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Serva di Dio Maria Raffaella Coppola Clarissa cappuccina

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Casal di Principe (Caserta), 26 febbraio 1883 - 4 ottobre 1922


Lo spirito evangelico che vivificò il nascente Ordine Francescano, fece sì che in tanti secoli, il debole alberello piantato dal serafico s. Francesco, crescesse e diventasse albero alto, robusto e rigoglioso, faro di spiritualità che da Assisi diffuse la sua luce indicatrice in tutto il mondo.
I rami di questo grandioso albero, furono in tanti secoli, le Congregazioni maschili e femminili che nel solco della spiritualità francescana, fiorirono secondo le necessità storiche locali e nazionali; frutto dell’ispirazione e del grande amore verso Dio ed i fratelli, di venerabili e santi fondatori e fondatrici francescani.
La loro opera si applicò in tutti i rami del vivere umano; nell’educazione, nell’insegnamento, nell’assistenza sociale e sanitaria, nelle missioni, ecc. rimanendo uniti alla Chiesa, stando presenti fra il popolo con gli innumerevoli conventi.
Prima di tutto, erano e sono dediti, come religiosi a delle Regole il cui primo punto è la preghiera, la vera fonte dove attingere la forza salvifica che li distingue, l’unica arma efficace contro le avversità della vita, l’unica via per raggiungere Dio e unirsi a lui, chiedendo misericordia per tutti, specie per i peccatori.
E quindi accanto agli Ordini attivi nell’apostolato, sorsero anche Istituti di clausura, le cui religiose erano e sono, consacrate a Dio e votate alla preghiera perpetua e riparatrice dei mali del mondo e che dà forza e aiuto a quanti all’esterno, sono impegnati nello sforzo apostolico.
E uno di questi benefici rami, dell’albero francescano è la Congregazione delle Clarisse Cappuccine, fondata dalla nobile spagnola, la venerabile Maria Lorenza Longo nel 1535, donna di grande umanità che aveva fondato a Napoli nel 1519 il grande ospedale per i poveri chiamato degli “Incurabili”, ancora oggi operante nel centro antico cittadino.
Il primo convento del nascente Istituto fu da lei fondato, adiacente l’ospedale, con il titolo di S. Maria di Gerusalemme, ma dal popolo poi chiamato “il monastero delle Trentatrè”, ancora oggi così conosciuto; il nome deriva dal numero di suore che normalmente risiedevano nel convento; l’Istituzione poi si estese con altri conventi in tutta Italia.
E nel giardino di fiori di santità che fu ed è il convento delle ‘Trentatré’, sbocciò un giglio dal nome di suor Maria Raffaella Coppola. Nata a Casal di Principe (Caserta) il 26 febbraio 1883, Maria Teresa Coppola era figlia di agiati agricoltori; la sua istruzione scolastica si fermò alla terza elementare, alla sua educazione cristiana ci pensarono oltre la famiglia e la parrocchia, le suore Figlie di S. Anna, che la prepararono alla Prima Comunione.
Fece parte dell’Associazione delle Figlie di Maria; dedita in un apostolato silenzioso e nascosto nell’assistere i malati a domicilio, specie i più poveri, a cui lasciava un aiuto in provviste portate da casa; era un’anima schiva nel dare spettacolo di sé, come tante altre ragazze della generosa Terra Campana, che consacravano la loro vita al Signore nell’assistenza ai bisognosi, senza pretese, nelle parrocchie dei loro paesi.
Fu naturale che giunta all’età della scelta della propria vita, esprimesse il desiderio di farsi suora, al suo padre spirituale che le chiedeva quando avesse sentito la vocazione alla vita claustrale, rispose: “Sempre, dall’uso di ragione”. Nel 1910 a 27 anni, superando le resistenze dei genitori, Maria Teresa entra nel convento delle “Trentatré” di via Pisanelli a Napoli, delle Clarisse Cappuccine di stretta clausura, accompagnata dagli afflitti genitori e dal fratello sacerdote don Giuseppe Coppola.
Realizza così il sogno e il desiderio della sua vita, sente che è fatta per quella vita di silenzio, di preghiera, di feconda vita contemplativa immolata all’Amore di Dio e alla salvezza del mondo. Il 24 ottobre 1910 avviene la vestizione della novella sposa di Cristo, la cerimonia ha una suggestione particolare, la novizia vestita da sposa, il cambio dell’abito con la grezza tonaca, del velo con una corona di spine, il taglio dei lunghi capelli, il cambio del nome in Maria Raffaella.
L’anno seguente come religiosa corista, dà i voti semplici e nel 1914 quelli solenni e definitivi; svolse con grande carità il compito d’infermiera del convento, si distinse per la perfetta ubbidienza alla Regola, alla badessa ed ai superiori, per la stretta clausura papale anche durante la malattia, per la pratica della penitenza e per il costante anelito alla santità.
Durante la “Prima Guerra Mondiale” con il permesso del suo direttore spirituale, emise il voto di ‘vittima espiatrice’. Il voto di vittima di Suor Maria Raffaella è una scelta libera e lei ben sapendo che una Vittima deve essere pura, s’impegna in una vita di purificazione, con un costante eroismo elevato a tutti i livelli.
Come scriveva il dotto teologo Thomas Merton “Non si può morire sulla Croce soltanto con i propri sforzi; ci vuole un carnefice”; così per suor Maria Raffaella si presenta il suo carnefice: la tisi polmonare, accetta la sua infermità con umiltà e adesione alla volontà di Dio.
Fu visitata più volte dal santo medico napoletano Giuseppe Moscati; la malattia poco curabile ed endemica in quell’epoca, inesorabilmente operava nel suo corpo una progressiva distruzione; l’udito l’aveva perso dopo la perforazione del timpano dell’orecchio, la vista si era indebolita al punto che non poté più leggere, lascia le medicine che non servono più a nulla, solo qualche sedativo per l’asma opprimente, ma rifiuta l’ossigeno.
Durante uno dei gravi collassi che la colpivano chiese alla Madonna che avrebbe preferito morire in tempo per poter trascorrere la festa di s. Francesco in Paradiso. E così fu, il giorno 4 ottobre 1922, mentre stava seduta momentaneamente su una cassapanca, si adagiò sulla stessa e serenamente senza agonia, rese l’anima a Dio, aveva solo 39 anni.
Dato il poco spazio disponibile, si rimanda al vol. “La casa sulla roccia” di F. Riccitiello ed. Laurenziana, disponibile presso il convento su citato, per conoscere più approfonditamente l’epistolario, l’ascetica, il sacrificio, l’amore e il fervore mistico di quest’anima consacrata, che pur avendo un’istruzione bassissima seppe raggiungere vette di penetrazione dello spirito, come e più di dotti teologi.
La sua salma fu portata a Casal di Principe e tumulata nella Cappella di famiglia, ma il 16 dicembre 1933 dopo una ricognizione ufficiale della Curia di Aversa, fu traslata nella chiesa parrocchiale di S. Salvatore, ove riposa tuttora.
Dal 1982 gli Atti per la sua beatificazione sono presso la Congregazione delle Cause dei Santi.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2002-10-10

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