di quel periodo del tardo Quattrocento, i cui capovolgimenti, comprese le violenze e le guerre porteranno poi al grande Rinascimento.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2003-06-11

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