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Fra' Girolamo Savonarola Sacerdote domenicano

Testimoni

Ferrara, 21 settembre 1452 Firenze, 23 maggio 1498

Girolamo Savonarola nacque a Ferrara il 21 settembre 1452. Nel 1475 entrò nell’Ordine dei Domenicani; tre anni dopo, fu ordinato sacerdote. Destinato al convento di San Marco a Firenze, cominciò nel 1483 un’intensa attività come predicatore, invitando alla conversione e al cambiamento dei costumi. A causa dei toni della sua predicazione, entrò in aperto contrasto con papa Alessandro VI. L’opposizione al Pontefice culminò con la scomunica, avvenuta nel 1497. Successivamente, anche in seguito al fallimento di una “prova del fuoco” richiesta dal francescano Francesco di Puglia a fra’ Domenico Buonvicini da Pescia suo discepolo, le due opposte fazioni di “compagnacci” e “frateschi”, questi ultimi suoi seguaci, si scontrarono violentemente. Fra’ Girolamo, fra Domenico e fra’ Silvestro Maruffi da Firenze vennero condannati a morte per impiccagione: la sentenza fu eseguita in piazza della Signoria, a Firenze, il 23 maggio 1498. I loro cadaveri e il patibolo furono dati alle fiamme e le ceneri disperse nel fiume Arno. Il 30 maggio 1997, nell’imminenza del quarto centenario della morte, la Postulazione Generale dei Domenicani ha chiesto alla diocesi di Firenze di poter cominciare a valutare la possibilità di una causa di beatificazione e canonizzazione per fra’ Girolamo Savonarola. Tuttavia, il nulla osta per l’avvio della causa non è mai stato concesso dalla Santa Sede.



I primi anni
Girolamo Savonarola nacque a Ferrara il 21 settembre 1452. La sua famiglia proveniva da Padova, dove il nonno, noto medico, si era trasferito perché chiamato alla corte degli Este; il padre Niccolò, invece, era uno stimato notaio.
Si dedicò dapprima agli studi umanistici, poi si orientò verso le arti liberali, per iniziare lo studio della medicina. Era un desiderio di tutta la famiglia, perché continuasse la professione del celebre nonno. Tuttavia, nel suo animo, maturavano altri propositi. Animato da un profondo spirito di fede, provava insofferenza per la dilagante corruzione morale, che notava specie fra gli ecclesiastici.

Nell’Ordine dei Domenicani
A ventitré anni, nel 1475, lasciò la casa natale per entrare nell’Ordine dei Predicatori, fondato da san Domenico di Guzmán e perciò detti Domenicani. Giunto al convento di San Domenico di Bologna, trascorse tre anni di studio e preparazione, venendo ordinato sacerdote nel 1478.
Ritornò a Ferrara con il compito di maestro degli studenti; studiò teologia a Bologna e Ferrara. Nel 1482 divenne lettore nel convento di San Marco a Firenze. È di questo periodo un piccolo codice autografo, nel quale il giovane fra’ Girolamo annotava le sue letture, gli schemi delle sue prediche e i versi poetici, in cui esprimeva tutte le sue aspirazioni, che ormai erano ben chiare: più che alla cattedra, tendeva alla predicazione.
Scrisse infatti: «Il predicatore deve essere pieno di Dio, cioè ricolmo dello Spirito Santo, della carità e della divina Sapienza. Deve essere posto fuori di sé, cioè deve portarsi tutto su quanto ha da esprimere e rifuggire totalmente da sé stesso».

Gli inizi della sua predicazione
Nel 1483, a trentuno anni, fece la sua prima esperienza di predicatore per la Quaresima alle Murate di Firenze. Ripeté il Quaresimale a San Lorenzo nel 1484 ed a San Gimignano nel 1485 e 1486.  Presto cominciò a preannunciare imminenti castighi per la Chiesa, che doveva essere rinnovata.
Ciò gli valse, nella primavera del 1487, l’allontanamento da Firenze ad opera di Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico. Negli anni successivi divenne professore di teologia all’Università di Bologna e predicatore itinerante in Lombardia. Predicò a Brescia nell’Avvento del 1489 e a Genova nella Quaresima del 1490.

Il ritorno a Firenze
Nel frattempo, con una lettera indirizzata al Maestro Generale, padre Gioacchino Torriani, Lorenzo il Magnifico chiedeva il ritorno del Savonarola a Firenze, sollecitato dal conte Pico della Mirandola. Il frate ritornò, diventando priore del convento di San Marco e riprendendo la sua predicazione, che ebbe grande consenso, visto il mutato clima spirituale e politico.
Restaurò nel convento l’antico rigore della Regola domenicana. Nel 1493 ottenne, con l’aiuto di Piero de’ Medici, l’indipendenza giuridica della Congregazione di San Marco, staccandola dalla Congregazione lombarda.

Il rapporto con Lorenzo il Magnifico
La fama di predicatore conquistò la città intera, tenuto conto anche del successo editoriale dei suoi opuscoli: ormai tutti parlavano di fra’ Girolamo. A nulla valsero le raccomandazioni di Lorenzo il Magnifico, affinché abbassasse i toni di condanna. Il domenicano, però, non volle fare nemmeno la tradizionale visita di omaggio, che i nuovi priori di San Marco, facevano alla Signoria.
Lorenzo, pur offeso, volle conquistare la sua amicizia, recandosi più spesso alle funzioni in San Marco. Ma fra’ Girolamo non si prodigava nell’accoglierlo, anzi lo ignorava. Così Lorenzo capì che il Savonarola era un uomo di Dio, come gli aveva detto Pico della Mirandola: l’unico modo per conquistarlo era una conversione sincera della sua vita e di quella della corte.
Nel 1494, commentando il libro della Genesi, fra’ Girolamo preannunciò l’arrivo di un «nuovo Ciro», identificato poi in Carlo VIII, re di Francia. Lo incontrò a Pisa in veste di ambasciatore dei Fiorentini, durante la sua discesa in Italia nel 1494-’95. Nel frattempo, Lorenzo il Magnifico era morto e i Medici erano stati cacciati da Firenze), ottenendo dal re francese, diretto ad occupare Napoli, di risparmiare la città.

Fra’ Girolamo e la riforma di Firenze
Ormai fra’ Girolamo era rimasto arbitro assoluto di Firenze, divenendo anima e ispiratore del governo democratico. Compilò la nuova legislazione e riformò le imposte. Eliminò l’usura, istituendo nel 1495 un nuovo Monte di Pietà.
Esercitò poi una forte sorveglianza sui costumi dei Fiorentini e sull’arte, tentandone la riforma. Fece bruciare pubblicamente oggetti come specchi, profumi, vesti discinte e opere artistiche e pubblicazioni da lui giudicate oscene.
Il rapporto di fra’ Girolamo con le arti fu un rapporto di subordine: non riconosceva al bello un diritto proprio e un proprio ambito, ma lo subordinava al buono. Solo il bello al servizio del bene diventava il Bello; tutto doveva sottostare ai principi del Cristianesimo.
Savonarola pensò dunque di servirsi delle laudi, tanto accette dal popolo, a favore dei suoi progetti, ed egli stesso ne compose e incitò a comporre. Trascrisse le stesse arie carnascialesche, così conosciute, con testi convenienti alla devozione religiosa.

La denuncia a papa Alessandro VI e la scomunica
Amato dal popolo, aveva tuttavia molti nemici, all’interno dello stesso Ordine Domenicano e tra i potenti italiani, fra i quali Ludovico il Moro a Milano, in particolare perché si opponeva alla Lega Santa contro Carlo VIII.
Fu denunciato per questo al papa Alessandro VI, aggiungendo accuse di eresia. Il Pontefice cercò di indurlo a comparire a Roma per discolparsi, ma lui, non potendo allontanarsi da Firenze in quel periodo per questioni di salute, preferì inviargli un opuscolo, il «Compendio di Rivelazioni», contenente il testo autentico delle sue profezie.
Con un Breve dell’8 settembre 1495, il Papa inviava contro «un certo fra’ Girolamo da Ferrara», i più drastici provvedimenti disciplinari, accusandolo di aver insegnato false dottrine, di predicare abusivamente, di arrogarsi una missione divina, di usare espressioni scandalose nelle prediche, di aver promosso la separazione dai padri della Lombardia, di aver osato stampare le sue profezie e di essersi ribellato a comparire a Roma.
A causa di questo, la comunità di San Marco venne sciolta e lo stesso Savonarola fu sospeso dalla predicazione. Nel 1496 ritornò a predicare a Santa Maria del Fiore. Accusato di nuovo di ribellione, venne scomunicato da Alessandro VI nel 1497.

“Compagnacci” e “frateschi”
In città si crearono due fazioni: i “compagnacci”, che vollero approfittare della scomunica, per sovvertire il rigido moralismo imposto dal Savonarola e i “frateschi”, che ne negavano la validità e ne chiedevano la revoca.
In questo clima teso entrò anche il conflitto tra frate Francesco di Puglia, francescano, e fra’ Domenico Buonvicini da Pescia, discepolo di Savonarola. Il primo lanciò al secondo la sfida della “prova del fuoco”: lui e fra’ Girolamo sarebbero passati attraverso il fuoco, per avvalorare la validità delle profezie. La proposta fu accettata: la Signoria fiorentina fissò la prova al 7 aprile 1498. Tuttavia, un abbondante acquazzone la rese impossibile.

L’arresto e la condanna a morte
I nemici, sia laici che religiosi, interpretarono il fatto come un presagio negativo per fra’ Girolamo. I “compagnacci” in tumulto assediarono San Marco, incendiando le porte della chiesa e del convento, mentre i “frateschi” si difendevano dall’interno. Ci furono morti e feriti prima che la Signoria inviasse, con ritardo, i suoi soldati per sedare i tumulti e per arrestare fra’ Girolamo, fra’ Domenico e fra’ Silvestro Maruffi da Firenze.
Fu giudicato e condannato come «eretico e scismatico» il 19 e 20 maggio, insieme ai suoi due discepoli, da una commissione apostolica. I tre frati vennero condannati a morte il 22 maggio. La sentenza fu eseguita in Piazza della Signoria l’indomani, il 23 maggio 1498, giorno dell’Ascensione, per impiccagione.
I cadaveri e il patibolo furono dati alle fiamme e le ceneri vennero gettate nell’Arno, per evitare un futuro culto da parte dei sostenitori. Il giorno dopo, sul punto dove si era consumata l’esecuzione, furono trovati fiori, petali di rose e rami di palma, in segno di anonimo e popolare omaggio.

La memoria
Le idee del Savonarola esercitarono tuttavia un influsso durevole, specie in ambiente fiorentino e nell’Italia centrale, attraverso la diffusione dei suoi scritti. Dopo un breve periodo di smarrimento, i discepoli del frate, specialmente i religiosi, rivendicarono la sua memoria e tennero fede ai propositi di fervore e di stretta osservanza della loro Regola.
Ogni anno la città di Firenze ricorda i tre frati con una celebrazione religiosa e civile, nell’anniversario della loro morte. Dopo la Messa nella Cappella dei Priori di Palazzo Vecchio, ala presenza delle autorità comunali ed ecclesiali, si forma un corteo che ha come prima tappa piazza della Signoria, dove viene deposta una corona di fiori sulla lapide circolare che ricorda il punto dell’impiccagione. La seconda tappa è Ponte Vecchio, dal quale vengono gettati altri fiori. È la manifestazione detta popolarmente “La Fiorita”.

La fama di santità in vari Santi e Beati
Tra i personaggi che tennero Savonarola in fama di santità e che sono stati ritenuti esemplari dalla Chiesa, il principale è padre Filippo Neri. Fondatore della Congregazione dell’Oratorio (canonizzato nel 1622), aveva imparato a conoscerlo in gioventù, grazie ai frati di San Marco.
Anche la clarissa Caterina de’ Vigri, meglio nota come Caterina da Bologna (canonizzata nel 1712) e la carmelitana Maria Maddalena de’ Pazzi (canonizzata nel 1669) lo avevano in altissima considerazione. Infine, il giovane torinese Pier Giorgio Frassati (beatificato nel 1990), quando divenne Terziario domenicano, assunse il nome di fra’ Girolamo proprio in suo onore.

Il tentativo di avviare la sua causa di beatificazione
Anche a fronte di questo interesse e di questa venerazione privata, il 30 maggio 1997, nell’imminenza del quarto centenario della morte, la Postulazione Generale dei Domenicani ha chiesto alla diocesi di Firenze di poter cominciare a valutare la possibilità di una causa di beatificazione e canonizzazione per fra’ Girolamo Savonarola.
La commissione storica e quella teologica, istruite dal cardinal Silvano Piovanelli, arcivescovo di Firenze, hanno presentato le loro conclusioni positive. Tuttavia, il nulla osta per l’avvio della causa non è mai stato concesso dalla Santa Sede.


Autore:
Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2019-04-02

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